LEV TOLSTOJ – “Anna Karenina”

“Ecco! Me l’aspettavo!”, disse Anna fra sé, con un sorriso cattivo. “Va bene, puoi andare a casa”, si rivolse poi con voce fioca a Michail. La voce le si era fatta fioca perché il forte battito del cuore le impediva di respirare. “No, non mi lascerò più tormentare da te”, pensò incamminandosi sulla banchina della stazione.
Due ragazze, forse due cameriere, che camminavano sulla banchina, si voltarono per guardarla, e fecero ad alta voce qualche osservazione sul suo vestito. “E’ vero!”, dissero, parlando del merletto che lo guarniva. Quei giovanotti di prima non la lasciavano in pace. La guardavano sfacciatamente in viso, passandole accanto, e ridevano e gridavano delle parole con voce affettata. Il capostazione la raggiunse per chiederle se doveva partire. Un ragazzo, che vendeva del ‘kvas’, non le toglieva gli occhi di dosso. “Dio mio! Dove andrò?”, pensava, e camminava sempre sulla banchina. Dove la banchina finiva, si fermò. Alcune signore con dei bambini, venute a incontrare un signore con gli occhiali, parlavano fra loro e ridevano forte, ma tacquero vedendola passare. Essa avanzò il passo e le lasciò indietro. Si avvicinava un treno-merci. La banchina vibrò; ad Anna parve di essere di nuovo in viaggio.
A un tratto si ricordò del ferroviere schiacciato il giorno del suo primo incontro con Vronskij e capì quello che doveva fare. Rapida e leggera scese gli scalini che mettevano sulle rotaie e si fermò accanto al treno che le passava davanti. Guardò i montatoi, le catene, le grosse viti, le alte ruote del primo carrozzone che avanzava lentamente: misurò con l’occhio il punto di mezzo fra le ruote anteriori e le posteriori e calcolò il momento nel quale questo punto si sarebbe trovato di faccia a lei.
“Là!”, disse fra sé, guardando nell’ombra proiettata dal carrozzone la sabbia che, mista a detriti di carbone, copriva le traverse. “Là, proprio nel mezzo e lo punirò, e mi libererò di tutti e anche di me stessa”.
Voleva cadere sotto al primo carrozzone che capitò col punto di mezzo alla sua altezza, ma, volendo togliersi dal braccio il sacchetto rosso, perse tempo ed era già tardi: il carrozzone era passato. Dovette aspettare un altro carrozzone. La prese quella stessa sensazione che provava quando, nel fare il bagno, stava per gettarsi in acqua, e si fece macchinalmente il segno della croce. Quel gesto abituale le suscitò una folla di ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, e a un tratto quelle tenebre che la coprivano tutta si lacerarono, e in un lampo la vita le apparve con lo splendore di tutte le sue gioie passate. Ma non perdeva d’occhio le ruote del secondo carrozzone che si avvicinava. E proprio nell’istante in cui il tratto di mezzo tra le ruote fu alla sua altezza, gettò via il sacchetto rosso e, affondando la testa fra le spalle, si precipitò sotto al vagone, appoggiandosi sulle mani, e, come se avesse voluto rialzarsi, si sollevò sulle ginocchia. E in quell’attimo fu atterrita di ciò che aveva fatto. “Dove sono? Che faccio? Perché?”. Tentò di rigettarsi indietro, ma una massa enorme la colpì sulla testa e la trascinò via. “Signore, perdonami!”, ebbe il tempo di dire, sentendo l’impossibilità della lotta.
Intanto un piccolo contadino, borbottando qualcosa, picchiava sul del ferro. E la luce che le illuminava il libro nel quale stava leggendo, pieno di terrori, di dolori, d’inganni, di perfidie, brillò un istante più splendida che mai e le rischiarò tutto quello che fino allora le era stato oscuro; poi vacillò, si ottenebrò, si spense per sempre.

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