VIRGINIA WOOLF – “Gita al faro”

Sbandando (perché rollava come nave in mare) e sbirciando (perché i suoi occhi non andavano mai diretti a qualcosa in particolare, ma, furtivo, con uno sguardo obliquo di disapprovazione per il disprezzo e l’ostilità del mondo: era corta d’ingegno, lei lo sapeva), aggrappandosi alla ringhiera per rimorchiarsi su per le scale e rollando da una stanza all’altra, cantava. Mentre strofinava la superficie del lungo specchio e guardava di sottecchi il proprio corpo che dondolava, le usciva dalle labbra un suono – qualcosa di allegro forse vent’anni prima sul palcoscenico, un motivo che era stato canticchiato e al cui suono si era ballato; ma ora emesso da quella custode sdentata, con la cuffia, veniva defraudato di ogni significato, era come la voce della stupidità, della comicità, della tenacia stessa, calpestata ma riemergente. Di modo che, mentre si aggirava, spolverando, pulendo, pareva dire che tutto era una lunga pena e sofferenza, che era tutto un alzarsi ed andare a letto, un tirar fuori le cose e rimetterle a posto. Non era né facile né comodo questo mondo che conosceva da quasi settant’anni. Era curva dalla stanchezza. Per quanto ancora, si domandò lamentevole, carponi sotto al letto per spolverare le assi, con le ginocchia scricchiolanti, per quanto ancora avrebbe retto? Ma si tirò su zoppicando, si riprese, e di nuovo, con quel suo sguardo di sbieco che scivolava via dal suo stesso viso, e dalle sue pene, rimase attonita ad osservare lo specchio, con un sorriso vacuo. Poi riprese la vecchia andatura traballante, sollevando stuoie, riponendo le porcellane, guardando di sguincio lo specchio, come se, dopo tutto, avesse qualche consolazione, come se al suo lugubre canto si intrecciasse un’irriducibile speranza. Doveva aver avuto visioni di gioia al mastello del bucato, o forse coi suoi figli (eppure due erano illegittimi e uno l’aveva abbandonata), o quando beveva all’osteria o rigirava le sue cianfrusaglie nei cassetti. Doveva esserci stato un qualche spiraglio nelle tenebre, un qualche varco nel profondo dell’oscurità, dal quale era uscita abbastanza luce da farle torcere la bocca in un sorriso davanti allo specchio e biascicare il vecchio motivo da music-hall riprendendo il lavoro. Nel frattempo i mistici, i visionari, camminavano lungo la spiaggia, agitavano l’acqua d’una pozza, guardavano una pietra e si chiedevano “Chi sono io?”, “Cos’è questo?” e all’improvviso una risposta veniva loro concessa (cosa fosse non sapevano dirlo): nel gelo li riscaldava, nel deserto dava loro conforto. Ma la signora McNab continuava a bere e a spettegolare come prima.

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