LOUIS-FERDINAND CELINE – “Viaggio al termine della notte”

Nel vespasiano, all’altezza delle gambe, trovai proprio Bébert. Era entrato lì dentro per ripararsi anche lui. M’aveva visto correre uscendo dagli Henrouille. “Viene da quelli? mi ha chiesto lui. Deve adesso salire da quelli del quinto di casa nostra, per la figlia… “ Quella cliente, che lui mi segnalava, la conoscevo bene, col suo bacino largo… Le belle cosce lunghe e vellutate… Quel suo non so che di teneramente volitivo, esatto e aggraziato nei movimenti che completa le donne sessualmente ben equipaggiate. Era venuta a farsi vedere a più riprese da quando il male al ventre la tormentava. A venticinque anni, al terzo aborto, soffriva di complicazioni, e la famiglia chiamava quello anemia.
Bisognava vedere com’era robusta e ben fatta, con un gusto per il coito come poche femmine ce l’hanno. Discreta nella vita, sensata di modi e d’espressione. Niente d’isterico. Ma ben dotata, ben nutrita, ben equilibrata, una vera campionessa nel suo genere, ecco tutto. Una bella atleta del piacere. Nulla di male in questo. Solo uomini sposati lei frequentava. E solo dei conoscitori, degli uomini che sapevano riconoscere e apprezzare i talenti naturali e non scambiavano una viziosetta qualunque per un buon affare. No, la sua pelle scura, il suo sorriso gentile, il passo e l’ampiezza nobilmente mobile delle sue anche le valevano gli entusiasmi profondi, meritati, di certi funzionari che conoscevano il loro soggetto.
Solo che naturalmente, non potevano comunque divorziare per questo, i funzionari. Al contrario, era una ragione per restarsene felici in famiglia. Allora ogni volta al terzo mese che lei restava incinta, mai che non capitasse, lei andava a trovare la mammana. Quando hai del temperamento e non hai un cornuto sotto mano, non stai a scherzare tutti i giorni.
Sua madre socchiuse la porta del pianerottolo con delle precauzioni da omicidio. Bisbigliava la madre, ma così forte, così intensamente, che era peggio delle imprecazioni.
“Cosa ho potuto fare al cielo, Dottore, per avere una figlia così! Ah, lei almeno non dirà niente a nessuno nel quartiere, Dottore!... Conto su di lei!” Non la smetteva d’agitare le sue paure e di far gargarismi con quello che potevano pensare i vicini e le vicine. In trance da stupidità irrequieta era lei. Durano a lungo quegli stati lì.
Mi lasciava abituare alla penombra del corridoio, all’odore dei porri per la minestra, alle carte dei muri, ai loro stupidi disegni a fiori, alla sua voce strozzata. Finalmente, tra un farfuglio e un’esclamazione, giungemmo nei pressi del letto della ragazza, prostrata, la malata, alla deriva. Volli visitarla, ma lei perdeva tanto di quel sangue, era una tal poltiglia che non si poteva veder nulla della vagina. Dei grumi. Faceva dei “gluglù” tra le gambe come il collo tagliato del colonnello in guerra. Rimisi il grosso tampone e tirai su semplicemente la coperta.
La madre non vedeva niente, non ascoltava che se stessa. “Ci morirò, Dottore! proclamava lei. Ci morirò di vergogna!” Non cercavo affatto di dissuaderla. Non sapevo cosa fare. Nella piccola sala da pranzo di fianco, vedevamo il padre che andava avanti e indietro. Lui non doveva avere ancora preparato l’atteggiamento di circostanza. Forse lui aspettava che gli avvenimenti si precipitassero prima di scegliere un contegno. Restava in una sorta di limbo. Gli esseri vanno da una commedia all’altra. Nel frattempo il dramma non è ancora pronto, loro non distinguono ancora i contorni, la loro parte esatta, allora restano lì, le braccia penzoloni, davanti all’avvenimento, gli istinti ripiegati come un parapioggia, brancolando per l’incoerenza, ridotti a se stessi, cioè a niente. Bestie senza governo.
Ma la madre, lei, recitava la parte principale, tra la figlia e me. Il teatro poteva crollare, se ne sbatteva lei, ci si trovava bene, brava e bella.
Potevo contare solo su me stesso per rompere quel sortilegio schifoso.
Azzardai il consiglio di un trasporto immediato all’ospedale per farla operare d’urgenza.
Ah! me sventurato! Di colpo, le ho fornito la risposta più bella, quella che lei aspettava.
“Che vergogna! l’ospedale! Che vergogna, Dottore! Per noi! Non ci mancava che questo! E’ il colmo!”
Non avevo più niente da dire. Mi sedetti dunque e ascoltai la madre dibattersi ancora più tumultuosamente, impegolata in tragiche fandonie. Troppe umiliazioni, troppi imbarazzi portano all’inerzia definitiva. Il mondo è troppo pesante per te. Pazienza. Mentre lei invocava, provocava il Cielo e l’Inferno, ululava dalla sventura, io abbassavo il naso e abbassandolo sbigottito vedevo formarsi sotto il letto della ragazza una piccola pozza di sangue, un esile rivo stillava lentamente lungo il muro verso la porta. Una goccia, dal pagliericcio, cascava regolarmente. Tac! tac! Gli asciugamani tra le sue gambe rigurgitavano rosso. Chiesi comunque a bassa voce se la placenta era già stata espulsa per intero. Le mani della ragazza, pallide e bluastre in punta pendevano dai due lati del letto. Alla mia domanda, è ancora la madre che ha risposto con un fiotto di geremiadi disgustose. Ma reagire, dopo tutto era troppo per me.
Ero talmente ossessionato dalla scalogna io stesso da tanto di quel tempo, dormivo così male, che non avevo più alcun interesse in quella deriva che capitasse questo invece di quello. Pensavo soltanto che era meglio ascoltare quella madre tutta sbraitante da seduto che in piedi. Basta poco a farti piacere quando diventi così rassegnato. E poi che forza mi ci sarebbe voluta per interrompere quella bestia feroce proprio nel momento in cui “non sapeva più come salvare l’onore della famiglia”. Che parte! E come te la urlava ancora! Dopo ogni aborto, lo sapevo per esperienza, lei si scatenava allo stesso modo, obbligata beninteso a far di meglio ogni volta! Sarebbe durata fin che lei voleva! Oggi, mi sembrava pronta a decuplicare i suoi effetti.
Anche lei, pensavo guardandola, aveva dovuto essere una bella creatura, la madre, ben polposa ai suoi tempi; però più parolaia, una sprecona di energie, più esibizionista della figlia il cui fervore concentrato era davvero stato un’ammirevole impresa della natura. Queste cose non sono state ancora studiate a fondo come meritano. La madre intuiva questa superiorità animale della figlia su di lei e gelosa condannava tutto d’istinto, quel suo modo di chiavare a profondità indimenticabili e di godere come un continente.
L’aspetto teatrale del disastro in ogni caso la entusiasmava. Con i suoi trèmoli dolenti monopolizzava il piccolo mondo meschino in cui stavamo a cincischiare in coro per colpa sua. Si poteva nemmeno pensare ad allontanarla. Avrei però proprio dovuto provarci. Fare qualcosa… Era mio dovere, come si dice. Ma stavo troppo bene seduto e troppo male in piedi.

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