ITALO CALVINO – “Il cavaliere inesistente”

Questa storia che ho intrapreso a scrivere è ancora più difficile di quanto io non pensassi. Ecco mi tocca rappresentare la più gran follia dei mortali, la passione amorosa, dalla quale il voto, il chiostro e il naturale pudore m’hanno fin qui scampata. Non dico che non ne abbia udito parlare anzi, in monastero, per tenerci in guardia dalle tentazioni, alle volte ci si metteva a discorrerne, così come possiamo farlo noi con l’idea vaga che ne abbiamo, e questo avviene soprattutto ogni volta che una di noi poverina per inesperienza resta incinta, oppure, rapita da qualche potente senza timor di Dio, torna e ci racconta tutto quello che le han fatto. Dunque anche dell’amore come della guerra dirò alla buona quel che riesco a immaginarne: l’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.
Bradamante ne sapeva di più? Dopo tutto il suo vivere da amazzone guerriera, un’insoddisfazione profonda s’era fatta strada nel suo animo. Aveva intrapreso la vita della cavalleria per l’amore che portava verso tutto ciò che era severo, esatto, rigoroso, conforme a una regola morale e – nel maneggio delle armi e dei cavalli – a un’estrema precisione di movenze. Invece, cosa aveva intorno? Omacci sudati, che ci davan dentro a far la guerra con approssimazione e incuranza, e appena fuori dall’orario di servizio erano sempre a prender ciucche o a ciondolare goffi dietro a lei per vedere chi di loro si sarebbe decisa a portarsi nella tenda quella sera. Perché si sa che la cavalleria è una gran cosa, ma i cavalieri sono tanti bietoloni, abituati a compiere magnanime imprese ma all’ingrosso, come vien viene, riuscendo a stare alla bell’e meglio dentro le sacrosante regole che avevano giurato di seguire, e che, essendo così ben fissate, toglievano loro la fatica di pensare. La guerra, tanto, un po’ è un macello un po’ è trantran e non c’è troppo da guardar per il sottile.
Bradamante non era diversa da loro, in fondo: forse quei suoi vagheggiamenti di severità e rigore se li era messi in testa per contrastare la sua vera natura. Per esempio, se c’era una sciattona in tutto l’esercito di Francia, era lei. La sua tenda, per dirne una, era la più disordinata di tutto l’accampamento. Mentre gli uomini poverini s’arrangiavano, anche in quei lavori che si consideravano donneschi, come lavare i panni, rammendare la roba, spazzare in terra, toglier d’in giro quel che non serve, lei, allevata da principessa, viziata, non toccava niente, e non fosse stato per quelle vecchie lavandaie e sguattere che giravano sempre attorno ai reggimenti – tutte ruffiane dalla prima all’ultima – il suo padiglione sarebbe stato peggio d’un canile. Tanto, lei non ci stava mai; la sua giornata cominciava quando indossava l’armatura e montava in sella; difatti, appena aveva le sue armi indosso era un’altra, tutta lucente dal coppo dell’elmo ai gamberuoli, facendo sfoggio dei pezzi di armatura più perfetti e nuovi, e con l’usbergo infiocchettato di nastri color pervinca, che guai se ce n’era uno fuori posto. In questa sua volontà d’essere la più splendente sul campo di battaglia, più che una vanità femminile esprimeva una continua sfida ai paladini, una superiorità su di loro, una fierezza. Nei guerrieri amici o nemici pretendeva una perfezione nella tenuta e nel maneggio delle armi che fosse segno d’altrettanta perfezione d’animo. E le accadeva di incontrare un campione che le pareva rispondesse in qualche misura alle sue pretese, allora si risvegliava in lei la donna dai forti appetiti amorosi. Qui ancora si diceva che ella del tutto smentisse i suoi rigidi ideali: era un’amante a un tempo tenera e furiosa. Ma se l’uomo la seguiva su questa via e s’abbandonava e perdeva il controllo di se stesso, lei subito se ne disamorava e si rimetteva in cerca di tempre più adamantine. Ma chi poteva più trovare? Nessuno dei campioni cristiani o nemici aveva ormai ascendente su di lei: di tutti conosceva debolezze e melensaggini.
S’esercitava a tirare con l’arco, nello spiazzo davanti alla sua tenda, quando Rambaldo che andava ansiosamente cercandola, la vide per la prima volta in viso. Vestiva una tunichetta corta; le braccia nude tendevano l’arco; il viso in quello sforzo era un poco infoschito; i capelli erano legati sulla nuca e ricadenti poi in gran coda sparpagliata. Ma lo sguardo di Rambaldo non si fermò su alcuna osservazione minuta: vide tutt’insieme la donna, la sua persona, i suoi colori, e non poteva essere che lei, quella che, senz’averla quasi ancora vista, disperatamente desiderava; e già per lui non poteva essere diversa.
La freccia scoccò dall’arco, s’infisse nel palo del bersaglio sulla linea esatta delle altre tre che già vi aveva conficcato. –Io ti sfiderò all’arco!- disse Rambaldo correndo verso di lei.

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