EDGAR ALLAN POE – “Il pozzo e il pendolo”

Tremando come una foglia, tornai a tastoni verso la parete; scegliendo di morire là piuttosto che affrontare il terrore del pozzo, che ora la mia immaginazione riteneva fossero tanti, sparsi dovunque nel sotterraneo. In altre condizioni mentali avrei avuto il coraggio di porre fine alle mie miserie con un tuffo in uno di quegli abissi, ma ora ero l’ultimo dei codardi. D’altra parte non riuscivo a dimenticare ciò che avevo letto di quei pozzi… che la perdita ‘rapida’ della vita non faceva parte dei loro orribili piani.
L’agitazione mi tenne sveglio per molte lunghe ore, ma alla fine caddi di nuovo nel sonno. Al risveglio trovai di nuovo al mio fianco una pagnotta e una brocca d’acqua. Una sete bruciante mi consumava e vuotai la caraffa tutta d’un fiato. L’acqua doveva essere stata drogata, perche appena ebbi bevuto, cominciai a sentirmi una irresistibile sonnolenza. Caddi in un sonno profondo… un sonno come quello della morte. Quanto tempo sia durato, certo non lo so, ma quando ancora una volta aprii gli occhi, gli oggetti intorno a me erano visibili. Un chiarore allucinante, sulfureo, la cui origine non fui in grado da principio di determinare, mi consentiva di vedere l’estensione e la forma della prigione.
Sulle dimensioni mi ero di molto sbagliato. L’intero perimetro delle sue pareti non superava venticinque metri circa. Per qualche minuto questo fatto mi procurò un mondo di inutili paure; assolutamente inutili… cosa poteva avere importanza minore, nelle terribili circostanze in cui mi trovavo, delle semplici dimensioni della mia prigione? Ma la mia mente aveva un insensato interesse per le sciocchezze e mi impegnai a fondo nel tentativo di stabilire quali errori avevo commesso nelle mie misurazioni. La verità alla fine mi balenò. Nel mio primo tentativo di esplorazione avevo contato cinquantadue passi fino al momento in cui ero caduto: dovevo essere arrivato a un passo o due dal frammento di saia; insomma dovevo aver completato il periplo del sotterraneo. Poi avevo dormito e quando mi ero svegliato, dovevo aver percorso i miei passi in senso inverso, arrivando così alla conclusione che il percorso fosse il doppio di quello che in realtà era. Lo stato di confusione mentale mi aveva impedito di osservare che avevo iniziato il mio giro con la parete a sinistra e l’avevo concluso avendola a destra.
Mi ero altresì ingannato per quanto riguardava la forma della prigione. Nel percorrere la mia strada a tentoni, avevo incontrato molti angoli e ne avevo quindi dedotto un’impressione di grande irregolarità, tanto possente è l’effetto del buio assoluto quando si esce dal letargo o dal sonno! Gli angoli erano semplicemente leggere rientranze o nicchie distribuite a intervalli irregolari. La forma complessiva della prigione era quadrata. Quella che mi era sembrata muratura ora sembrava essere ferro, o qualche altro metallo in grandi lastre e in coincidenza con le connessure o giunzioni che formavano le rientranze. L’intera superficie di questa prigione metallica era rozzamente imbrattata da tutti gli orrendi, repellenti simboli cui la macabra superstizione dei monaci aveva dato origine; figure di diavoli dall’aspetto minaccioso, forme scheletriche, e anche immagini ancora più realisticamente spaventose, ricoprivano e sfiguravano le pareti. Notai che i contorni di queste mostruosità erano sufficientemente distinti, ma che i colori sembravano sbiaditi e macchiati, come per l’effetto di una atmosfera umida. Notai, anche, che il pavimento era di pietra. Nel centro si apriva un pozzo circolare dal cui baratro io ero scampato; ma era l’unico nel sotterraneo.
Tutto questo vidi indistintamente e con molto sforzo – perché la mia situazione era grandemente cambiata durante il sonno. Ora giacevo supino, tutto disteso, su una specie di struttura di legno, cui ero saldamente legato con una lunga striscia che sembrava un sottopancia, che mi passava più volte intorno agli arti e al corpo, lasciando libera solo la testa e il braccio sinistro per una estensione tale che potevo con grandi sforzi rifornirmi di cibo, da un piatto di terracotta che giaceva al mio fianco sul pavimento. Vidi con orrore che la brocca era stata portata via: con orrore, perché ero tormentato da una sete intollerabile. Una sete che sembrava stimolata, per un preciso disegno dei miei persecutori, in quanto il cibo sul piatto era di carne condita con salsa piccante.
Guardando in alto, esaminai il soffitto della mia prigione. Era alto una dozzina di metri ed era costruito in modo molto simile alle pareti. In uno dei suoi riquadri una figura molto singolare attrasse la mia attenzione. Rappresentava il tempo, secondo l’immagine corrente, salvo che, al posto della falce aveva in mano qualcosa che, ad una occhiata superficiale, mi parve un enorme pendolo come se ne vedono negli orologi antichi. C’era tuttavia qualcosa nella rappresentazione di questo congegno che mi spinse a tornate a guardarlo più attentamente. Mentre lo fissavo guardando in altro (la sua posizione era infatti immediatamente sopra la mia testa) ebbi l’impressione di vederlo muovere. Un istante dopo la mia impressione trovò conferma. La sua oscillazione era breve e lenta. Lo guardai per alcuni minuti con un po’ di paura, ma soprattutto con meraviglia. Alla fine, stanco di controllare il suo lento movimento, rivolsi il mio sguardo agli altri oggetti della cella.
Un leggero rumore attrasse la mia attenzione e, guardando il pavimento, lo vidi invaso di molti enormi ratti. Erano usciti a frotte dal pozzo che si trovava a portata del mio sguardo sulla destra. Proprio mentre li osservavo, uscirono in massa, velocemente, con occhi famelici, attratti dall’odore della carne e mi ci volle un gran sforzo e la massima attenzione per tenerli lontani.
Sarà passata una mezz’ora o forse addirittura un’ora (avevo infatti difficoltà a tenere nota del tempo) prima che alzassi di nuovo gli occhi. Quello che vidi mi confuse e mi sbalordì. L’oscillazione del pendolo era aumentata di quasi un metro e, come naturale conseguenza, la sua velocità era molto aumentata. Ma quello che mi turbò di più era l’idea che esso era percettibilmente disceso. Ora ero costretto a notare – con quale orrore è inutile dire – che la sua estremità inferiore era formata da una mezzaluna di scintillante acciaio, lunga una trentina di centimetri da un corno all’altro, i corni rivolti in alto e il bordo inferiore sembravano affilati come un rasoio. E come un rasoio sembrava, massiccia e pesante, dal taglio che si andava rastremando al di sopra in una struttura solida e larga. Pendeva da un pesante braccio d’ottone e il tutto ‘sibilava’ quando oscillava nell’aria.
Non ebbi più dubbi sulla sorte che mi era stata riservata dalla perfida ingegnosità dei monaci in materia di torture.

RICHESTA INFORMAZIONI: EDGAR ALLAN POE – “Il pozzo e il pendolo”


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.