NIKOLAJ GOGOL’ – “Il cappotto”

Quando egli entrasse al ministero, e in che periodo, e chi lo avesse assunto, nessuno lo poteva ricordare. Per quanto si succedessero capi e direttori d’ogni genere e sorta, lui lo si vedeva sempre nello stesso posto, nella stessa posa, nelle stesse mansioni; era sempre lo stesso impiegato addetto a copiare le lettere; tanto che, poi, si finì col credere che egli fosse venuto al mondo esattamente così com’era – digià tutto completo: con l’uniforme, e la piccola calvizie sulla fronte. Al ministero non avevano alcuna considerazione per lui. Gli uscieri non solo non si alzavano, quando egli passava, ma non lo guardavano neppure, come se nell’anticamera fosse passata una mosca. I superiori lo trattavano con un tono tra il freddo e il dispotico. Un qualsiasi sotto capufficio gli andava a cacciare sotto il naso un incartamento senza neppure dirgli: “Copiatelo”, oppure: “Ecco una pratichetta bella, interessante”, come si usa in ogni ufficio educato. E lui lo prendeva, posando gli occhi soltanto sulla carta, senza badare a chi gliela dava, e quale diritto avesse di dargliela. Gli impiegati più giovani si facevano beffe di lui, lo motteggiavano, per quanto lo consentiva loro la lepidezza cancelleresca: raccontavano, proprio lì accanto a lui, diverse storielle inventate sul suo conto; della sua padrona di casa, una vecchietta di settant’anni, dicevano che lo bastonava; chiedevano quando si sarebber fatte le nozze; gli cospargevano il capo di pezzetti di carta, affermando che era neve. Ma Akakij Akakievic non rispondeva una sola parola: come se non ci fosse stato nessuno lì davanti. Ciò non aveva alcuna ripercussione sul suo lavoro: in mezzo a tutte quelle molestie, non commetteva neppure un errore nel copiare. Soltanto quando lo scherzo oltrepassava i limiti del sopportabile, quando gli urtavano il braccio, impedendogli di attendere al suo compito, diceva: “Lasciatemi! Perché mi offendete?”. E in quelle parole, e nella voce che le pronunciava, vi era qualcosa di indefinibile. Vi si udiva qualcosa che muoveva alla pena; tanto, che un giovane impiegato, entrato in servizio di recente, il quale, sull’esempio degli altri si era permesso di canzonarlo, smise immediatamente, come colpito da una folgore, e da quel giorno fu come se le cose avessero mutato aspetto ai suoi occhi, e gli apparissero sotto una luce diversa. E per gran tempo, dopo, anche nei momenti di maggiore allegrezza, tornava sempre ad apparirgli l’immagine del piccolo impiegato con quella calvizie sulla fronte, e quelle parole penetranti: “Lasciatemi! Perché mi offendete?”. E in quelle parole penetranti risuonavano altre parole: “Io sono tuo fratello”. E si nascondeva il viso nelle mani il povero giovane, e molte volte, in seguito, nella sua vita, ebbe a rabbrividire, vedendo quanta disumanità alberghi nelle umane creature, quanta spietata rozzezza si nasconda sotto il colto, raffinato viver sociale, e, Dio! perfino in coloro che il mondo reputa nobili e onesti…
Difficilmente si sarebbe potuto trovare un altro che vivesse così del suo lavoro. E’ poco dire: lavorava con zelo; no – lavorava con amore. In quel suo copiare gli si discopriva un mondo tutto suo, multiforme e accogliente. Il godimento gli si appalesava sulla faccia; certe lettere dell’alfabeto erano le sue preferite e, come giungeva a esse, non stava più nella pelle; e sorrideva a fior di labbro, e ammiccava, e si aiutava con certe mosse della bocca, così che avresti detto di potergli leggere in viso ogni lettera che la penna andava tracciando. Se avesse dovuto essere premiato in rapporto allo zelo, egli forse, e con sua grande costernazione, sarebbe finito magari consigliere di Stato; invece, tutto il servizio, come dicevano quegli spiritosi dei suoi colleghi, gli aveva fruttato soltanto un ficosecco per decorazione e le emorroidi fin sul groppone. D’altra parte non si può dire che lo avessero trascurato del tutto. Un direttore, che era un brav’uomo e desiderava ricompensarlo per il lungo servizio, aveva dato ordine di affidargli un lavoro un po’ più importante delle solite copie, e cioè: gli venne assegnata l’incombenza di estrarre da un incartamento già pronto una relazione per un altro ufficio; si trattava appena di cambiar l’intestazione e, qua e là, i verbi dalla prima alla terza persona. Questo lavoro gli costò una tale fatica che egli si ricoprì interamente di sudore; si rasciugò la fronte, e infine disse: “No, datemi piuttosto qualcosa da ricopiare”. Da allora fu lasciato per sempre alle sue copie. Fuori di quel copiare, sembrava non esistesse null’altro al mondo, per lui. Non si preoccupava affatto del vestire: la sua uniforme non era ormai più verde, ma di color rossastro-farinaceo. Aveva un baveruccio striminzito, rattrappito, così che il collo, spuntando fuor da quel bavero, benché non lungo, faceva l’impressione d’essere lunghissimo – come il collo di quei gatti d’alabastro che hanno il capo che dondola, e che sono portati a dozzine, sulla testa, dai “forestieri” russi. E, su quell’uniforme, restava sempre appiccicato qualche cosa: o un fuscellino di fieno, o un filolino; e, camminando per strada, egli aveva, inoltre, la particolare abilità di andare a capitare sotto qualche finestra nel momento preciso in cui rovesciavano giù ogni specie d’immondizie, e perciò se ne andava eternamente con sul cappello o una scorza d’anguria o di melone, o qualche altro affaruccio del genere.

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