DAVID H. LAWRENCE – “L’amante di Lady Chatterley”

“E… l’altro uomo?”, chiese.
“Importa molto? Queste cose a noi importano tanto?... Tu hai avuto quell’amante in Germania… e cos’è adesso? Quasi niente. Mi sembra che queste piccole azioni e piccole relazioni che abbiamo nella vita non abbiano molta importanza. Sono cose che passano, e dove vanno? Dove? Dove sono le nevi dell’inverno scorso?... E’ ciò che dura tutta la vita, che conta; per me conta la mia vita nella sua lunga continuità e nel suo sviluppo. Ma che importano le relazioni occasionali? E soprattutto le relazioni sessuali! Se non le si esagerasse in modo ridicolo, sarebbe come l’accoppiamento degli uccelli. E così dovrebbe essere. Che importano? Quello che importa è la lunga unione di tutta una vita. E’ la vita in comune giorno dopo giorno, e non l’andare a letto insieme una o due volte. Tu e io siamo sposati, qualunque cosa accada. Siamo abituati l’uno all’altra, e l’abitudine, per come la penso io, è più vitale di ogni eccitamento fugace. L’unione lenta, lunga, duratura… per questo viviamo… non per il godimento occasionale. A poco a poco, a forza di vivere insieme, due persone arrivano a una specie di unisono, tanto sono intimamente legate. E’ questo il vero segreto del matrimonio, non il sesso, almeno non la semplice funzione sessuale. Tu e io siamo uniti dal matrimonio. Se ci atteniamo a questo dovremmo essere in grado di risolvere la questione del sesso, così come risolviamo il fatto di andare dal dentista; visto che il destino ci ha dato fisiologicamente scacco matto”.
Connie rimase seduta ad ascoltare, meravigliata e impaurita. Non sapeva se aveva ragione o no. C’era Michaelis che amava: così almeno diceva a se stessa. Ma il suo amore non era in un certo senso che un’escursione nel suo matrimonio con Clifford, la lunga, lenta abitudine di intimità forzata attraverso anni di sofferenza e sopportazione. Forse l’animo umano ha bisogno di escursioni, e non si deve negargliele. Ma la caratteristica dell’escursione è che si ritorna sempre a casa.
“E non t’importerebbe da che uomo avrei il bambino?”, chiese.
“Ma, Connie, mi fiderei del tuo istinto naturale di decoro e scelta. Non ti lasceresti certo toccare da un uomo sconveniente”.
Pensò a Michaelis! Era proprio il tipo d’uomo che Clifford trovava sconveniente.
“Ma gli uomini e le donne possono avere idee diverse al proposito”, disse.
“No”, replicò lui. “Tu ci tieni a me. Non credo che potresti avere interesse per un uomo che mi sia antipatico. Il tuo equilibrio non lo permetterebbe”.
Connie rimase in silenzio. La logica poteva essere incontestabile però era del tutto sbagliata.
“E dovrei parlartene?”, chiese, lanciandogli un’occhiata furtiva.
“Niente affatto. Preferirei non sapere nulla… Ma sei d’accordo con me, vero, che il rapporto sessuale non è niente, in confronto a una vita intera trascorsa insieme? Non pensi che si possa subordinare il sesso alla necessità di una vita intera? Farne uso, visto che dobbiamo agire in questo modo? Dopotutto, importano ‘davvero’ questi eccitamenti passeggeri? Tutto il problema della vita non è forse quello di costruire lentamente una personalità completa attraverso gli anni? Vivere una vita completa? Una vita incompleta non ha senso. Se la mancanza di sesso ti rende incompleta, allora va a procurarti una relazione. Se la mancanza di figli ti rende incompleta, allora fai un figlio se puoi. Ma fai queste cose solo per avere una vita completa, che renda le cose armoniche. E io e te possiamo fare questo insieme… non credi?... se ci adattiamo alle necessità, e allo stesso tempo inseriamo questo adattamento alla nostra vita continuamente vissuta insieme. Non sei d’accordo?”.
Connie si ritrovò un po’ sommersa dalle sue parole. Sapeva che in teoria aveva ragione. Ma in pratica, quando considerava la vita continuamente vissuta con lui… esitava. Il suo destino era veramente quello di lasciarsi assorbire nella vita di quell’uomo fino alla morte? Nient’altro?
Solo questo? Doveva accontentarsi di tessere una vita in comune con lui, un unico tessuto, magari ricamato con fiori di avventure occasionali. Ma come poteva sapere cosa avrebbe provato l’anno prossimo? Come si fa a saperlo? Come si poteva dire “Sì”? Per anni e anni? Quel piccolo “sì”, pronunciato come un soffio. Perché si doveva essere inchiodati da quella parola leggera come una farfalla? Naturalmente doveva aprire le ali e sparire, per essere seguita da altri sì o no! Come un volo di farfalle.
“Credo che tu abbia ragione, Clifford. E per quanto riesco a capirne sono d’accordo con te. Solo la vita può dare una nuova svolta al tutto”.
“Ma finché la vita non dà una nuova svolta, sei d’accordo?”
“Oh, sì! Credo di sì, davvero”.
Connie stava guardando uno spaniel bruno che era sbucato di corsa da un sentiero laterale, e li stava osservando col muso sollevato, abbaiando piano. Un uomo con un fucile avanzò, da dietro il cane verso di loro a passi rapidi e silenziosi, come se volesse attaccarli; poi invece si fermò, li salutò, e si diresse giù lungo la collina. Era solo il nuovo guardiacaccia, ma aveva spaventato Connie; era apparso in modo improvviso e minaccioso. Così l’aveva visto, come un’improvvisa minaccia uscita dal nulla. Era vestito di fustagno verde scuro e ghette… vecchio stile, con il viso rosso, baffi rossi e occhi che guardavano lontano. Stava scendendo rapidamente la collina.
“Mellors!”, chiamò Clifford.
L’uomo si voltò leggero e fece un saluto con un gesto rapido, da soldato!
“Vuoi girarmi la carrozzella e farla partire? E’ il modo migliore”, disse Clifford.
L’uomo si gettò immediatamente il fucile sulle spalle, e si avvicinò con la stessa curiosa andatura rapida e leggera, come mantenendosi invisibile. Era di statura media e magro, e silenzioso. Non guardò Connie, sola la carrozzella.
“Connie, questo è il nuovo guardiacaccia, Mellors. Ha mai conosciuto la signora, Mellors?”
“No, signore!”, fu la risposta pronta e neutra.

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