PERCHE' IL SESSO DELLE DONNE E' STATO UN TABU'

Più della metà del genere umano possiede un organo sessuale chiamato
vulva. Eppure l'uomo bianco occidentale, più o meno pervaso dei miti
giudaico-cristiani, è ancora alle prese con una grande perplessità: il
sesso femminile non è uno dei due sessi, ma qualcosa di diverso, di
misterioso.
Per oltre venti secoli le arti plastiche occidentali non hanno osato
rappresentare il sesso femminile, nei suoi semplici connotati
distintivi. Spesso omesso o comunque sempre velato o falsificato,
molto raramente l'organo sessuale della donna è stato mostrato a
differenza di quello dei maschi.
Il pelo pubico, di solito abbondante nella donna bianca, non ha mai
avuto il minimo accenno nell'arte classica.
Cosa diversa si è verificata nelle civiltà extra-occidentali e
nell'arte che ha preceduto l'epoca greca classica.
Numerosi esempi preistorici, egizi, micenei, indiani, africani ci
mostrano la naturalezza della rappresentazione genitale femminile.
Di fronte a un secolare interdetto dobbiamo dire che il cristianesimo,
sebbene responsabile in modo preminente, ha avuto nella civiltà greca
un complice inopinato nell'instaurazione di quella censura sistematica.
La civiltà greca per prima ha propugnato la libertà del corpo e dello
spirito. Soprattutto la scultura greca è un inno al corpo umano e alle
sue forme, con un trionfo del sesso femminile rappresentato da giovani
nude e belle.
Tale libera esplosione di forme ha l'incomprensibile corrispettivo
nella totale obliterazione genitale: non c'è alcun segno di apertura o
di apparato pilifero. La stessa Venere, la dea dell'amore, non reca
mai alcun segno della propria peculiarità femminile.
Dobbiamo riconoscere che, nella civiltà greca, esiste una
dissociazione tra la libera espressione corporea e la totale censura
genitale.
Non capiremmo tale dicotomia se non riflettiamo sulle caratteristiche
del pensiero greco basato sulla parola, sul "logos".
Il termine "logos" è la pietra di fondamenta della logica, che informa
la nostra civiltà occidentale.
La logica greca (che è assai diversa da quella dei nostri giorni
basata sulla ricchezza dei dati) si fondava sul buonsenso e tendeva a
semplificare, poiché la semplicità aumentava la chiarezza. La
preoccupazione del "logos" greco era l'origine, la collocazione di
ciascuna cosa al suo proprio posto.
In tal senso si capisce bene la preoccupazione di eliminare una vulva,
che avrebbe senza dubbio "complicato", e complicare non si doveva, pena
il rischio di smarrire i "ragionamenti semplici".
Da Eraclito a Socrate, da Pitagora a Epicuro la preoccupazione è
sempre quella: difendere la semplicità del reale, che sola può rendere
comprensibile l'intero universo.
Il pensiero socratico, quello della maieutica, si basava sulla fiducia
che attraverso il "logos" si può giungere alla comprensione di tutto.

La scienza del ragionamento, che è alla base di una scienza esatta
come la geometria, informa anche la comprensione della morfologia
umana e dunque il canone estetico. I rapporti tra ogni parte del corpo
e l'insieme del corpo, rientra pienamente nelle nozioni geometriche
semplici e dunque in grado di riferirsi all'universale.
Dunque dal piccolo al grande, dalla curva di un seno alla collocazione
delle stelle, ogni elemento risponde ai procedimenti logici della
geometria.
Tale modo di pensare presenta alcuni gravi difetti.
In primo luogo il nominalismo, ossia l'idea che nulla può essere
conosciuto se prima non viene nominato. Ne consegue che la conoscenza
del mondo deriva da processi di ragionamenti, piuttosto che da
esperimenti ed esperienze sensibili. Tutti i non-senso dei sofisti
derivano da questa cieca fiducia nel "logos".
Rilanciare sempre all'esterno e non interrogare mai le cose
dall'interno, ha portato alla rappresentazione delle sventure degli
eroi esclusivamente sotto l'ottica del destino e mai con
l'introspezione obiettiva dei sentimenti.
Aristofane ricopre di sarcasmo Euripide poiché questi tenta di entrare
nella psicologia dei personaggi. Vi è il disgusto per l'introspezione,
per il guardare dentro, prova ne sia la totale ripulsa per la
dissezione dei cadaveri, a cui farà eccezione Aristotele con il suo
"Trattato anatomico".
Il pensiero greco, nel tentativo di comprendere l'universale, finisce
per universalizzare tutto. L'impostazione tendente alla semplicità,
essendo rigidamente applicata, approda invariabilmente a conclusioni
semplicistiche.
La filosofia greca non prende minimamente in considerazione che la
verità possa essere complessa.
Se per malaugurata ipotesi il pensiero umano si fosse affezionato
troppo all'assioma della semplicità, la scienza non sarebbe neppure
nata.
Anche l'asservimento dell'etica e dell'estetica al "logos" ha avuto
gravi conseguenze. Si è finito per svuotare di importanza i moti
affettivi e le evidenze biologiche.
Sul piano dell'estetica del corpo della donna, per esempio, si ha
assurdamente la prevalenza del canone formalistico sull'oggettività
dell'anatomia.
La rappresentazione dei concetti universali finisce per prevaricare
del tutto l'oggettività del particolare. In tal modo l'armonia dei
corpi umani risulta essere più di carattere geometrico che di evidenza
anatomica. Perciò non ha senso criticare le misure della Venere di Milo.
La prevalenza geometrica fa sì che le immagini risultino stereotipate
e le statue scolpite finiscano per avere poca variazione tra loro, in
un incarnato corporeo e in una fisionomia del viso sostanzialmente
sovrapponibili.
Ecco il perché nell'arte greca il ritratto non esiste quasi,
interamente fagocitato dall'universalità delle forme.

La civiltà greca non è stata affatto sessuofobica. Non aveva tabù di
linguaggio né remore nella pratica del nudo.
Se prendiamo le commedie e la poesia notiamo un'espressione totalmente
libera per ciò che riguarda l'amore carnale. Non ci sono perifrasi per
indicare gli organi e gli atti sessuali, ma li si nomina semplicemente
con terminologia corrente.
Dopo la predominanza cristiana, nessun drammaturgo occidentale ha
mostrato altrettanta libertà linguistica. Nei nostri teatri,
Aristofane non potrebbe essere rappresentato in una traduzione
letterale dei testi, che ci risulterebbero troppo crudi e volgari.
Per esempio nella "Lisistrata" si parla apertamente di pene, vulva e
clitoride e la nostra tradizionale sensibilità non potrebbe accogliere
tale schiettezza.
Fin dalla antichità in Grecia c'era la pratica del
nudo integrale nei contesti pubblici e questo per entrambi i sessi.
E' risaputo che le gare olimpiche vedevano atleti competere senza
vestiti ed anche i normali esercizi ginnici e il bagno pubblico erano
l'occasione per la gioventù di denudarsi senza alcuna remora.
L'organo sessuale maschile, il fallo, è ubiquamente rappresentato e
fatto oggetto di onore per diversi motivi. Il fallo viene scolpito e
dipinto, ed esposto in ogni dove.
Se ne fanno amuleti portafortuna che si indossano costantemente.
Il dio Priapo è il protettore della fertilità dei campi e dipinto di
rosso funge da pietra miliare o da spauracchio per i ladri. E' un
simbolo religioso molto venerato dalle ragazze, che lo portano in
processione, considerando un privilegio poter portare in spalla quel
simbolo fallico al pari di ciò che avviene nelle nostre processioni
del santo patrono.
Le statue maschili sono dotate di tutti gli attributi virili: pene e
apparato pilifero. Il fallo e lo scroto, lungi dallo scandalizzare i
greci, sono rappresentati con compiacimento. Il motivo va ricercato
nella morfologia di quegli organi che perfettamente si apparentano
alle figure geometriche elementari.
Al pari dei seni femminili, il fallo e lo scroto hanno le doti
dell'estroversione e della palpabilità, e anche i peli circostanti
riposano su terreno sicuro.
Le statue femminili risultano sempre prive di organi genitali. Non c'è
il minimo accenno a una fessura o alla peluria pubica: tutto liscio
senza il minimo rilievo.
Palesemente l'organo sessuale femminile non ha diritto di cittadinanza
nel mondo della rappresentazione artistica.
Il motivo l'abbiamo già detto in precedenza: la vulva non è semplice
ed è introflessa. Non si presta affatto alla comparazione geometrica,
e dunque non si presta all'elaborazione da parte del "logos".
Perché il sesso femminile sia aperto e leggibile occorre una posizione
particolare della donna a cui solo l'amante può avere accesso.
Il maschio in tal modo può elaborare l'oggetto pudendo solo mentalmente per conto proprio, ma non lo può esplicitare nella rappresentazione artistica.
Di tutti gli organi del corpo umano, la vulva è il più inafferrabile e
complesso, a causa delle sue anfrattuosità.
I numerosi paragoni poetici sottolineano tale natura criptica che
richiama il mistero, ma anche l'insidia.
L'immagine della conchiglia (valva=vulva) implica il concetto della
chiusura ermetica oltre la quale si può nascondere la perla, ma anche
il mollusco sfatto.
La configurazione delle pieghe vulvari suggerisce un continuo
ripiegamento su se stessa, che nel plurimo rimando all'oltre esprime
l'impossibilità della catalogazione.
In tanta varietà e rimandi all'oltre ogni donna differisce dall'altra,
molto di più delle differenze fisionomiche espresse dal volto. Ciò è
un dato lapalissiano per ginecologi e sessuologi, ma potrebbe
aggiungere smarrimento e confusione a chi già è molto confuso di suo.
Il mio riferimento non benevolo va alle persone con una rigida
mentalità religiosa.
François Mauriac, uno scrittore cattolico in auge qualche decennio fa,
a proposito del "Riposo del guerriero" di Christiane Rochefort,
scriveva: "Perché dovrebbe interessarci la storia del sesso di una
donna, dato che questo è il punto in cui essa differisce meno dalle
sue simili? O ignobile parola di tre lettere...".
Mauriac, come gli è accaduto spesso, si sbaglia completamente. E poi,
poveretto, tutta quell'angoscia per la semplice parola "con" (fica)!
Il protagonista della "Noia" di Alberto Moravia, al contrario, trova
molto più espressive le linee del sesso della sua amante rispetto a
quelle del volto, banale e insipido.

L'individualismo del sesso femminile è uno dei pilastri del mistero dell'erotismo. Prima di Courbet, nessun artista era riuscito a mostrare in primo piano una vulva con il suo apparato pilifero.
D'altra parte l'abbondante peluria contribuisce al nascondimento e al mistero. Oggi, con la dilagante tendenza alla depilazione genitale, si tende a rendere più facile il contatto, in tutti i sensi, con la vulva.
La rasatura del pelo pubico, in ogni epoca, ha risposto a imperativi di igiene parassitaria. Non dimentichiamo che pulci, piattole e pidocchi erano ubiquitariamente presenti solo pochi lustri fa.
Nell'antica Grecia le donne "oneste" erano solite depilarsi, proprio allo scopo di togliere dall'organo sessuale quel sottinteso di complessità e di mistero. Il mistero riguarda soprattutto il terreno "instabile" da cui nasce il vello pubico femminile, contrariamente alla solidità del terreno maschile.
In altre parole è come se la vegetazione femminile nascondesse la palude, insidiosa per la sua melma e per i suoi miasmi.
Le donne greche che si depilavano lo facevano soprattutto per accattivarsi l'adesione maschile placandone i timori. Depilandosi si otteneva anche il grande vantaggio di mettere a nudo il clitoride, che divenendo più facilmente visibile al maschio ne attraeva la curiosità tattile e la familiarizzazione.
Anche glabra, però, la fessura vulvare non supera l'interdetto della rappresentabilità.
Nelle statue femminili nude, non essendoci il minimo accenno di fessura, si produce un'assoluta ed assurda negazione: quella dell'organo genitale femminile.
A ben pensarci, l'argomento della scarsa geometricità dell'organo, non regge, poiché nella casta posizione eretta si impone la visione del triangolo del monte di Venere, con la sua precisa bisettrice fissurale.
Queste forme vengono ricordate da vicino anche da due lettere dell'alfabeto greco: delta e pi greco.
A dispetto del preciso richiamo geometrico si ha la totale obliterazione sia del monte di Venere sia della fessura labiale. Dunque non è questione di geometria bensì di allontanamento di un inquietante mistero che non ci si sente sicuri di affrontare.
Così si è optato per la mera espunzione della vulva, proprio come successivamente ha fatto il cristianesimo.
Dice Georges Valesin: "Il vello femminile non ha alcuna ragione di essere trattato diversamente dalla barba di Giove o dai riccioli del pastore: c'è tuttavia una ragione della differenza che in pratica esiste: Giove e il pastore sono uomini!".
Si giunge dunque a una falsificazione: poiché il sesso della donna è introflesso viene semplicemente investito dall'irrilevanza e dall'impercettibilità.
Il pensiero greco, come la teologia cristiana, si è bloccato di fronte a un organo del corpo umano, e non riuscendo a ingoiarlo né a sputarlo è restato inebetito in una specie di catalessi.
Il detto di origine greca: "Natura abhorret vacuum" esprime molto bene il senso di tale "impasse".
Due considerazioni vanno fatte di fronte all'inquietudine prodotta dalla vulva: la "profondità" da una parte richiama il mare e dall'altra richiama il mistero della nostra origine. Gustave Courbet, grandissimo artista dall'interessante biografia "ribelle", intitolava la sua celebre vulva: "L'origine del mondo"; e di colpo si è prodotta una grande illuminazione su millenni di buio.

I greci non erano stati grandi navigatori, al contrario dei fenici e dei romani.
Si limitavano a spostamenti da costa a costa e sfuggivano la crociera nei mari aperti. L'elemento liquido, quando si impone in un rapporto troppo a lungo esclusivo, procura grande inquietudine.
I greci hanno inventato l'atletica: corridori, saltatori, lottatori, ma non praticavano per nulla sport nautici. Il nuoto si apprendeva unicamente per cercare la salvezza in caso di naufragio.
Nei poemi omerici ci sono frequenti riferimenti alla profondità vorace ed infida del mare.
Ai greci non sono sfuggite le grandi affinità tra il sesso della donna e gli elementi marini. Tale intima corrispondenza è stata approfondita soprattutto dagli autori della psicoanalisi.
Ferenczi, nel suo saggio "Thalassa", sostiene che negli animali superiori il desiderio maschile è espressione della nostalgia per la vita marina vissuta dai nostri antenati. Il feto, nel periodo della gestazione, realizza totalmente questo ritorno alle origini marine, essendo completamente immerso nelle calme e calde acque dell'amnio.
Anche la donna in amore, secondo Ferenczi, lasciandosi sommergere dai flutti orgastici che portano a una prodigiosa immersione in se stessa, realizza il ritorno all'elemento primario del mare.
Tali suggestioni dello psicoanalista ungherese sottolineano la verità che non è affatto il maschio a "prendere" la femmina, ma è totalmente quest'ultima a costituire il polo attrattivo che innesca l'osmosi sessuale.
Se l'eros femminile attrae vuol dire anche che quella porta d'ingresso può anche "ingoiare" e "perdere".
I fantasmi castratori della "vagina dentata" spiegano con evidenza il panico di certi uomini di fronte allo spettro della "voracità" femminile.
Non è un caso che i mostri marini creati dalla mitologia greca siano tutti di sesso femminile: Cariddi, Scilla, le Sirene.
Anche l'unico occhio del Ciclope, antropofago e vampiro, ha una suggestione vulvare.
Le baccanti, che sono i simboli dionisiaci dello scatenarsi dei sensi, appaiono inquietanti, come dice Comelin: "Gli occhi stralunati, la voce minacciosa, i capelli sparsi sulle spalle nude".
Le baccanti, in più episodi, sono lo strumento della vendetta del loro padrone, Bacco.
Perloppiù nel corso di feste dionisiache, la libido femminile nasconde l'insidia della morte. E i greci rappresentavano la morte come una caverna concava, uguale in tutto all'antro femminile.
Anche gli Inferi sono costituiti da antri, gallerie e pantani che a ogni passo minacciano di inghiottirci.
La parola "baratro", inventata dai greci, esprime perfettamente il concetto, e l'accostamento alla donna non poteva che favorire una svalutazione di quest'ultima.
L'aberrante accoppiamento, concepito dai greci, tra Eros e Thanatos fu ripreso da Freud che ne ha fatto uno dei temi più fertili della psicoanalisi.
Ma anche la psicoanalisi, è bene ricordarlo, ha lanciato il suo sasso nella millenaria lapidazione della donna.

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