MICHAIL BULGAKOV – “Cuore di cane”.

“Gli spazzini, tra tutti i proletari, sono i più vigliacchi; sono canaglie, feccia dell’umanità, sono la categoria più bassa. Per i cuochi, be’, per i cuochi è un altro paio di maniche; prendi, per esempio, la buonanima di Vlas di via Precist’enka. Ha salvato la vita a un sacco di cani! Perché quando un cane è malato quello che conta è mangiare un boccone, ed ecco, dicono i vecchi cani, che Vlas ti poteva gettare un osso magari con qualche avanzo di carne sopra. Gli auguro un bel posto in paradiso. Vlas era un grand’uomo, un cuoco da signori: il cuoco dei conti Tolstoj! Niente a che vedere con quei dannati cuochi del Consiglio dell’Alimentazione Normale. Cosa ci mettono nel cibo, quelli lì… roba che il cervello di cane non l’arriva a capire. Quei criminali fanno il minestrone di cavolo con carne salata e fetida, e i poveri impiegati non ne sanno niente. Arrivano di gran carriera, s’abbuffano e leccano pure i piatti!
Una dattilografa di nona categoria guadagna quarantacinque rubli. Le calze di seta, d’accordo, gliele regala l’amante; ma quante umiliazioni deve ingoiare, per quel filo di seta! Perché lui non fa le cose normalmente, no, lui vuole l’amore alla francese. Davvero dei porci questi francesi, detto tra noi! Anche se mangiano abbondantemente e bevono vino rosso. Sì… verrà di corsa la povera dattilografa perché con quarantacinque rubli al mese, al Bar non ci si va di certo. Non le bastano nemmeno per il cinema, e il cinema per le donne è l’unica consolazione nella vita. La poverina trema, aggrotta la fronte, ma manda giù… Ci pensate? Quaranta copechi per due portate che messe insieme non ne valgono neanche quindici: gli altri venticinque, è chiaro, se li è intascati l’amministratore. E poi, in fin dei conti, credete veramente che sia questa l’alimentazione di cui ha bisogno? Ha qualcosa all’apice del polmone destro, è una malattia femminile di origine francese; e poi le fanno le ritenute sullo stipendio, e alla mensa le danno da mangiare cibo avariato. Eccola, eccola: corre nel portone con le calze dell’amante, con i piedi freddi e con la pancia mezza scoperta, perché la maglietta di lana che porta è rada come il mio pelo e ci passa il vento… E le mutandine… le mutandine sono un velo di pizzo, e non le tengono affatto caldo. Sono un gingilletto, come piace all’amante. Se le mettesse di flanella, lui comincerebbe a strepitare: ‘come sei sciatta! Non basta la mia Matrena, con i suoi mutandoni di flanella, anche tu ci metti! Adesso è venuto il mio turno. Sono diventato Presidente, e tutto quello che rubo voglio spendermelo in donne, code di gamberi e champagne. Quand’ero giovane ho fatto la fame, anche troppo; adesso basta! Tanto la vita ultraterrena non esiste’.
Mi fa una pena, la ragazza. Ma io mi faccio ancora più pena. Non parlo per egoismo, questo no, ma effettivamente c’è una bella differenza, tra lei e me. Lei perlomeno a casa se ne sta al caldo e io invece… dove vado, io? Uuuuhhh…!”.

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