ANTON CECHOV – “Il monaco nero”

Kovrin venne nominato titolare di cattedra. La prolusione era fissata per il due di dicembre: venne affisso l’avviso nel corridoio dell’università. Ma quel giorno mandò un telegramma al direttore didattico, avvisando che non avrebbe fatto lezione perché malato.
Gli saliva il sangue in gola. Sputava sangue, ma un paio di volte al mese l’emorragia era cosi forte da lasciarlo indebolito e stordito. Quella malattia non lo spaventava: sua madre, con la stessa malattia, era vissuta dieci anni e forse più, e poi i dottori gli avevano assicurato che non era pericoloso, bastava non agitarsi, fare una vita regolare e parlare il meno possibile.
In gennaio rimandò di nuovo la lezione per la stessa ragione, in febbraio era troppo tardi per cominciare il corso. Dovette rinviare l’inizio all’anno successivo.
Non viveva più con Tanja, ma con un’altra donna, che aveva due anni più di lui e lo curava come un bambino. Il suo umore era tranquillo, quieto: accettava tutto di buon grado, e quando Varvara Nikolaevna, così si chiamava la sua compagna, decise di portarlo in Crimea, acconsentì, sebbene presentisse che da quel viaggio non sarebbe venuto niente di buono.
Arrivarono la sera a Sebastopoli e si fermarono in albergo per riposare e ripartire il giorno dopo per Jalta. Il viaggio li stancò tutti e due. Varvara Nikolaevna bevve del tè, si mise a letto e si addormentò subito. Kovrin non si coricò. Ancora a casa, un’ora prima di andare in stazione, aveva ricevuto una lettera da Tanja ma non si era deciso ad aprirla: ora l’aveva nella tasca destra e gli dava una sgradevole sensazione. Se si guardava dentro con sincerità, riteneva il suo matrimonio con Tanja un errore, era contento di essersi definitivamente separato da lei. Il ricordo di quella donna, che alla fine si era trasformata in una reliquia vivente, che aveva perduto ogni attrattiva tranne i grandi occhi intelligenti sempre attenti e fissi su qualcosa, suscitava in lui solo compassione e irritazione verso se stesso. La calligrafia sulla busta gli ricordava come due anni prima fosse stato ingiusto, crudele, come si fosse vendicato su persone completamente innocenti del suo vuoto interiore, della noia, della solitudine, dell’insoddisfazione della propria vita. Si ricordò a questo proposito che un giorno aveva strappato in piccoli pezzi la propria dissertazione e gli articoli scritti nel periodo della malattia, li aveva buttati dalla finestra e i pezzetti di carta, portati dal vento, si erano posati sugli alberi e sui fiori. In ogni riga gli sembrava affiorassero posizioni presuntuose e infondate, provocazioni superficiali, mania di grandezza: gli sembrava di leggere la descrizione dei propri difetti. Ma dopo aver strappato e buttato dalla finestra l’ultimo quaderno, aveva provato una tale irritazione e amarezza che era andato dalla moglie e le aveva detto un mucchio di cose sgradevoli. Dio mio, come l’aveva tormentata! Una volta, volendo ferirla, le aveva detto che suo padre aveva avuto, nella loro storia, un ruolo poco simpatico, poiché era stato lui a chiedergli di sposarla: Egor Semenyc aveva involontariamente ascoltato, si era precipitato nella stanza e, non riuscendo a pronunciare parola per la disperazione, si era messo a pestare i piedi, a mugolare in modo strano, come se gli avessero tagliato la lingua. Tanja, guardando il padre, aveva lanciato un urlo straziante ed era svenuta. Una scena terribile.
Tutto ciò gli veniva in mente vedendo la nota calligrafia. Uscì sul balcone: il tempo era calmo e caldo, si sentiva l’odore del mare. La baia stupenda rispecchiava la luna, le luci della costa: aveva un colore difficile da definire, una delicata fusione di verde e blu che in alcuni punti diventava azzurro vetriolo. A tratti sembrava che la luce lunare si espandesse e coprisse tutta la baia: che armonia di colori, che sensazione di calma, pace, grandiosità!
Al piano inferiore, sotto il balcone, le finestre dovevano essere aperte, perché si sentivano distintamente voci femminili e risate. Evidentemente c’era una festa.
Kovrin fece uno sforzo su se stesso, aprì la lettera e, rientrato in camera la lesse:
“Poco fa è morto mio padre. Questo lo devo a te, perché tu l’hai ucciso. Il nostro giardino va in rovina, l’hanno preso in mano degli estranei, cioè succede quello che tanto temeva mio padre. Anche questo lo devo a te. Ti odio con tutto il mio essere e ti auguro di morire presto. Come soffro! Un dolore insopportabile mi brucia dentro… Che tu sia maledetto. Ti ho creduto una persona straordinaria, un genio, ti ho amato, ma si è scoperto che eri un pazzo… “
Kovrin non poté leggere oltre, strappò la lettera e la buttò via. Fu preso da un’agitazione simile al terrore. Dietro il paravento dormiva Varvara Nikolaevna, la si sentiva respirare; dal piano di sotto arrivavano voci femminili e risate: ma aveva la sensazione che in tutto l’albergo non ci fosse nessuno tranne lui. Provava terrore per la maledizione di Tanja, l’infelice, affranta Tanja che nella sua lettera gli augurava la morte: guardò di sfuggita la porta, come se temesse di veder comparire la sua visione e di esser di nuovo posseduto da quella forza sconosciuta che in quei due anni aveva causato tante sciagure nella sua vita e in quella delle persone a lui vicine.
Sapeva per esperienza che quando si perde il controllo dei propri nervi, il miglior rimedio è il lavoro. Bisogna sedersi alla scrivania e costringersi a qualsiasi costo a concentrarsi su qualche pensiero. Tirò fuori dalla cartella rossa un quadernetto, dove c’era lo schema di un breve lavoro compilativo, che aveva preso con sé nel caso in Crimea si fosse annoiato, non avendo nulla da fare. Si sedette a tavolino e si mise al lavoro sullo schema: gli sembrò che riaffiorasse la sua condizione di spirito tranquilla, calma, indifferente. Il quadernetto gli suscitò addirittura pensieri sulla vanità del mondo: quanta fatica deve fare l’uomo per ottenere insignificanti, comunissime gratificazioni. Per ottenere, ad esempio, verso i quarant’anni una cattedra, essere professore ordinario, esporre in un linguaggio pedante, noiosissimo, senza alcuna originalità, pensieri di altri: insomma, per raggiungere la posizione di mediocre studioso, Kovrin aveva dovuto studiare quindici anni, lavorare giorno e notte, passare attraverso una grave malattia psichica, un matrimonio fallito, un mucchio di gesti stupidi e ingiusti, che avrebbe preferito non ricordare. Riconosceva lucidamente e accettava di essere una persona mediocre: ognuno di noi, in fondo, deve accontentarsi di quello che è.
Lo schema lo aveva calmato quasi del tutto, ma i pezzetti della lettera strappata, che biancheggiavano sul pavimento, gli impedivano di concentrarsi. Si alzò, raccolse i pezzetti, li gettò dalla finestra: ma dal mare spirava un vento leggero e i pezzetti si sparsero sul davanzale. Di nuovo fu preso da un’agitazione simile al terrore, di nuovo gli sembrò che in tutto l’albergo non ci fosse nessuno tranne lui…

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