BENITO PEREZ GALDOS – “Tristana”

La coscienza del guerriero in amore emanava, e lo si è visto, bagliori d’astro incandescente, ma qualche volta lasciava intravedere l’orribile aridità dell’astro spento, estinto. Al codice morale del buon cavaliere mancava, infatti, un pezzo importante e, proprio come tutti gli organi che abbiano subito una mutilazione, funzionava solo in modo incompleto o difettoso. Era che don Lope, seguendo il consolidato dogma della sua cavalleria sedentaria, in faccenda di sottana non riconosceva peccato, sbaglio o responsabilità. Purché non si corteggiasse la donna, moglie o amante di un intimo amico, ogni cosa per lui era lecita in amore. Gli uomini del suo stampo, figliuoli viziati da Adamo, avevano ricevuto dal Cielo una tacita bolla che li esimeva da ogni morale, sia di fronte alla polizia ordinaria che alle leggi cavalleresche. La sua coscienza, su altri punti tanto sensibile, su questo era più dura e inanimata di un sasso, con la differenza che il sasso, se ferito dal parafango di una carrozza, suole produrre qualche scintilla, mentre la coscienza di don Lope, nelle faccende d’amore, anche se fosse stata stritolata dai ferri del cavallo di Santiago, non avrebbe emanato un barlume di luce.
Professava i principi più erronei ed evanescenti, e li rafforzava con argomentazioni storiche ingegnose, ma non per questo meno sacrileghe. Sosteneva che nel rapporto uomo-donna vigeva solo la legge dell’anarchia, ammesso che l’anarchia avesse una legge; e l’amore è sovrano, e non deve essere assoggettato al proprio intrinseco canone, poiché le limitazioni esterne alla sua sovranità non servono che a indebolire la razza, a impoverire il flusso del percorso sanguigno dell’umanità. Diceva, non senza arguzia, che tutti i comandamenti del Decalogo trattavano i ‘peccata minuta’, e non erano stati opera di Dio, ma un’aggiunta di Mosè, dovuta a ragioni squisitamente politiche. La ragion di Stato aveva poi influito nelle epoche successive, rendendo indispensabile il controllo poliziesco delle passioni. Nel corso del tempo, però, venuta meno l’intima logica del presupposto, solo la routine e la naturale pigrizia umana avevano favorito la conservazione degli effetti, pur in assenza della causa che li aveva originati. Una deroga s’imponeva, e il legislatore, senza perdersi in quisquilie, doveva por mano a quei vetusti articoli. Una necessità testimoniata dalla stessa società che, di fatto, deroga su ciò che i governanti vogliono conservare a dispetto delle nuove tendenze dei costumi e della realtà stessa del vivere comune. Ah, se quel buonuomo di Mosè tornasse! Non lascerebbe ad altri il compito, lui stesso correggerebbe la sua opera, riconoscendo che i tempi non sono tutti uguali tra loro.
Pare superfluo avvertire che quanti conoscevano Garrido, compreso chi scrive, rifuggivano e rifuggono tali idee e deplorano con tutta l’anima la condotta dell’insensato cavaliere, che è poi una fedele applicazione delle sue perverse dottrine. A ciò s’aggiunga che quanti appezzano la validità dei grandi principi su cui poggia ‘eccetera, eccetera’… come facciamo noi, gli si rizzano i capelli in testa al solo pensiero di come funzionerebbe la macchina sociale, se ai suoi insigni manovratori venisse il ghiribizzo di sposare le assurdità di don Lope, e cancellassero quegli articoletti o comandamenti, la cui inutilità egli proclama con le parole e con i fatti. Se non ci fosse un inferno, bisognerebbe inventarne uno per il solo don Lope, e fargli scontare lì per l’eternità l’essersi preso gioco dalla morale; e che la cosa servisse da monito perenne ai molti che, pur senza dichiararsi suoi seguaci, lo furono a tutti gli effetti in questa nostra terra macchiata dal peccato.
Il cavaliere era felice della sua nuova conquista. La piccola era graziosa, sveglia, piacevole nei modi, di carnagione fresca e seducente eloquio. “Si dica pur quel che si vuole,” argomentava fra sé e sé, ricordando i propri sacrifici per mantenere la madre e salvare il padre dal disonore, “ma me la sono guadagnata. Non mi ha forse chiesto Josefina di proteggerla? Più protetta di così è impossibile! La difendo da ogni pericolo, e adesso nessuno si azzarderà a sfiorarla nemmeno con un dito.” Nei primi tempi, il seduttore circondava il suo tesoro di squisite e scaltre attenzioni: temeva la ribellione della fanciulla e i suoi improvvisi sgomenti per la differenza d’età, che era senz’altro maggiore di quanto prevedesse lo stesso canone d’amore. Lo incalzavano timori e sconforti, e sempre di più avvertiva nella coscienza quel timido solletico che vien prima del rimorso. La sensazione, però, durava poco, e il cavaliere tornava baldanzoso più di prima. Poi, l’azione devastatrice del tempo ne smorzò gli entusiasmi, ammorbidendo il rigore della sua inquieta vigilanza, sino a che non si ritrovò nella situazione tipica di quei matrimoni che, avendo esaurito il capitale delle tenerezze, prendono a erodere, con circospezione e avarizia, la rendituccia dell’affetto pacato e un poco scipito. Bisogna dire subito che nemmeno per un attimo passò per la testa del cavaliere l’idea di sposare la sua vittima; lui aborriva il matrimonio, lo riteneva una formula abnorme di schiavitù, inventata dai poteri forti della terra per mettere nel sacco la povera umanità.
Tristana accettò questa maniera di vivere quasi senza valutarne la gravità. Aveva gli occhi bendati da quella stessa innocenza che le aveva suggerito timide difese mai poste in atto; solo lo scorrere metodico del tempo che misurava il suo disonore le diede l’opportunità di far luce e di riflettere sulla sua penosa situazione. Ciò che la pregiudicava maggiormente si doveva alla sua educazione abborracciata; ma a perderla del tutto furono le stregonerie e gli stratagemmi di cui era maestro quel furfante di don Lope, il quale compensava le perdite dovute al trascorrere degli anni, con la sottile maestria della parola e con eccezionali attenzioni galanti, oggi cadute in disuso visto che quanti ne conoscevano i segreti sono ormai dei morituri. Resosi conto che era per lui impossibile catturare il cuore della giovane, il maturo spasimante fece affidamento alla sua fervida fantasia al fine di creare un clima di finta passione, che, occasionalmente, poteva essere da lui contrabbandato per passione vera.

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