FRANçOIS RABELAIS – “Gargantua e Pantagruele”

“Intendo”, rispose Pantagruele, “e davvero mi pare buon argomentatore e affezionato alla vostra causa. Ma potete predicare e patrocinare fino alla Pentecoste e rimarrete sbalordito di non avermi persuaso; con tutto il vostro bel parlare non m’indurrete a indebitarmi. Nulla dobbiate a nessuno, dice il Santo Inviato, se non amore e affetto reciproco. Voi mi adoperate di belle immagini e diatiposi, e mi piacciono assai. Ma io vi dico che se immaginate uno sfrontato stoccatore e un importuno cercatore di prestiti che entri per la prima volta in una città già edotto de’ suoi costumi, voi troverete che al suo entrare i cittadini saranno più sgomenti e trepidanti che se v’entrasse la peste travestita come la trovò il filosofo Tianiano in Efeso. E son d’avviso che non errassero i Persiani stimando secondo vizio il mentire, primo il far debiti. Poiché debiti e menzogne vanno ordinariamente insieme.
Non voglio tuttavia inferire che mai non si debba aver debito, mai si debba prestare. Non è alcuno per quanto ricco, che talora non abbia qualche debito, e non v’è alcuno per quanto povero dal quale non si possa talora prendere a prestito. La buona regola la insegna Platone nelle sue ‘Leggi’, quando ordina non si permetta ai vicini di attingere acqua nei pozzi propri se prima non abbiano scavato e zappato nei loro pascoli fino a trovare quella specie di terra che si chiama ceramita (cioè terra da vasi) e non vi abbiano trovato sorgente o scolo d’acqua.
Quella terra infatti, per la sua sostanza che è grassa, forte, liscia e densa, trattiene l’umidità e non la lascia facilmente esalare. Ed è gran vergogna chieder a prestito sempre e dovunque e da chiunque, piuttosto che lavorare e guadagnare. Allora solamente, a mio giudizio, si dovrebbe prestare, quando una persona lavorando, non ha potuto guadagnare con la sua fatica, o quando improvvisamente abbia la disgrazia inopinata di perdere i suoi beni. Lasciamo dunque questo argomento e d’ora innanzi non vi fate creditori. Del passato vi assolvo”.
“Il meno ch’io possa fare”, disse Panurgo, “in questa faccenda, sarà di ringraziarvi; e se i ringraziamenti devono essere commisurati all’affetto dei benefattori, vi ringrazierò infinitamente, sempiternamente; poiché l’amore che, grazia vostra, avete per me è inestimabile, trascende ogni peso, numero e misura: è infinito, sempiterno. Ma, commisurando il beneficio al calibro dell’utilità e della soddisfazione di chi lo riceve, dovrò ringraziarvi piuttosto fiaccamente. Voi molto mi beneficate, e bisogna pur che lo confessi, assai più che non mi tocchi, assai più dei servigi resivi, assai più che non comportino i miei meriti, ma non tanto in questo articolo debitoriale, quanto pensate. Oh, non è lì il mio male, non è lì il mio affanno, non è lì il prurito. E d’ora innanzi, sdebitato come sono, qual contegno tenere? Non ci sono avvezzo, che, non ci fui allevato, e i primi mesi, credete, temo assai che non ci farò bella figura.
Inoltre non nascerà scorreggia ormai, in tutto il territorio dei Salmigondini che non sia indirizzata al mio naso. Infatti tutti gli scorreggioni del mondo alzando la gamba dicono: Buona pei senza debiti! Oh non avrò vita lunga, lo prevedo. Vi raccomando l’epitaffio. E morirò appestato di scorreggie. Se un giorno come ricetta da far scorreggiare le buone donne afflitte da estrema passione di colica ventosa, i medici non ne avranno abbastanza delle medicine ordinarie, la mummia del mio porco e scorreggiato corpo verrà loro in buon punto. Per quanto poco ne prendano, scorreggeranno più che esse non vogliano. Onde vi pregherei che mi lasciaste almeno qualche centuria di debiti, come Luigi undicesimo, avendo liberato da tutti i suoi processi Miles d’Illiers vescovo di Chartres, fu da lui sollecitato affinché gliene lasciasse almeno qualcuno per tenersi in esercizio. Preferisco rinunciar piuttosto a tutta la mia conchiglieria e insieme al mio maggiolinato, nulla togliendo tuttavia al patrimonio principale”.
“Lasciamo quest’argomento”, disse Pantagruele, “ve l’ho già detto una volta”.

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