JAMES JOYCE – “Ulisse”

“Ci aspettano giorni grandi, Mary. Aspetta e vedrai.”
Ah, va’ a farti un giro, tu e i tuoi giorni grandi.
Anche le cameriere dei bar. Commesse al negozio di tabacco.
L’idea di James Stephens era la migliore. Li conosceva. Cerchi di dieci così che uno poteva rivoltarsi al massimo contro il suo stesso gruppo. Sinn Fein. Tirati indietro e ti becchi una coltellata. Mano nascosta. Stai rintanato. Il plotone d’esecuzione. L’ha fatto uscire da Richmond la figlia di Turkney, scappato passando per Lusk. Alloggiava all’hotel Buckingham Palace proprio sotto i loro nasi. Garibaldi.
Serve un certo fascino: Parnell. Arthur Griffith è uno con la testa a posto ma non ha presa sulle masse. Devi riuscire a riempirti la bocca della nostra amata terra. Cibo per bocche buone. La sala da tè nella Dublin Bakery Company. Associazioni per i dibattiti. Il repubblicanesimo è la miglior forma di governo. Che la questione della lingua debba avere la precedenza su quella economica. Falli adescare dalle tue figlie perché ti entrino in casa. Rimpinzali di cibo e alcolici. L’oca di San Michele. Eccoti una bella cucchiaiata di ripieno al timo preso dalla pancia grassa. Gradisci un altro po’ di grasso d’oca prima che si raffreddi troppo. Entusiasti nutrici a metà. Un panino da un penny e stai a cavallo. Nessun riconoscimento a chi trincia la carne. Il pensiero che a pagare sia l’altro è la salsa migliore al mondo. Falli sentire proprio come se fossero a casa loro. Fammi vedere quelle albicocche, voglio dire pesche. Il giorno non troppo distante. La Home Rule sole che sorge da nord-ovest.
Il suo sorriso andò a scemare mentre camminava, una nuvola gonfia lentamente nascondeva il sole, adombrando la faccia arcigna del Trinity. I tram si superavano, in entrata, in uscita, sferragliando. Parole inutili. Tutto va avanti lo stesso; giorno dopo giorno: squadre di poliziotti che escono e tornano marciando: tram che rientrano ed escono. Quei due squinternati in giro a scroccare. Dignam s’è fatto il suo giro in carrozza. Mina Purefoy pancia gonfia su un letto che geme perché le tirino fuori il bimbo. Un nato al secondo ovunque. Un altro che muore ogni secondo. Da quando ho dato da mangiare a quegli uccelli cinque minuti. Trecento ci hanno lasciato la pelle. Altri trecento nati, lavano via il sangue, tutti lavati nel sangue dell’agnello, piangono maaaaaa.
Una città intera che scompare, un’altra città intera che sorge, e poi scompare pure quella: un'altra che sorge, e passa. Case, file di case, strade, miglia di marciapiedi, mattoni accumulati, pietre. Passano in altre mani. Questo proprietario, quello. Il padrone di casa non muore mai, dicono. Un altro entra al suo posto quando arriva l’avviso di sfratto. Da qualche parte deve esserci l’imbroglio. Ammassati nelle città, logorati generazione dopo generazione. Piramidi nella sabbia. Costruite a forza di pane e cipolle. Schiavi muraglia cinese. Babilonia. Grandi pietre abbandonate. Torri rotonde. Il resto detriti, sobborghi spuntati qua e là, costruiti con materiali scadenti, le case fungo di Kerwan, costruite col vento. Riparo per la notte.
Nessuno è niente.
E’ l’ora peggiore della giornata. Vitalità. Spenta, cupa: odio quest’ora. Mi sento come se mi avessero mangiato e rivomitato.

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