MARCHESE DE SADE – “La Nuova Justine”

-Ti devo istruire, disse Omphale, su quattro principali punti: nel primo tratteremo tutto ciò che concerne la casa; nel secondo l’abito delle donne, i doveri e le punizioni, e l’alimentazione; il terzo punto t’istruirà sul tipo di piaceri dei monaci, del modo come le femmine o i maschi servono le loro voluttà; il quarto sarà l’elencazione delle riforme e dei mutamenti.
Ti parlerò poco, Justine, delle fabbriche formanti il corpo di questa spaventosa dimora; me le hanno fatte vedere illuminate perché potessi darne un’idea a quella che sono incaricata d’istruire, e convincerle dell’impossibilità di una fuga. Ieri, Severino ti ha spiegato in parte e non ti ha ingannata. La chiesa e il padiglione annesso formano ciò che è detto il convento, ma tu ignori l’ubicazione dei corpi che costituiscono le nostre abitazioni, come ci si arriva; eccoe
In fondo alla sacrestia c’è una porta nascosta tra l’alto zoccolo in legno, che si apre con uno scatto segreto. Tale porta è l’entrata di un budello buio e lungo; entrandovi il terrore è tale che è impossibile accorgersi di quanto sia tortuoso. Prima, il budello è in discesa perché deve passare sotto un fossato profondo trenta piedi: là c’è un ponte, sul quale forse ricordi di essere passata. Il passaggio poi risale e continua a solo sei piedi sotto terra; così arriva al sotterraneo del nostro padiglione svolgendosi per circa duecento tese e così, hai visto anche tu, tramite una botola si sbuca fuori, nella sala da pranzo. Sei cinte di agrifoglio e di rovi, spesse tre piedi, impediscono ogni possibile visione della dimora, anche se si salisse in cima al campanile. La ragione è semplice: il padiglione ha un altezza non più di cinquanta metri e le sei siepi che lo circondano sono alte più di sessanta. Da qualunque punto si osservi, questa parte non può essere che scambiata per una grossa macchia di bosco e mai per un’abitazione. Questo padiglione, mia cara, volgarmente chiamato il serraglio, è composto da sotterranei, un pianterreno, un mezzanino e un primo piano; la volta che lo ricopre è munita in tutta la sua superficie da una specie di bacile di piombo assai spesso, nel quale sono piantati differenti arbusti sempreverdi che, accordandosi con le siepi che ci circondano, danno maggiormente l’illusione di un autentico boschetto assai folto. I sotterranei formano un gran salone al centro e dodici stanzini intorno; sei servono da cantina, gli altri sei da prigione per i soggetti dell’uno e dell’altro sesso che abbiano meritato tale punizione; e i casi sono talmente frequenti che mai vi è un posto libero. La pena è orribile; tutti gli accessori del più estremo rigore sono presenti; l’umidità è innanzi tutto insopportabile; si viene rinchiusi completamente nudi e a pane e acqua.
-Mio Dio! esclamò Justine, quegli scellerati hanno la crudeltà, l’impudicizia di rinchiudere nudi in un luogo tanto malsano?
-Certo; nulla viene accordato, né una coperta né un vaso per i bisogni; se vedono che si cerca un angolo per farli, si è picchiati; essi ci obbligano a rimetterli un po’ qui e un po’ là, in mezzo alla stanza, e sola là è permesso liberarsi.
-Quale ricerca di sporcizia e di barbarie!
-Oh! tutte quelle del dispotismo e della lussuria sono incredibilmente applicate! Talvolta si viene incatenati nelle celle; e vengono immessi con voi topi, lucertole, rospi, bisce. Molte di noi sono morte, solo per essere rimaste otto giorni in queste cloache; d’altra parte non si rimane mai meno di cinque e molto spesso sei mesi interi. Ne riparleremo.
Sopra tali sotterranei, si trova la sala dei banchetti, nella quale sono celebrate le orge di cui foste testimone ieri. Dodici stanzini sono tutti attorno: sei servono da salottino dei monaci; è là che si chiudono quando vogliono isolare i loro piaceri… sottrarli alla vista della compagnia… Tali stanze, ornate dalle mani della lussuria e della voluttà, racchiudono tutto ciò che può servire per i supplizi. Delle altre sei, in due non è mai entrato nessuno del serraglio; ne ignoriamo completamente l’uso; due altre servono per conservarvi i cibi; la penultima è una dispensa e l’ultima la cucina. Al mezzanino ci sono dodici stanze, delle quali sei munite di salottino: sono quelle dei monaci; nelle altre sei, due confratelli addetti ai servizi, uno carceriere delle donne, l’altro degli uomini, una cuoca, una governante, una sguattera e il chirurgo, con tutto quel che occorre per i primi soccorsi. Un particolare assai importante è che tutte quelle persone, eccetto il cuoco e il chirurgo sono mute: quale aiuto attenderci, quali consolazioni ricevere da persone come loro! Non si fermano mai, d’altra parte con noi, e a noi è proibito, pena severi castighi, di rivolger loro la parola o fare un qualche cenno.
Sopra i mezzanini i due serragli: sono uguali. Hai avuto modo di osservarne le chiusure e hai capito che anche se si riuscisse a spezzare le sbarre delle inferriate delle nostre finestre e scendere, si sarebbe ancor lontani dall’avere la possibilità di fuggire perché si dovrebbero superare ancora le siepi vive, la spessa muraglia che forma la settima cinta e l’ampio fossato che circonda tutto. E se tutti gli ostacoli fossero superati, dove si arriverebbe? Nella corte del convento che, sempre chiusa, non sarebbe di certo il miglior modo di uscire.
Per evadere in modo meno periglioso si dovrebbe, lo ammetto, trovare nella sala da pranzo il punto dove finisce il passaggio, ma indipendentemente dal fatto che è impossibile scoprirlo, non ci è mai permesso rimanere sole in quella sala. Una volta entrati nel budello, non si sarebbe ancora in salvo: è sbarrato, in più di venti punti, da cancelli, e solo loro ne hanno la chiave, senza contare i diversi trabocchetti in cui cadrebbe chi, come noi, non conosce com’è fatto.
Bisogna dunque rinunciare all’evasione, mia cara; è impossibile. Ah! ti assicuro che se fosse fattibile sarei stata la prima, e da molto tempo, a fuggire dall’orribile dimora. Ma non è possibile; solo la morte spezza qui le nostre catene, e da ciò nasce la spudoratezza, la crudeltà, la tirannia di quei mostri verso di noi. Nulla li infiamma, nulla esalta maggiormente la loro immaginazione quanto l’impunità garantita da questo inattaccabile ritiro. Sicuri di non aver testimoni dei loro eccessi all’infuori delle vittime che li saziano, sicuri che mai le loro dissolutezze saranno rivelate, le spingono odiosamente oltre il tollerabile. Immuni da ogni vincolo della legge, avendo spezzati quelli della religione, ignorando il rimorso, non ammettendo né Dio né il diavolo, non c’è atrocità che non si permettano e, in tale crudele apatia, le loro abominevoli passioni sono ancor più stuzzicate e niente, essi dicono, li infiamma quanto la solitudine e il silenzio, quanto la debolezza da un lato e il dispotismo dall’altro.
I monaci dormono in questo padiglione ogni notte; arrivano alle cinque della sera, e tornano al convento il giorno seguente verso le nove, tranne uno poiché a turno trascorrono qui la giornata: questi viene chiamato il reggente incaricato. Vedremo le sue mansioni.
Quanto ai servi, non si muovono mai; la direttrice ha nella sua stanza un campanello collegato con loro e, non appena li chiama, sia per sue necessità o nostre, accorrono. I monaci portano loro stessi, venendo nel serraglio, le provviste quotidiane; le consegnano alle persone incaricate di preparare i cibi, che vengono ammanniti seguendo le loro disposizioni; c’è una fontana d’acqua buonissima nei sotterranei e ottimo vino nelle cantine.
Passiamo al secondo punto: all’abito delle donne, al loro nutrimento, alle loro punizioni, eccetera.
Il nostro numero è sempre fissato a trenta; non appena diminuisce si fa di tutto per ricomporlo. Hai visto che siamo divisi in classi, e sempre con la divisa corrispondente al gruppo al quale apparteniamo. Entro oggi riceverai quella della classe nella quale sei stata ammessa.
Siamo obbligate ad acconciarci da sole o reciprocamente. Ci vengono forniti i modelli; cambiano ogni due mesi; ogni classe ha il suo modello.
L’autorità della direttrice è illimitata: disobbedirle è un crimine immediatamente punito. Ha l’incarico di ispezionarci prima di partecipare alle orge; e se non ci trovano come hanno prescritto i monaci nella lista delle invitate, Victorine ci punisce immediatamente.
-Spiegati, disse Justine, non afferro bene tale clausola.
-Tutte le mattine, rispose Omphale, viene consegnato a Victorine la lista delle invitate a cena; accanto al nome c’è indicato il modo con il quale devono presentarsi; più o meno così:
Julie non si laverà.
Rose avrà voglia di cacare.
Adelaide farà peti.
Alphonsine avrà il culo lordato.
Il bidè più profumato sarà fatto a Aurore, eccetera, eccetera.
Se tali ordini non sono eseguiti, e Victorine esaminandovi non vi troverà nelle condizioni desiderate, ci sarà punizione: ecco quel che volevo dire.
-Ma, obiettò Justine arrossendo, come si fa a sapere se una donna ha o non ha voglia di soddisfare ai propri bisogni?
-Molto facilmente, riprese Omphale: Victorine infila un dito nel culo; se non tocca lo stronzo, la punizione è inevitabile.
-Spaventoso! disse Justine. Ma continua, ti prego: è tutto così nuovo che ogni particolare mi sbalordisce.
-I nostri sbagli possono essere di diversa natura, proseguì Omphale; ad ognuno corrisponde una punizione, il cui cartello è affisso nelle due stanze. Il reggente incaricato, quello che viene, come ti ho spiegato, a comunicarci le disposizioni, a nominare le invitate, a ispezionare le stanze e ad accogliere le lagnanze di Victorine, è anche colui che esegue o la punizione indicata dalla direttrice o quella che lui stesso stabilisce.

RICHESTA INFORMAZIONI: MARCHESE DE SADE – “La Nuova Justine”


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.