EDITH WHARTON – “Ethan Frome”

Quando entrai nella cucina di Frome la voce querula e monotona tacque; delle due donne che vi stavano sedute non potei capire quale fosse stata a parlare.
Una di loro, al mio apparire, alzò la lunga persona ossuta dalla sedia, non per accogliermi, perché non mi lanciò che una rapida occhiata di sorpresa, ma semplicemente per andare a preparare il pasto che l’assenza di Frome aveva fatto ritardare. Un grembiulone sbrindellato di cotonina le pendeva addosso; le ciocche dei radi capelli grigi erano tirate indietro sulla sua fronte alta e fermate sulla nuca con un pettinino rotto. Aveva occhi pallidi e opachi, che non rivelavano e non riflettevano nulla, e le sue labbra strette avevano lo stesso colore terreo del viso.
L’altra donna era molto più piccola e esile. Sedeva raggomitolata su una poltrona vicino alla stufa e, quando entrai, voltò rapidamente il capo verso di me, senza che il resto del corpo facesse il minimo movimento riflesso. Aveva i capelli grigi come quelli della sua compagna, il viso altrettanto esangue e avvizzito, ma ambrato con ombre scure che le affilavano il naso e le infossavano le tempie. Sotto l’abito senza forma, il suo corpo manteneva una immobilità inerte e gli occhi scuri avevano quella fissità lucida e stregata che, a volte, accompagna le malattie della spina dorsale.
Anche per una casa di quella regione misera, la cucina aveva un aspetto molto squallido. A eccezione della poltrona occupata dalla donna dagli occhi scuri, che sembrava il relitto sudicio di un passato splendore, acquistato in qualche asta di paese, il mobilio era di qualità ordinarissima. Tre piatti di porcellana rozza e una lattiera dal beccuccio rotto erano posati sul tavolo unto e tagliuzzato. Contro le pareti a calce, erano appoggiate soltanto due sedie di paglia e una credenza di pino senza vernice.
“Mamma mia, che freddo fa qui dentro! Il fuoco deve essere quasi spento!”, disse Frome, guardandosi attorno con aria contrita, mentre mi seguiva nella stanza.
La donna alta, che si era allontanata da noi per dirigersi verso la credenza, non gli badò, ma l’altra, dalla sua nicchia di cuscini, rispose lamentosamente, con voce sottile e acuta: “E’ stato acceso in questo momento. Zeena si è addormentata e ha dormito tanto che credevo di finire congelata prima di riuscire a svegliarla per farglielo attizzare.”
Allora capii che era stata lei a parlare prima che noi entrassimo.
La sua compagna, che si stava riavvicinando al tavolo con i resti di un pasticcio freddo di carne tritata, serviti su un piatto malconcio, depose il suo carico poco appetitoso senza dare a vedere di aver sentito l’accusa.
Frome si fermò con aria incerta, mentre la donna avanzava verso di lui; poi, guardandomi, disse: “Questa è mia moglie, la signora Frome.” E dopo un altro silenzio, volgendosi verso la figura seduta in poltrona, aggiunse: “E questa è la signorina Mattie Silver…”.

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