MIGUEL DE CERVANTES – “Don Chisciotte della Mancia”

Cavaliere e scudiero raggiunsero le loro bestie molto malinconici e di cattivo umore, soprattutto Sancho, per il quale toccargli il capitale era come toccargli l’anima, perché gli pareva che tutto ciò che gli toglievano da esso lo togliessero alle pupille dei suoi occhi. Infine, senza rivolgersi la parola, montarono a cavallo e si allontanarono dal famoso fiume: don Chisciotte immerso nei suoi amorosi pensieri e Sancho in quelli del miglioramento del suo stato che, in quel momento, gli sembrava ben lontano dal poter raggiungere, perché, per quanto fosse sciocco, capiva bene che tutte, o quasi tutte, le azioni del suo padrone erano delle assurdità, quindi aspettava l’occasione in cui, senza presentare conti o prendere commiato da lui, un bel giorno potesse andarsene e tornarsene a casa; ma la sorte volle che le cose andassero molto diversamente da quello che lui si figurava.
Accadde, dunque, che il giorno dopo, uscendo da un bosco al calar del sole, don Chisciotte volse lo sguardo verso un verde prato, in fondo al quale scorse della gente e, avvicinandosi, si rese conto che erano cacciatori col falcone. Andò ancora più vicino e vide tra loro una bellissima dama in groppa a un palafreno o chinea bianchissima, bardata con finimenti verdi e con una sella d’argento. Anche la dama era vestita di verde, con un tale lusso e fasto da far pensare che lo sfarzo in persona si fosse tramutato in lei. Nella mano sinistra reggeva un astore, da cui don Chisciotte capì che si trattava di una gran signora e che tutti quei cacciatori erano al suo servizio, come infatti era e, così, disse a Sancho:
-Corri, corri Sancho e di’ a quella signora col palafreno e con l’astore che io, il Cavaliere dei Leoni, bacio le mani alla sua grande bellezza e che, se sua altezza me lo consente, andrò a baciargliele e a servirla in tutto quanto le mie forze potranno e sua altezza mi vorrà comandare. E bada a come parli, Sancho, e ricordati di non infilare nell’ambasciata qualcuno dei tuoi proverbi.
-L’avete proprio trovato quello che ce li infila! – rispose Sancho – Me lo dice a me! Non è certo la prima volta in vita mia che porto ambasciate ad alte e cresciute signore!
-Oltre a quella che hai portato alla signora Dulcinea – replicò don Chisciotte -, io non sono a conoscenza che ne abbia portate altre, almeno stando al mio servizio.
-Questo è vero – rispose Sancho -, ma il buon pagatore non bada al pegno, e in casa piena si fa presto la cena; voglio dire che non c’è bisogno di dirmi né avvertirmi di nulla, perché son buono a far tutto e ne capisco un po’ di tutto.
-Ci credo, Sancho – disse don Chisciotte -: ma ora vai e che Dio ti guidi.
Sancho partì di corsa, forzando la normale andatura dell’asino e, giunto sin dove si trovava la bella dama, smontò e si inginocchiò dinanzi a lei, dicendole:
-Bella signora, quel cavaliere che si vede laggiù, chiamato il Cavaliere dei Leoni, è il mio padrone e io sono il suo scudiero che a casa sua è chiamato Sancho Panza. Questo Cavaliere dei Leoni, che non molto tempo fa si chiamava dalla Triste Figura, mi manda a dire a vostra grandezza che si compiaccia di dargli il permesso affinché, con il suo proponimento, beneplacito e consenso, lui possa mettere in atto il suo desiderio, il quale non è altro che, stando a quello che lui dice e io suppongo, servire la vostra suprema altezza e bellezza; se la signoria vostra vorrà darglielo, farà una cosa che tornerà a suo vantaggio e lui ne riceverà grandissimo favore e soddisfazione.
-Certamente, mio buon scudiero – rispose la dama -, voi avete portato la vostra ambasciata con tutte le usanze che questo tipo di messaggi richiede. Alzatevi da terra, che non è giusto che stia in ginocchio lo scudiero di un così grande cavaliere come è quello dalla Triste Figura, di cui abbiamo avuto notizia da queste parti; alzatevi, amico, e dite al vostro signore che venga al più presto nella casa di campagna che io e mio marito abbiamo qui vicino, dove saremo lieti di servirlo.
Sancho si alzò affascinato dalla bellezza della bella dama, come dalla sua grande educazione e cortesia, ma soprattutto perché gli aveva detto di aver avuto notizia del signor Cavaliere dalla Triste Figura; e se non l’aveva chiamato quello dei Leoni, doveva essere perché quel nome se l’era messo molto di recente. La duchessa, di cui non si conosce ancora il casato, gli domandò:
-Ditemi, caro scudiero: questo vostro signore non è quello di cui è stata pubblicata una storia intitolata ‘Dell’ingegnoso Cavaliere don Chisciotte della Mancha’, il quale ha come signora del suo cuore una certa Dulcinea del Toboso?
-E’ proprio lui, signora – rispose Sancho -, e quel suo scudiero di cui si parla, o si dovrebbe parlare, in quella storia, chiamato Sancho Panza, sono io, a meno che non m’abbiano scambiato nella culla, voglio dire, nella stampa.
-Tutto ciò mi fa molto piacere – disse la duchessa -. Andate, caro Panza, e dite al vostro signore che sarà il benarrivato e il benvenuto nelle mie terre, e che nessuna cosa potrebbe rendermi più felice.
Con questa gentile risposta, Sancho tornò tutto contento dal suo padrone, al quale raccontò tutto ciò che la gran signora gli aveva detto, esaltando con le sue rustiche espressioni la sua grande bellezza, il suo garbo e la sua cortesia. Don Chisciotte si pavoneggiò sulla sella, si sistemò bene sulle staffe, si accomodò la visiera, spronò Ronzinante e, con garbata audacia, andò a baciare le mani della duchessa; la quale aveva fatto chiamare suo marito e, mentre don Chisciotte arrivava, gli aveva raccontato della sua ambasciata; e poiché tutti e due avevano letto la Prima parte di questa storia e si erano resi conto della stravagante comicità di don Chisciotte, lo attendevano con grandissimo piacere e desiderio di conoscerlo, con l’intenzione di assecondarne l’umore e di mostrarsi d’accordo con lui su tutto quello che avrebbe detto, trattandolo da cavaliere errante per tutto il tempo che si sarebbe trattenuto con loro, con tutte le consuete cerimonie dei libri di cavalleria che avevano letto e di cui erano molto appassionati.
Nel frattempo arrivò don Chisciotte, con la visiera alzata e, poiché mostrava di voler smontare, Sancho si precipitò a reggergli la staffa, ma fu così sfortunato che, scendendo giù dall’asino, gli si impigliò il piede in una corda della bardatura e non gli fu possibile liberarlo, anzi, vi restò appeso per il muso e il petto per terra. Don Chisciotte, che non era abituato a smontare senza che gli reggessero la staffa, pensando che Sancho fosse già corso a tenergliela, si lasciò andare di peso portandosi appresso la sella di Ronzinante che non doveva essere stata allacciata bene, e andò a finire a terra con tutta la sella, non senza sua vergogna e molte imprecazioni che lanciò fra i denti ai danni del povero Sancho, il quale aveva ancora il piede incastrato.
Il duca ordinò ai suoi cacciatori di soccorrere il cavaliere e lo scudiero, e loro sollevarono don Chisciotte malconcio per la caduta, il quale, trascinandosi come meglio poté, andò a inginocchiarsi dinanzi ai due signori; ma il duca non volle assolutamente consentirlo, anzi, smontato dal suo cavallo, andò ad abbracciare don Chisciotte dicendogli:
-Mi rincresce, signor Cavaliere dalla Triste Figura, che la prima cosa che la signoria vostra ha fatto sulla mia terra sia stata, come si è visto, una figuraccia; ma le disattenzioni degli scudieri spesso sono causa di casi ben peggiori.
-Il caso che è toccato a me nel vedere voi, valoroso principe – rispose don Chisciotte -, non può considerarsi in alcun modo sfortunato, nemmeno se la mia caduta si fosse arrestata nel profondo degli abissi, perché da lì mi avrebbe sollevato e innalzato la gloria di avervi veduto. Il mio scudiero, che Dio lo maledica, è più bravo a sciogliere la lingua per dire malignità che legare e allacciare una sella affinché sia ben salda; ma in qualunque modo mi trovi, caduto o rialzato, a piedi o a cavallo, sarò sempre al vostro servizio e a quello della duchessa, mia signora, vostra degna consorte e degna signora della bellezza, principessa universale della cortesia.
-Attento, mio signor don Chisciotte della Mancha! – disse il duca -, perché dinanzi alla signora donna Dulcinea del Toboso, non è giusto celebrare altre bellezze.
Nel frattempo Sancho si era ormai liberato dal laccio e trovandosi lì vicino, prima che il suo padrone rispondesse, disse:
-Non si può negare, bensì solo affermare che la signora Dulcinea del Toboso è molto bella, perché la lepre scappa quando meno te l’aspetti; ho sentito dire che quella che chiamano natura è come un vasaio che fa vasi di creta, e chi fa un bel vaso, ne può fare anche due, tre e cento: lo dico perché la duchessa, mia signora, non è certamente da meno della mia padrona, la signora Dulcinea del Toboso.
Don Chisciotte si rivolse alla duchessa e disse:
-Sappia, la grandezza vostra, che al mondo non c’è mai stato un cavaliere errante che abbia avuto uno scudiero più chiacchierone e più spiritoso del mio, e lui dimostrerà che dico il vero se la vostra alta eccellenza vorrà tenermi per qualche giorno al suo servizio.
Al che la duchessa rispose:
-Che il buon Sancho sia spiritoso è cosa che io apprezzo molto, perché è segno di intelligenza, dal momento che le facezie e le battute, signor don Chisciotte, come lei ben sa, non si sostengono su menti ottuse; e visto che il buon Sancho è spiritoso e arguto, lo considero fin d’ora una persona intelligente.
-E chiacchierona – aggiunse don Chisciotte.
-Tanto meglio – disse il duca -, perché molte spiritosaggini non si possono dire con poche parole. E affinché non perdiamo altro tempo con le parole, si accomodi il Cavaliere dalla Triste Figura…
-Dei Leoni, deve dire vostra altezza – disse Sancho -, che ormai non c’è più la Triste Figura, né altre figure.
-Sia quello dei Leoni – proseguì il duca -. Venga, quindi, il signor Cavaliere dei Leoni in un mio castello che si trova qui vicino, dove gli si farà l’accoglienza che a una così illustre persona è giustamente dovuta, e che io e la duchessa siamo soliti riservare a tutti i cavalieri erranti che vi giungono.
Nel frattempo Sancho aveva sistemato e legato bene la sella di Ronzinante; e dopo che don Chisciotte vi fu salito e il duca ebbe fatto lo stesso su un bel cavallo, misero la duchessa in mezzo e si incamminarono verso il castello. La duchessa ordinò a Sancho di mettersi al suo fianco, perché le piaceva molto ascoltare le sue battute. Sancho non si fece pregare e si infilò fra i tre, facendo da quarto nella conversazione, con grande piacere della duchessa e del duca, che ritennero una gran fortuna accogliere nel loro castello un cavaliere così errante e uno scudiero così errato.

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