JORIS-KARL HUYSMANS – “Controcorrente”

Fra tutti, un artista esisteva che lo gettava in lunghe estasi e del quale aveva acquistato ambedue i capolavori: Gustave Moreau.
Della sua tela che rappresentava Salomé, Des Esseintes indugiava in contemplazione intere notti.
Simile all’altar maggiore d’una cattedrale, un trono s’ergeva sotto una fuga a perdita d’occhio di volte, in cui si placava l’impeto di colonne, tozze come pilastri romani; colonne smaltate di piastrelle policrome, incastonate di mosaici, incrostate di lapillazzuli e di sardoniche – dentro un palagio simile ad una basilica, d’una architettura musulmana e al tempo stesso bizantina.
Al centro del tabernacolo che sorgeva in cima all’altare e cui si saliva per gradini a semicerchio, sedeva il Tetrarca Erode, coperto d’una tiara, le gambe raccolte, le mani sui ginocchi.
La sua faccia era gialla, incartapecorita, gualcita di rughe concentriche, devastata dall’età; sulle stelle di gemme che gremivano la tunica ricamata d’oro, aderente al petto, la barba ondeggiava come candida nuvola.
Intorno a quella statua immota, congelata in una posizione ieratica da nume indù, profumi bruciavano attorcendo spire di fumo che trapassavano, quasi fosforescenti occhi di belva, i fuochi delle pietre preziose che ingemmavano il trono; quindi il vapore saliva, si perdeva in volute sotto le arcate, mescendo il suo azzurro al pulviscolo d’oro che a fasci cadeva dalle cupole.
Tra questi effluvi perversi, nell’aria surriscaldata di quella chiesa, Salomé, il braccio sinistro disteso in atto di comando, con la destra reggendo all’altezza del viso un grande loto, avanza adagio sulle punte, agli accordi di una chitarra che pizzica una donna accoccolata.
L’espressione raccolta, solenne, augusta quasi, Salomé dà inizio alla lubrica danza che deve ridestare i sensi del vecchio Erode.
I seni ondeggiano; stuzzicati dalle collane che vorticano, i capezzoli s’ergono; nel madore della pelle, i diamanti scintillano; sulla veste trionfale, rabescata d’argento, laminata d’oro, dalle costure di perle, il busto, preso in una maglia di gemme, entra in combustione, dardeggia serpentelli di fuoco, brulica sulle carni compatte, sul rosa tea della pelle, simile a un visibilio d’insetti dalle elitre abbaglianti, marmorizzate di carminio, punteggiate di giallo aurora, screziate di blu acciaio, striate di verde pavone.
Assorta, gli occhi fissi, pari a una sonnambula, essa non vede né il fremente Tetrarca né la madre – la feroce Erodiade – che la sorveglia; né l’ermafrodito o l’eunuco che si tiene, con la sciabola in pugno, a pié del trono: terribile, velato; la mammella di castrato che, come una fiaschetta, penzola sotto la tunica variegata d’arancione.
La figura di Salomé, così tentatrice per gli artisti e i poeti, ossessionava da anni Des Esseintes.
Quante volte nella vecchia Bibbia di Pierre Variquet, tradotta dai dottori in teologia dell’Università di Louvain, s’era letto il Vangelo, laddove San Matteo in brevi ingenue frasi narra la decapitazione del Precursore! quante volte queste righe lo avevano fatto sognare.
“Il giorno del festino della Natività d’Erode, la figlia di Erodiade danzò nel mezzo e piacque ad Erode.
“Per cui egli le promise con giuramento che le darebbe qualunque cosa chiedesse.
“Essa dunque, indotta dalla madre, disse: ‘Dammi la testa di Giovanni Battista’.
“E il re fu dolente; ma, a cagione del giuramento, e di coloro che secolui erano a tavola assisi, ordinò che la testa le fosse data.
“E spedì a decapitare Giovanni in prigione.
“E venne il capo di costui su un piatto recato e dato alla figlia; ed essa lo presentò a sua madre”.
Ma né San Matteo né San Luca né gli altri evangelisti aggiungevano parola sul delirante fascino, sul perverso ascendente della danzatrice.
La sua figura restava in ombra; enigmatica, squassata da erotici spasmi, si perdeva nella nebbia dei tempi: incomprensibile agli spiriti limitati e gretti,intuita solo dai cervelli scossi, acuiti, resi pressoché visionari dalla nevrosi; impossibile raffigurare per i pittori della carne, per Rubens che ne fa una macellaia fiamminga; inintelligibile per gli scrittori, dei quali nessuno poté mai rendere l’inquietante frenesia della danzatrice, la raffinata grandezza dell’assassina.
Nell’opera di Gustave Moreau, concepita al di fuori di tutti i dati del Testamento, Des Esseintes vedeva finalmente realizzata l’insolita e sovrumana Salomé che aveva vagheggiato.
Essa non era più soltanto la danzatrice che strappa a un vecchio, con una contorsione lasciva di reni, un grido di desiderio e di foia; che spezza l’energia, piega la volontà d’un re, turbinando i seni, scotendo il ventre, vibrando la coscia; essa diventa per così dire il simbolo indiato della insopprimibile Lussuria, la dea dell’immortale Isteria; La Beltà maledetta, eletta fra tutte dalla Catalessi che le fa di marmo le carni, di ferro i muscoli; la Bestia mostruosa, indifferente, irresponsabile, che come Elena di Troia avvelena tutto ciò che accosta, tutto ciò che vede, tutto ciò che tocca.
Intesa in questo modo, essa apparteneva alle teogonie dell’Estremo Oriente; non aveva più che fare con la tradizione biblica; neppure poteva essere presa per la personificazione di Babilonia, identificata con la regale Prostituta dell’Apocalisse, come lei abbigliata di gioielli e di porpora, come lei fucata – perché, quella, non era stata una forza ineluttabile né lo strapotere del Fato a precipitarla nell’adescante voragine dell’abiezione e della dissolutezza.
Il pittore sembrava, del resto, aver voluto affermare la propria volontà di prescindere dal tempo, di non precisare né tradizione né paese né epoca; collocando il suo personaggio al centro di quell’insolito palagio, d’uno stile incerto e grandioso; parandolo di vesti sontuose e chimeriche; sormontandone il capo d’un equivoco diadema a foggia di torre fenicia come quello che porta Salambò; mettendole in mano lo scettro d’Iside, il sacro fiore dell’India e dell’Egitto, il grande Loto.
Di questo emblema, Des Esseintes cercava di penetrare il senso. Aveva esso il significato fallico che gli prestavano i culti primordiali dell’India; annunziava al vecchio Erode una verginità che gli si offriva, un baratto di sangue; lo sollecitava ad aprire un’impura ferita all’espressa condizione che consentisse ad un omicidio; o rappresentava l’allegoria della fecondità, il mito indù della vita, un’esistenza che una donna tiene tra le dita e che le strappa e gualcisce la convulsa mano d’uomo colto da demenza, accecato da un delirio della carne?
Fors’anche, armando la sua enigmatica dea del sacro loto, il pittore aveva pensato alla danzatrice, alla donna mortale, al Vaso contaminato, causa di tutti i peccati e di tutti i delitti; s’era forse ricordato dei riti dell’antico Egitto, delle cerimonie sepolcrali dell’imbalsamazione, allorché sacerdoti ed esperti coricavano su un banco di diaspro la morta; con aghi ricurvi le estraggono per le nari il cervello; i visceri per un’incisione nel fianco sinistro; poi prima di indorarle unghie e denti, prima di impregnarla di bitume e di essenze, le insinuano nelle parti sessuali, per purificarle, i casti petali del divin fiore.
Comunque fosse, un soggiogante fascino si sprigionava da quella tela.
Eppure l’acquarello intitolato “L’Apparizione” era forse anche più inquietante.
Qui il palazzo di Erode si lanciava, come una Alhambra, su lievi colonne iridate di quadrelle moresche, cementate si sarebbe detto fra loro da una malta d’argento, da un calcestruzzo d’oro. Arabeschi partivano da losanghe di lapislazzuli, correvano tutto lungo cupole, dove, su tarsie di madreperla, si propagavano bagliori di arcobaleno, fuochi di prisma.
L’omicidio era consumato; ora il carnefice si teneva impassibile, le mani sul pomo della lunga spada, maculata di sangue.
Dal piatto deposto sul pavimento, il mozzo capo del Santo s’era alzato: livido, la bocca schiusa, esangue, il collo paonazzo, grondando lacrime guardava. Un mosaico circondava il viso, dal quale s’irraggiava un’areola che proiettava raggi sotto le arcate, circonfondeva di luce l’ascendere del capo, accendeva il vitreo globo delle pupille che fissavano, impugnavano sto per dire, la danzatrice.
In un gesto di spavento, Salomé respinge la terrificante apparizione che la inchioda, senza fiato, sulle punte; ha gli occhi sbarrati; si stinge con la mano convulsa la gola.
E’ quasi ignuda; nella frenesia della danza, i veli si sono disfatti, i broccati son caduti. Non è più vestita che d’un luccichio minerale d’un baglior d’ori; una gorgiera la serra a mo’ di corsaletto, alla vita; e, a mo’ di superbo fermaglio, un meraviglioso gioiello sfreccia lampi nell’incavo dei seni. Più giù, una cintura le abbraccia le anche, cela l’alto delle cosce battute da un gigantesco ciondolo rutilante di carbonchi e smeraldi; mentre sul corpo che resta scoperto, tra la gorgiera e la cintura, il ventre s’incurva e l’ombelico vi mette il suo sigillo d’onice, latteo, d’un rosa tenero d’unghia.
Percossa dai fulgori che emana il capo del Precursore, tutta quella gioielleria s’incendia, arde in ogni faccetta come bragia; le gemme s’animano; a tratti incandescenti disegnano il corpo della donna; la pungono al collo alle gambe alle braccia di stilettate di fuoco, di marchi di fuoco: vermigli come tizzoni, violacei come fiamma di gas, azzurri come alcole che brucia, bianche come raggi di stelle.
La spaventosa testa fiammeggia; seguita a perder sangue; appende grumi di fosca porpora ai capelli, alla barba.
Visibile solo per Salomé, essa non abbraccia nel suo sguardo né Erodiade che cova il suo odio alfine appagato, né il Tetrarca che, sporto un po’ in avanti, le mani sulle ginocchia, ansa ancora, ossessionato da quella nudità di donna, esalante un odor bestiale, conciata dai balsami in cui s’è rotolata, odorante d’incensi e di mirre.
Non diversamente dal vecchio re, Des Esseintes stava senza fiato, annientato, in preda a vertigine, davanti a quella danzatrice; meno maestosa, meno altera, ma più inquietante della Salomé del quadro ad olio.

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