FEDOR M. DOSTOEVSKIJ – “Le notti bianche”

“’Il barbiere di Siviglia’”, gridò la nonna, “ma non è lo stesso ‘Barbiere’ che davano una volta?”
“Sì”, dice, “è lo stesso ‘Barbiere’”, - e qui mi diede un’occhiata. E io avevo già capito tutto, arrossii, e il cuore iniziò a saltarmi per l’aspettativa!
“E come potrei”, dice la nonna, “come potrei non conoscerlo. Io stessa una volta facevo la parte di Rosina nel teatro di casa!”.
“Allora non volete per caso venirci oggi?”, disse l’inquilino. “Ho un biglietto che andrebbe sprecato”.
“Ma sì, andiamo”, dice la nonna, “perché mai non andare? E poi la mia Nasten’ka non è mai stata al teatro”.
Dio mio, che gioia! Ci preparammo subito, ci vestimmo e andammo. Sebbene la nonna sia cieca, tuttavia le era venuta voglia di sentire la musica e, a parte questo, è una buona vecchietta: voleva farmi più che altro piacere, perché da sole non ci saremmo mai decise. Quale fu l’impressione che ebbi dal ‘Barbiere di Siviglia’ non ve lo sto a dire, ma per tutta quella sera il nostro inquilino mi guardò tanto amabilmente, mi parlò tanto amabilmente, che subito vidi che mi voleva mettere alla prova il mattino dopo, proponendomi di andare da sola con lui. Be’, che gioia! Andai a dormire così orgogliosa, così allegra, il cuore mi batteva così forte, che ebbi una leggera febbre, e tutta la notte vaneggiai del ‘Barbiere di Siviglia’.
Pensavo che dopo ciò avrebbe preso a venire da noi sempre più spesso, - invece no. Smise quasi del tutto. Gli capitava di passare così, una volta al mese, e solo per invitarci a teatro. In seguito ci andammo ancora un paio di volte. Ma ormai non mi faceva affatto piacere. Vedevo che gli facevo semplicemente pena perché ero come in un recinto dalla nonna e nient’altro. A lungo andare mi prese in questo modo: star seduta non posso star seduta, leggere non posso leggere, lavorare non posso lavorare, a volte rido e faccio qualche dispetto alla nonna, un’altra volta semplicemente piango. Alla fine dimagrii e per poco non mi ammalavo. La stagione operistica si concluse e l’inquilino smise del tutto di passare da noi; quando poi ci incontravamo – sempre sulla stessa scala, s’intende, si inchinava tanto silenzioso, tanto serio, come se non volesse parlare, e già era giù sul pianerottolo, mentre io ero ancora a metà della scala, rossa come un papavero, perché tutto il sangue mi saliva alla testa quando lo incontravo.
Ormai sono alla fine. Esattamente un anno fa, nel mese di maggio, l’inquilino viene da noi e dice alla nonna che qui ha messo a posto tutti i suoi affari e che deve nuovamente andarsene per un anno a Mosca. Quando lo sentii, impallidii e caddi sulla sedia come morta. La nonna non notò nulla, e lui, dopo averci annunciato che se ne andava, ci salutò e uscì.
Che dovevo fare? Pensa che ti ripensa, angosciata più che mai, alla fine mi decisi. Il giorno seguente doveva partire, e io decisi che l’avrei fatta finita la sera, quando la nonna fosse andata a letto. Così fu. Misi in un fagottino tutti i vestiti che avevo, la biancheria necessaria, e col fagottino nelle mani, più morta che viva, andai nel mezzanino del nostro inquilino. Penso di aver salito le scale un’intera ora. Quando mi aprì la sua porta, egli lanciò perfino un grido, vedendomi. Pensava fossi un fantasma, e si lanciò a porgermi dell’acqua, perché mi reggevo a stento in piedi. Il cuore mi batteva così forte che mi faceva male la testa, e la mia mente si era offuscata. Quando poi mi riebbi, allora iniziai direttamente col poggiare il mio fagottino sul suo letto, mi ci sedetti accanto, mi coprii il viso con le mani e mi misi a piangere a dirotto. Mi sembrava che lui capisse tutto in un attimo: stava in piedi di fronte a me pallido e mi guardava così tristemente che il cuore mi si spezzava.
“Ascoltate”, cominciò, “ascoltate, Nasten’ka, non posso fare niente; sono povero, non ho ancora niente, nemmeno un posto decente: come vivremmo se vi sposassi?”.
Parlammo a lungo, ma alla fine persi il controllo, dissi che non potevo vivere dalla nonna, che sarei fuggita, che non volevo che mi si attaccasse con una spilla, e che, se voleva, sarei andata con lui a Mosca, perché non potevo vivere senza di lui. E vergogna, e amore, e orgoglio – tutto parlava contemporaneamente in me, e per poco non caddi sul letto in preda a convulsioni. Tanto temevo un rifiuto!
Rimase seduto in silenzio per qualche minuto, poi si alzò, mi si avvicinò e mi prese la mano.
“Ascoltate, mia buona, mia cara Nasten’ka!”, iniziò lui pure tra le lacrime, “ascoltate. Vi giuro che se un giorno sarò in condizione di sposarmi, allora farete immancabilmente voi la mia felicità; vi assicuro che ora voi sola potete fare la mia felicità. Ascoltate: vado a Mosca e ci resterò esattamente un anno. Spero di sistemare i miei affari. Quando tornerò, e se voi non avrete cessato di amarmi, vi giuro che saremo felici. Ora non è possibile, non posso, non sono in diritto di promettervi nulla. Ma, vi ripeto, se non sarà tra un anno, sarà comunque un giorno sicuramente; s’intende – nel caso in cui non mi preferiate un altro, perché legarvi con una parola non posso e non oso”.
Ecco cosa mi disse e l’indomani partì. Era stato stabilito di comune accordo di non dire alla nonna una sola parola di tutto ciò. Così volle lui. Be’, ecco che ormai la mia storia è quasi finita. E’ passato esattamente un anno. E’ arrivato, è già qui da tre interi giorni e, e…
“E cosa dunque?”, gridai io impaziente di sentire la fine.
“E fino a ora non si è fatto vedere!”, rispose Nasten’ka, come raccogliendo le forze, “nemmeno l’ombra di lui…”.
Qui ella si fermò, tacque per un po’, chinò la testa e all’improvviso, coprendosi il viso con le mani, iniziò a singhiozzare tanto forte che sentii un tuffo al cuore per quei singhiozzi.
Non mi sarei mai aspettato un simile epilogo.
“Nasten’ka!”, iniziai con voce timorosa e incoraggiante, “Nasten’ka! In nome di Dio, non piangete! Perché sapete? Forse non è ancora qui…”.
“E’ qui, è qui”, continuò Nasten’ka. “E’ qui, questo lo so. Avevamo fatto un accordo, sempre allora, quella sera, la vigilia della sua partenza: quando già avevamo detto tutto quello che vi ho raccontato, e ci eravamo accordati, venimmo qui a passeggiare, proprio su questo lungofiume. Erano le dieci; sedevamo su una panchina; già non piangevo più, mi era dolce ascoltare ciò che lui diceva… “

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