VICTOR HUGO – “I miserabili”

Certo il lettore avrà compreso che Eponine, avendo riconosciuto attraverso il cancello l’inquilina di quella rue Plumet dove la Magnon l’aveva invitata, aveva cominciato con l’allontanare da quella via i banditi, poi vi aveva condotto Marius, il quale dopo parecchi giorni di estasi davanti a quel cancello, trascinato da quella forza che spinge il ferro verso la calamita e l’innamorato verso le pietre di cui è fatta la casa di colei che ama, aveva finito con l’entrare nel giardino di Cosette come Romeo nel giardino di Giulietta. Gli era riuscito anche più facile che a Romeo; Romeo fu obbligato a scalare un muro, Marius non ebbe che a forzare un po’ una sbarra del decrepito cancello che vacillava nell’alveolo, arrugginito come i denti dei vecchi. Marius era sottile e passò comodamente.
Siccome non c’era mai nessuno nella strada e Marius non penetrava nel giardino che di notte, non rischiava di essere veduto.
Dall’ora benedetta e santa in cui un bacio fidanzò quelle due anime, Marius vi andò tutte le sere. Se in quel momento della vita Cosette fosse caduta nell’amore di un uomo poco scrupoloso e libertino, sarebbe stata perduta, poiché vi sono nature generose che si abbandonano, e Cosette era una di queste. Una delle magnanimità della donna è cedere. L’amore in quell’altezza in cui è assoluto, si complica di non so quale celeste accecamento del pudore. Ma che pericolo correte o nobili anime! Spesso voi date il cuore, e noi prendiamo il corpo. Il cuore vi rimane, e voi lo custodite nell’ombra, fremendo. L’amore non conosce mezze misure: o perde, o salva. Tutto il destino umano consiste in questo dilemma. Perdita o salvezza, nessuna fatalità lo presenta più inesorabile dell’amore. L’amore è vita, se non è la morte. Culla; tomba, anche. Lo stesso sentimento dice sì e no nel cuore umano. Di tutte le cose che Dio ha creato, il cuore umano è quello che sviluppa più luce, ahimè! e più ombra.
Dio volle che l’amore di Marius per Cosette fosse uno di quegli amori che salvano.
Finché durò il mese di maggio di quell’anno 1832, si trovavano là tutte le notti, in quel povero giardino selvaggio, sotto quei rami sempre più odorosi e più folti, due esseri formati di tutte le castità e di tutte le innocenze, traboccanti di tutta la felicità del cielo, più vicini agli arcangeli che agli uomini, puri, onesti, inebriati, raggianti, che risplendevano l’uno per l’altra nelle tenebre. A Cosette sembrava che Marius avesse una corona e a Marius che Cosette avesse un’aureola. Si toccavano, si guardavano, si prendevano le mani, si stringevano l’uno contro l’altra; ma c’era una barriera che non sorpassavano mai. Non già che la rispettassero, la ignoravano. Marius sentiva un limite, la purità di Cosette e Cosette sentiva un appoggio: la lealtà di Marius. Il primo bacio era stato anche l’ultimo. Dopo, Marius non era andato più in là dello sfiorarle con le labbra la mano o lo scialle, o un ricciolo. Ella era per lui un profumo, non una donna: la respirava. Lei non rifiutava nulla e lui non domandava nulla. Cosette era felice e Marius era soddisfatto. Vivevano in quell’inebriante stato che si potrebbe chiamare un’anima abbagliata da un’altra. Era quell’ineffabile primo abbraccio di due verginità nell’ideale. Due cigni che si incontrano sulla Jungfrau.
In quell’ora d’amore, ora in cui la voluttà taceva assolutamente sotto l’onnipotenza dell’estasi, Marius, il puro e serafico Marius, sarebbe stato capace di salire piuttosto in casa di una prostituta che alzare la veste di Cosette all’altezza della caviglia. Una volta, al chiaro di luna, Cosette si chinò per raccogliere qualcosa; il busto le si aprì e lasciò vedere il principio del seno: Marius volse gli occhi altrove.
Che cosa avveniva in quei due esseri? Nulla. Si adoravano.
Di notte, quando essi erano là, quel giardino sembrava un luogo vivente e sacro. Tutti i fiori si aprivano intorno a loro mandandosi incensi; essi aprivano le loro anime e le espandevano nei fiori. La vegetazione lasciva e vigorosa trasaliva piena di forza e d’ebbrezza intorno a quei due innocenti, alle cui parole d’amore gli alberi fremevano.
Che cosa erano quelle parole? Soffi. Niente di più. Quei soffi bastavano per turbare, per commuovere tutta quella natura. Potenza magica che si stenterebbe a comprendere se si leggessero in un libro quei dialoghi fatti per essere trasportati e sparsi come nubi di fumo dal vento sotto le foglie. Togliere a quei mormorii di due amanti quella melodia che esce dall’anima e che li accompagna come una lira, ciò che resta non è che ombra; voi dite: “Che, è tutto qui?”. Sì, fanciullaggini, ripetizioni, risate per nulla, inutilità, sciocchezze, tutto quel che c’è al mondo di più sublime e di più profondo! Le sole cose che valgano la pena di essere ascoltate e di essere dette.
L’uomo che non ha mai udito tali sciocchezze, tali inezie, l’uomo che non le ha mai pronunciate, è imbecille e cattivo.
Cosette diceva a Marius:
“Sai?...”. (In tutto ciò, e attraverso quella celeste verginità, senza che fosse possibile all’una e all’altro di dire come era avvenuto, si davano del tu.)
“Sai? mi chiamano Euphrasie.”
“Euphrasie? Ma no, ti chiami Cosette.”
“Oh!... Cosette è un brutto nome che mi hanno dato quando ero piccina. Ma il mio vero nome è Euphrasie. Forse che non ti piace questo nome, Euphrasie?”
“Sì… Ma Cosette non è brutto.”
“Forse lo preferisci a Euphrasie?”
“Ma… sì.”
“Allora anch’io. E’ vero, è bello, Cosette. Chiamami Cosette.” E il sorriso che aggiungeva faceva di quel dialogo un idillio degno di un bosco celeste.
Un’altra volta lei lo guardava fissamente ed esclamava:
“Signore, voi siete bello, siete simpatico, avete dello spirito, non siete niente affatto ignorante, siete ben più istruito di me, ma vi sfido a dire: ti amo”.
E Marius, immerso nell’azzurro, credeva udire una strofa cantata da una stella. Oppure mentre lei gli dava un colpetto perché tossiva, lei gli diceva:
“Non tossite, signore. Non voglio si tossisca in casa mia senza il mio permesso. E’ bruttissimo tossire e inquietarmi. Voglio che tu stia bene, perché prima di tutto, io, se tu non stai bene, sarei oltremodo infelice. Che cosa vuoi che faccia?”.
E ciò era semplicemente divino.

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