EMILE ZOLA – “Thérèse Raquin”

Da due mesi Thérèse e Laurent si dibattevano nelle angosce della loro unione. Soffrivano l’uno a causa dell’altro. Fu così che l’odio crebbe lentamente dentro di loro, che finirono per lanciarsi sguardi di collera, pieni di sorde minacce.
Era destino che tra di loro sopravvenisse l’odio. Si erano amati come animali, con una passione calda, tutta sangue; poi, nel pieno della sovreccitazione del crimine, il loro amore si era trasformato in paura, e avevano cominciato a provare una sorta di terrore fisico dei rispettivi baci; ora, sotto la sofferenza che il matrimonio e la vita in comune imponevano loro, si ribellavano e si facevano travolgere dall’ira.
Fu un odio atroce, fatto di crisi terribili. Sentivano perfettamente di essere d’impaccio l’uno all’altro; si dicevano che avrebbero condotto un’esistenza tranquilla, se solo avessero potuto evitare di trovarsi perennemente faccia a faccia. Quando erano insieme, avevano l’impressione che un enorme peso li soffocasse; avrebbero voluto scrollarsi quel peso di dosso, annientarlo; si mordevano le labbra, pensieri violenti attraversavano i loro occhi chiari, erano afferrati dalla voglia di divorarsi a vicenda.
Un solo pensiero li rodeva nell’intimo: si irritavano contro il loro crimine, si disperavano per aver sconvolto per sempre la loro esistenza. Da questo traevano origine tutta la loro furia e tutto il loro odio. Avvertivano che il male era incurabile, che avrebbero sofferto fino alla morte per l’omicidio di Camille, e questa idea di perpetua sofferenza li esasperava. Non sapendo su che cosa sfogarsi, se la prendevano con se stessi, si maledicevano.
Non volevano riconoscere esplicitamente che il loro matrimonio era il fatale castigo del delitto; si rifiutavano di dare ascolto alla voce interiore che gridava loro la verità, mettendo sotto i loro occhi la storia della loro vita. Eppure, nelle crisi impetuose che li scuotevano, ciascuno dei due leggeva chiaramente in fondo alla propria collera, indovinava i furori del proprio essere egoista che li aveva spinti all’assassinio pur di appagare i propri appetiti, e che nell’assassinio aveva trovato unicamente un’esistenza desolata e intollerabile. Rammentavano il passato, sapevano che la loro fallace speranza di lussuria e di placida felicità li conduceva inevitabilmente al rimorso; se avessero potuto abbracciarsi in pace e vivere in gioia, non avrebbero compianto Camille e si sarebbero ingrassati del loro crimine. Ma il loro corpo si era ribellato, rifiutando il matrimonio, e ora si chiedevano con orrore dove li avrebbero portati lo spavento e il disgusto. Davanti a loro vedevano soltanto un futuro di terrore, un epilogo sinistro e violento. Allora, come due nemici che fossero stati attaccati insieme e che facessero vani sforzi per sottrarsi a quell’abbraccio forzato, tendevano i muscoli e i nervi, si irrigidivano senza però riuscire a liberarsi. Poi, comprendendo che non avrebbero mai potuto eludere quella morsa, irritati dalle corde che segavano la loro carne, nauseati dal loro contatto, sentendo crescere ora dopo ora il proprio malessere, dimenticando di essere legati loro stessi l’uno all’altro, e non riuscendo a sopportare quella catena un istante di più, si facevano rimproveri sanguinosi, tentavano di soffrire meno, di lenire le ferite che si procuravano, ingiuriandosi, stordendosi con le loro grida e le loro accuse.
Ogni sera scoppiava una lite. Si sarebbe detto che gli assassini cercassero ogni pretesto per esasperarsi, per sfogare i loro nervi sfiniti.

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