SOMERSET MAUGHAM – “Schiavo d’amore”

Non poteva togliersela dalla mente. Rideva con rabbia della propria follia: era assurdo preoccuparsi di quel che gli aveva detto una servetta anemica; ma era stranamente umiliato. Nessuno conosceva la sua umiliazione ad eccezione di Dunsford che l’aveva certamente dimenticata; ma Filippo sentiva che non avrebbe più trovato pace finché non l’avesse cancellata. Rifletteva sul da farsi. Decise di andare a prendere ogni giorno il tè. Era evidente che aveva prodotto sopra di lei un’impressione sgradevole, ma pensava che sarebbe riuscito a fargliela dimenticare, non dicendo più nulla che potesse offendere la persona più suscettibile del mondo.
Tutto ciò non ebbe alcun effetto. Entrando diceva “buona sera” ed ella rispondeva con le stesse parole; ma una volta che egli tacque per vedere se la donna l’avrebbe salutato per prima, quella non disse nulla. Mormorò fra sé un’espressione poco parlamentare, ma le ordinò il tè con faccia impassibile. Risolse di non dire una parola e uscì dal locale senza salutarla, deciso a non tornarvi più. Ma l’indomani, all’ora del tè, cominciò a sentirsi inquieto. Cercò di pensare ad altre cose, ma non riusciva a dominare i propri pensieri. Finalmente disse disperatamente:
“Dopo tutto, non vi è ragione che non vada se ne ho voglia.”
Aveva lottato a lungo con se stesso, sicché quando entrò nel locale erano quasi le sette.
“Credevo che non veniste” disse la ragazza mentre egli sedeva.
Il cuore del giovane balzò ed egli si sentì arrossire.
“Sono stato trattenuto. Non ho potuto venir prima.”
“Occupato a tagliare a pezzi qualcuno?”
“No, niente di così terribile.”
“Siete studente, non è vero?”
“Sì.”
Questo parve bastare alla sua curiosità. Essa si allontanò e, poiché a quell’ora non vi era più nessuno ai suoi tavolini, s’immerse nella lettura di un romanzetto. Ciò avveniva prima dell’epoca delle ristampe a pochi soldi di libri buoni, e vi era allora un’infinità di letteratura di terz’ordine, scritta da poveri diavoli per uso e consumo degli illetterati. Filippo era felice: la donna gli aveva rivolto la parola per prima, quindi ben presto sarebbe venuto il momento di poterle dire ciò che pensava di lei. Sarebbe stata una gioia poterle esprimere l’immensità del suo disprezzo. La guardò. Il profilo era veramente bello: strano come le ragazze inglesi di quella classe abbiano sovente una perfezione di lineamenti da togliere il respiro; ma era fredda come il marmo, e la tinta verdognola della sua pelle dava un’impressione di poca salute. Tutte le serventi erano vestite nello stesso modo: un semplice abito nero con grembiule, cuffietta e polsini bianchi. Su un foglietto che aveva in tasca Filippo schizzò il profilo della ragazza curva sul libro (ella pronunciava sottovoce le parole mentre leggeva) e lo lasciò sul tavolino quando se ne andò. Fu una buona idea perché l’indomani, quando lo vide arrivare, ella gli sorrise.
“Non immaginavo che sapeste disegnare.”
“Ho studiato pittura a Parigi per due anni.”
“Ho mostrato il vostro disegno ieri sera alla direttrice; l’ha molto ammirato. Era il mio ritratto, vero?”
“Certamente.”
Mentre la ragazza si allontanava per andare a prendere il tè, una delle sue colleghe si avvicinò.
“Ho visto il ritratto che avete fatto a miss Rogers. Era somigliantissimo.”
Era la prima volta che sentiva il suo nome; e se ne servì per chiamarla quando volle pagare.
“Come mai sapete il mio nome?” chiese la ragazza avvicinandosi.
“Lo ha detto la vostra amica a proposito di quel disegno.”
“Ha voglia che facciate anche il suo ritratto. Ma non glielo fate. Se incominciate, tutte vorranno avere il loro e non la finirete più.” Quindi senza pausa, con una strana inconseguenza, gli chiese: “Dov’è quel giovanotto che veniva con voi? E’ partito?”
“Strano che vi ricordiate di lui.”
“Era un bel ragazzo.”
Filippo provò una strana sensazione; ma non seppe spiegarsela. Gli sembrò peraltro di invidiare i capelli ondulati, il colorito fresco, il bel sorriso di Dunsford.
“Oh, è innamorato” affermò con un sorriso.
Nel tornare a casa zoppicando, Filippo ripeté a se stesso tutte le parole di quella conversazione. Ormai i loro rapporti erano assolutamente cordiali. Alla prima occasione le avrebbe proposto di fare un suo ritratto più accurato, sicuro che avrebbe accolto l’idea con piacere: d’altronde i lineamenti erano belli, il profilo interessante, e quella carnagione clorotica aveva uno strano fascino. Che cosa poteva ricordare? Pensò un attimo alla minestra di piselli; ma scacciando quest’idea con irritazione, pensò ai petali di un bottone di rosa gialla sfogliato prima di sbocciare. Ora non era più in collera con lei.
“Non è una cattiva ragazza” mormorò.
Era stato uno sciocco ad offendersi; certo la ragazza non aveva parlato in quel modo per mostrarsi scortese: ormai egli avrebbe dovuto essersi abituato a produrre a tutta prima un’impressione poco piacevole. Era lusingato del successo del suo disegno; ora che conosceva il suo talento, la ragazza lo considerava con maggiore interessamento. L’indomani fu inquieto tutta la mattina. Avrebbe voluto andare a far colazione nella sala da tè, ma certo vi sarebbe stata molta gente e Mildred non avrebbe potuto parlare con lui. Riuscì a liberarsi da Dunsford e alle quattro e mezza (dopo aver guardato l’orologio una decina di volte) entrò puntualmente nel locale. Mildred volgeva le spalle alla porta. Era seduta al tavolino del tedesco che due settimane prima veniva ogni giorno, e poi era scomparso. Rideva di ciò che il cliente diceva; Filippo trovò che quella risata era volgare e rabbrividì. La chiamò ma inutilmente; la richiamò con lo stesso risultato; finalmente, spazientito, picchiò sul tavolino col bastone. La ragazza si avvicinò immusonita.
“Come va?” egli le chiese.
“Pare che abbiate molta fretta.”
Essa lo guardò dall’alto con l’espressione insolente che Filippo conosceva così bene.
“Ma che diamine avete?”
“Se avete la cortesia di ordinare, andrò a prendere quello che volete. Non posso rimanere qui a discorrere fino a stasera.”
“Tè e crostini imburrati” rispose brevemente Filippo.
Era furibondo. S’immerse nella lettura del giornale, e senza alzare gli occhi quando il tè fu posato sul tavolino, riprese glaciale:
“Fatemi subito il conto. Così non avrò bisogno di disturbarvi.”
La donna scarabocchiò un biglietto, lo posò sul tavolino e tornò presso il tedesco. Dopo qualche secondo aveva ripreso a conversare animatamente con lui. Era un uomo di media statura con la testa tonda, il viso gialliccio e grossi baffi ispidi; portava un ‘tait’ con i calzoni grigi, e aveva una massiccia catena d’orologio. A Filippo sembrò che le altre ragazze guardassero lui e la coppia, scambiando occhiate significative. Certo ridevano di lui, ed egli si sentì ribollire il sangue. Ora detestava Mildred con tutto il cuore. Certamente avrebbe fatto bene a non mettere più piede in quel locale; ma l’idea di essere stato preso in giro gli era insopportabile. Si mise quindi a cercare il modo di mostrarle il suo disprezzo. L’indomani sedette a un altro tavolino e ordinò il tè a una collega di Mildred. Questa sembrò non accorgersi neppure e rimase tutto il tempo a chiacchierare col suo amico. Filippo scelse per uscire il momento in cui aveva possibilità di imbattersi in lei; nel passarle davanti la guardò come se non l’avesse mai vista. Ripeté questo per tre o quattro giorni, immaginando che un bel momento la donna gli avrebbe detto qualcosa: certo gli avrebbe chiesto perché non andava più ai suoi tavolini ed egli aveva preparato una risposta carica di tutta la sua antipatia. Sapeva che era assurdo dar tanto peso a questa storia, ma non poteva farne a meno. E intanto, ancora una volta aveva avuto la peggio. Il tedesco scomparve di nuovo improvvisamente, ma Filippo continuò a sedere altrove. La ragazza non si occupò di lui. E infine egli comprese che ciò che faceva le era completamente indifferente; avrebbe potuto continuare fino al giorno del giudizio senza produrre alcun effetto.
“Ma non è ancora finita” disse tra sé.
L’indomani tornò al tavolino di prima; la cameriera si avvicinò e lo salutò, come se nulla fosse. Egli rimase impassibile ma non poté impedire al proprio cuore di battere follemente. In quell’epoca le operette erano in gran voga, e Filippo era sicuro che Mildred sarebbe stata felice di andare a teatro.
“Sentite” le disse improvvisamente “non verreste a pranzo una sera con me per andar poi a sentire ‘La Bella di Nuova York’? Prenderei due poltrone.”
Aggiunse quest’ultima frase per tentarla. Non accadeva sovente che una cameriera andasse altrove che in loggione; se qualcuno le accompagnava, non prendeva certo dei posti di un prezzo maggiore della seconda galleria. Il volto pallido di Mildred non mutò espressione.
“Perché no?” fu la risposta.
“Allora quando?”
“Il giovedì esco più presto.”
Si misero d’accordo. Mildred abitava con una zia a Herne Hill. Lo spettacolo cominciava alle otto, sicché bisognava pranzare alle sette. La ragazza propose di trovarsi nella sala d’aspetto di seconda classe alla stazione Victoria. Non mostrò alcun piacere e accettò l’invito come se accordasse un favore. Filippo si sentì vagamente irritato.

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