GUY DE MAUPASSANT – “Bel-Ami”

Georges Duroy dormì male, soverchiato com’era dalla voglia di vedere il suo articolo stampato. Appena giorno si alzò ed era già in strada molto prima dell’ora in cui i distributori consegnano i giornali correndo da un’edicola all’altra.
Raggiunse allora la stazione Saint-Lazare, sapendo che “La Vie Française” vi sarebbe arrivata prima del suo quartiere. Era ancora troppo presto, e girellò sul marciapiede.
Vide arrivare la giornalaia che aprì il chiosco a vetri, poi scorse un uomo con in testa un gran pacco di giornali piegati. Si precipitò; c’erano il “Figaro”, il “Gil Blas”, il “Gaulois”, l’”Evénement” e altri due o tre quotidiani del mattino; ma “La Vie Française” non c’era.
Fu invaso dal panico: “Se avessero spostato al giorno dopo i ‘Ricordi di un cacciatore d’Africa’, o se, per caso, all’ultimo momento non fossero piaciuti a papà Walter?”.
Scendendo di nuovo verso l’edicola s’accorse che il giornale era in vendita senza che si fosse accorto di quando lo consegnavano. Si precipitò, lo spiegò dopo aver buttato lì i quindici centesimi, e scorse i titoli della prima pagina. Niente. – Il cuore cominciò a battere; aprì il giornale ed ebbe un tuffo leggendo in fondo a una colonna, in neretto: “Georges Duroy”. C’era! Che meraviglia!
Cominciò a camminare, senza un pensiero, il giornale in mano, il cappello sbarazzino, con una gran voglia di fermare i passanti e dirgli: “comprate questo – comprate questo! C’è un articolo mio”. Avrebbe voluto gridare a squarciagola, come fanno gli strilloni la sera sui boulevard; “Leggete ‘La Vie Française’, leggete l’articolo di Georges Duroy: ‘Ricordi d’un cacciatore d’Africa’!”. E di colpo provò il desiderio di leggere lui stesso quell’articolo, di leggerlo in un luogo pubblico, in un caffè, ben in vista. Cercò un locale che fosse già frequentato. Scarpinò parecchio. Finalmente si mise seduto al tavolo esterno in una specie di osteria dove c’erano già diversi avventori e chiese: “Un rhum”, come avrebbe chiesto: “un assenzio”, senza pensare all’ora. Poi chiamò: “Cameriere, portatemi ‘La Vie Française’”.
Accorse un uomo col grembiule bianco:
“Non l’abbiamo, signore, ci portano soltanto il ‘Rappel’, il ‘Siècle’, la ‘Lanterne’ e il ‘Petit Parisien’”.
Duroy, furibondo e indignato, urlò: “Che razza di bettola! Forza, andate a comprarmelo”. Il cameriere corse via, tornò col giornale, Duroy si mise a leggere il suo articolo; e parecchie volte disse, con voce molto alta: “Ottimo!”, per attirare l’attenzione dei vicini e incuriosirli sul contenuto di quel foglio. Poi, andandosene, lo lasciò sul tavolo. Il padrone se ne accorse, lo richiamò:
“Signore, signore, dimenticate il vostro giornale!”.
E Duroy rispose: “Ve lo lascio, l’ho letto. C’è una cosa molto interessante oggi”.
Non indicò la cosa, ma vide, mentre se ne andava, uno dei suoi vicini che prendeva il giornale dal tavolo dove l’aveva lasciato.
Pensò: “E adesso che faccio?”. E decise di andarsene in ufficio, riscuotere lo stipendio e dare le dimissioni. Ebbe un guizzo di piacere anticipato all’idea della faccia che avrebbe fatto il capo e i colleghi. Soprattutto l’idea dello sbigottimento del capo lo mandava in solluchero.
Camminava lentamente, per non arrivare prima delle nove e mezza, dato che la cassa apriva soltanto alle dieci.
Il suo ufficio consisteva un uno stanzone tetro dove d’inverno bisognava tenere il gas acceso quasi tutto il giorno. Dava su un cortile stretto, dirimpetto ad altri uffici. Erano in otto a lavorare lì dentro come impiegati, più un vicedirettore, nascosto in un angolo dietro un paravento.
Duroy andò subito a riscuotere i suoi centodiciotto franchi e venti centesimi, chiusi in una busta gialla giacente nel cassetto dell’addetto ai pagamenti, quindi entrò con aria di trionfo nella grande stanza da lavoro, dove aveva passato tanti giorni.
Appena entrato, lo chiamò il vicedirettore, il signor Potel.
“Ah, siete voi, signor Duroy? Il capo ha già chiesto di voi parecchie volte. Sapete che non ammette che uno sia malato per due giorni di seguito, senza certificato medico”.
Duroy, che era rimasto in piedi in mezzo all’ufficio calcolando l’effetto, rispose forte:
“E chi se ne frega”.
Tra gli impiegati corse un movimento di stupore e la faccia del signor Potel spuntò esterrefatta al di sopra del paravento che lo rinchiudeva, come in una scatola.
Soffriva di reumatismi e si barricava là dentro per paura delle correnti d’aria. Aveva fatto solo due buchi nelle ante per sorvegliare il personale.
Si udivano volare le mosche. Alla fine il vicedirettore chiese titubante:
“Avete detto?”
“Ho detto: e chi se ne frega. Sono venuto oggi soltanto per rassegnare le mie dimissioni. Sono entrato come redattore alla ‘Vie Française’ a cinquecento franchi al mese, più i singoli articoli. Stamani è già uscito il mio primo pezzo”.
S’era ripromesso di prolungare il godimento: ma non aveva potuto resistere alla voglia di spiattellare tutto il colpo.
L’effetto, del resto, era stato totale. Nessuno si muoveva.
Duroy annunciò: “Vado ad avvisare il signor Perthuis, poi tornerò a salutarvi”. E uscì per andare dal capo che appena lo vide sbraitò:
“Ah! eccovi. Sapete che non voglio…”
L’impiegato gli troncò la parola:
“Non è il caso di sgolarvi tanto…”.
Il signor Perthuis, un omaccione rosso come la cresta del gallo, rimase soffocato dallo stupore.
Duroy riprese: “Ne ho abbastanza della vostra bottega. Ho debuttato questa mattina nel giornalismo, dove mi hanno offerto un posto magnifico. Ho l’onore di salutarvi”.
E uscì. Era vendicato.

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