DENIS DIDEROT – “Teresa la filosofa”

La vecchia penitente arrivò e subito si accorse della devozione di Eradice, alla quale fece in modo di inculcarne una in particolare per San Francesco suo patrono. Fabbricò quindi un’acqua che aveva la facoltà di produrre delle piaghe simili alle stigmate e il Giovedì Santo, prendendo a pretesto l’Ultima Cena, la vecchia penitente lavò i piedi di Eradice, applicandovi quell’acqua che non tardò a produrre il suo effetto.
Due giorni dopo, Eradice confidò alla vecchia di avere una ferita su ciascun piede.
“Che felicità!”, esclamò quella, “che gloria per voi! San Francesco vi ha trasmesso le sue stigmate: Dio vuole fare di voi una grande santa. Vediamo se, come il vostro grande patrono, non avete stigmatizzato anche il costato”. Portò quindi in fretta la mano sotto il seno sinistro di Eradice, applicandovi ugualmente un po’ di quell’acqua: il giorno seguente, nuova stigmate. Eradice non mancò di raccontare questo miracolo al suo direttore spirituale, che, temendo lo scandalo, le raccomandò l’umiltà e il segreto. Ma fu inutile: la ragazza era dominata dalla passione di sembrare una santa, e la sua gioia trapelava. Fece delle confidenze; la notizia delle sue stigmate fece scalpore e in breve tutte le penitenti del Padre pretesero di essere stigmatizzate. Dirrag sentì che era necessario difendere la sua reputazione e nello stesso tempo escogitare qualcosa che distraesse l’opinione pubblica, impedendole di tenere lo sguardo fisso soltanto su Eradice. Qualche altra penitente fu dunque stigmatizzata con lo stesso sistema: tutto andò per il meglio. Contemporaneamente Eradice si votò a San Francesco; il suo direttore le assicurò che lui stesso aveva la più grande fiducia nella sua intercessione. Aggiunse anzi che aveva operato numerosi miracoli per mezzo di un gran pezzo del cordone di questo santo, che un Padre della sua congregazione gli aveva portato da Roma e che aveva scacciato, in virtù di questa reliquia, il diavolo dal corpo di parecchi indemoniati introducendolo nella loro bocca o in qualche altro canale naturale, a seconda delle esigenze del caso. Le mostrò infine questo preteso cordone che altro non era che un grosso pezzo di corda, lungo circa otto pollici, spalmato di un mastice che lo rendeva duro e liscio, ricoperto da una custodia di velluto rosso che gli serviva da fodero. In una parola, era uno di quegli attrezzi che spesso posseggono le monache, chiamati ‘godemiché’. Senza dubbio era appartenuto a qualche vecchia badessa, da cui Dirrag se l’era fatto dare per venerarlo e baciarlo umilmente come si addice a una reliquia, e che il Padre assicurava non poter essere toccata senza peccato da mani profane.
Fu così, mio caro Conte, che il Padre Dirrag condusse per gradi la sua nuova penitente a sopportare, durante molti mesi, i suoi lascivi abbracci, fin quando ella non credette di gioire di una felicità puramente spirituale e celeste.
E’ stata proprio lei a mettermi al corrente di questi fatti, qualche tempo dopo la conclusione del processo. Mi confidò che fu un certo prete (che peraltro ebbe una grossa parte in questa vicenda) ad aprirle gli occhi. Questo prete era giovane, bello, ben fatto, appassionatamente innamorato di lei e amico dei suoi genitori, con i quali spesso si frequentava. Egli si guadagnò la sua confidenza e smascherò l’impudico Dirrag. Fu allora (così mi sembrò di capire, stando a quanto lei mi disse) che svanì la sua buona fede sugli abbracci di quel lussurioso Padre. Capii pure che anche questo prete non aveva smentito la reputazione del suo ordine e che, sia con il corpo che con le parole, aveva ricompensato ampiamente la sua proselite dei sacrifici che le erano costate le angherie settimanali del suo vecchio drudo. Eradice riconobbe dunque l’inganno del santo cordone di Dirrag dopo aver provato il membro naturale del prete, e l’efficacia di questa dimostrazione le fece capire di essere stata grossolanamente imbrogliata. La sua vanità si sentì ferita e il desiderio di vendetta la portò a compiere gli eccessi che sapete, d’accordo con questo coraggioso prete che, oltre a parteggiare per lei, era anche geloso dei favori che Dirrag era riuscito a carpire alla sua amante. Le sue bellezze erano un bene riservato a lui solo; era un furto che gli era stato fatto, e che doveva essere punito in modo esemplare; solo il rogo del suo rivale, così credeva, poteva calmare il suo risentimento e la sua vendetta.
Vi ho detto che mi ritirai non appena Padre Dirrag si congedò da Mademoiselle Eradice. Quando fui nella mia camera mi prosternai in ginocchio per chiedere a Dio la grazia di essere trattata come la mia amica. Il mio spirito era in agitazione tale che rasentava il furore: un fuoco interiore mi divorava. Non riuscivo a stare né seduta né in piedi, né in ginocchio; nessuna posizione mi dava pace. Infine mi buttai sul letto. La penetrazione del membro rubicondo in quella parte di Eradice non poteva uscirmi di mente, anche se non gli attribuivo nessuna idea precisa di piacere né di peccato. Alla fine caddi in una profonda fantasticheria, nella quale mi sembrava che quello stesso membro, staccato da ogni altra cosa, facesse la sua entrata in me attraverso la stessa via. Macchinalmente mi misi nella medesima posizione in cui avevo visto Eradice; e, sempre macchinalmente, nell’agitazione che mi faceva fremere, strisciai sul ventre fino alla colonnina della spalliera del letto, che si trovò così a passare fra le mie cosce. Servì a fermarmi e a fare da punto d’appoggio per quella parte dove sentivo un prurito indescrivibile.

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