JACK LONDON – “Zanna Bianca”

Vedendo Weedon Scott che si avvicinava, Zanna Bianca arruffò il pelo e ringhiò come se avesse voluto avvertire l’uomo che non si sarebbe più sottoposto a nessun genere di punizione. Erano ormai passate ventiquattro ore da quando aveva morso la mano che ora vedeva bendata e appesa al collo per evitarvi l’afflusso di troppo sangue. In passato Zanna Bianca aveva anche conosciuto punizioni rinviate e temeva appunto che ora proprio qualcosa del genere stesse per piombargli addosso. E come poteva essere altrimenti? Aveva commesso proprio quello che per lui stesso era un sacrilegio, aveva affondato le zanne nella sacra carne di un dio e per di più di un dio superiore, di uno di quelli dalla pelle pallida. Per regola di natura, quindi, e nella normalità dei suoi rapporti con gli dei, doveva aspettarsi certo qualcosa di molto terribile.
Il dio si mise a sedere, tenendosi a parecchi passi di distanza e Zanna Bianca non ci vide nulla di pericoloso. Quando gli dei somministravano le loro punizioni, di solito stavano in piedi e, per di più, quel dio non aveva né bastone né frusta né armi da fuoco. Inoltre lui era libero. Non era assicurato da nessuna catena o bastone e poteva mettersi in salvo prima che il dio avesse avuto il tempo di alzarsi in piedi. Nel frattempo avrebbe aspettato e osservato.
Il dio rimase immobile senza fare il minimo movimento, e il rischio di Zanna Bianca calò di tono e man mano si cambiò in un brontolio che si spense scendendo nella gola. Poi il dio parlò. Al suono di quella voce, il pelo si drizzò di nuovo sul collo di Zanna Bianca e il brontolio rinacque nella gola, ma il dio non fece nessun movimento ostile e continuò tranquillamente a parlare. Per un po’ di tempo il brontolio risuonò in accordo con lui e una certa corrispondenza di ritmo si stabilì tra il suono emesso dalla gola del lupo e la voce dell’uomo. Ma il dio continuava a parlare incessantemente e gli parlava come nessuno gli aveva mai parlato prima; parlava lentamente e delicatamente con un tono di dolcezza che, in qualche modo, agiva su Zanna Bianca. Suo malgrado e malgrado gli aspri ammonimenti del suo istinto, il lupo cominciò ad avere una certa fiducia in quel dio. Provava un senso di sicurezza che smentiva tutte le sue precedenti esperienze con gli uomini.
Dopo un bel po’ di tempo, il dio si alzò ed entrò nella capanna. Zanna Bianca lo ispezionò con una certa apprensione quando lo vide riuscire fuori. Non aveva la frusta né il bastone né altre armi; e neanche la mano ferita era dietro la schiena per nascondere qualcosa. Sedette di nuovo al punto di prima a parecchi passi di distanza; in mano aveva un pezzo di carne che gli presentò. Zanna Bianca rizzò le orecchie e lo esaminò sospettoso, facendo in modo di non perdere di vista il dio mentre ispezionava la carne, attento a ogni suo atto, con il corpo rigido e pronto a balzare via al minimo segno di ostilità.
La punizione doveva essere ancora rinviata. Il dio gli metteva soltanto sotto il naso un pezzo di carne, e in quel pezzo di carne sembrava che non ci fosse nulla di pericoloso. Tuttavia Zanna Bianca era ancora sospettoso e, benché la carne gli fosse offerta con piccoli gesti di invito della mano, rifiutò di toccarla. Gli dei sapevano tutto e chi poteva dire quale sottile tradimento si nascondesse dentro quel pezzo di carne apparentemente innocuo. In alcune sue esperienze passate, specialmente quando aveva avuto a che fare con le ‘squaw’, spesso la carne e qualche punizione erano andate disastrosamente d’accordo.
Alla fine il dio gettò la carne sulla neve ai suoi piedi. La fiutò accuratamente, ma senza guardarla; mentre la fiutava i suoi occhi erano addosso al dio. Ma non accadde nulla. Prese la carne con la bocca e la inghiottì. Neanche questa volta accadde nulla, anzi il dio gliene offrì un altro pezzo. Di nuovo rifiutò di prenderla dalla mano e di nuovo gli fu gettata. Tutto ciò fu ripetuto un certo numero di volte ma, alla fine, il dio rifiutò di gettargliela. Tenne nella mano la carne e gliela offrì con una certa fermezza.
Era dell’ottima carne e Zanna Bianca aveva fame. A poco a poco, estremamente cauto, si avvicinò alla mano e finalmente decise di prendervi il cibo. Senza distogliere mai gli occhi dal dio, protese in avanti la testa con le orecchie appiattite indietro, mentre il pelo del collo gli si rizzava istintivamente e dalla gola nasceva un profondo brontolio come un ammonimento a non fare brutti scherzi. Mangiò la carne e non accadde nulla. Un pezzo alla volta, se la mangiò tutta e non accadde nulla. Si vede che la punizione era stata ancora rimandata.
Si leccò le labbra e attese. Il dio seguitava a parlargli. Nella voce vi era tanta gentilezza, qualcosa di cui Zanna Bianca non aveva la minima esperienza; e in lui si facevano strada sentimenti di cui, del pari, non aveva mai fatto l’esperienza prima di allora. Fu consapevole di provare un certo strano senso di soddisfazione, come se un suo bisogno fosse stato soddisfatto. Ma poi di nuovo prevalse in lui lo stimolo dell’istinto che, date le passate esperienze, lo consigliava di stare in guardia. Gli dei erano sempre molto astuti e usavano modi impensati pur di raggiungere i loro scopi.
Lo aveva immaginato! Eccola, la mano del dio, così abile nel fare del male, che si protendeva su di lui, discendendo sulla sua testa. Ma il dio continuava a parlare. La sua voce era tenue e dolce. Malgrado quella mano minacciosa, la voce ispirava una certa fiducia e nonostante quella voce che rassicurava, quella mano ispirava diffidenza. Zanna Bianca era combattuto da sentimenti e impulsi contrastanti. Gli sembrava di scoppiare, tanta era la tensione e così terribile era il dominio che doveva esercitare su se stesso, tenendo insieme, per involontaria decisione, le forze contrarie che lottavano dentro di lui per sopraffarlo.
Venne a un compromesso. Ringhiò, arruffò il pelo e appiattì le orecchie ma non colpì con le zanne ne balzò via. Intanto la mano discendeva e si avvicinava sempre di più toccando le punte del suo pelame irto. Si appiattì al massimo sotto di essa, ma questa lo seguì giungendo sempre più vicino a lui. Rabbrividendo, quasi tremando, si sforzò ancora di dominarsi. Era un vero tormento quella mano che lo toccava e violentava il suo istinto. Non poteva certo dimenticare in un sol giorno tutto il male che aveva ricevuto dalle mani degli uomini, ma quella era la volontà del dio e lui si sforzava di sottomettervisi.
La mano si alzò e ridiscese in un lieve e carezzevole battito. Questo continuò ma ogni volta che la mano si alzava, si alzava anche il pelo sotto di essa, e ogni volta che discendeva, le orecchie si appiattivano e un cavernoso brontolio gorgogliava nella gola. Zanna Bianca brontolava con una certa insistenza che suonava come un avvertimento. Voleva far capire che era pronto a ricambiare prontamente qualsiasi male dovesse ricevere. Non vi era modo ancora di comprendere quale fosse il recondito motivo dello strano comportamento di quel dio. In qualsiasi momento, quella voce dolce, che ispirava tanta fiducia, poteva tramutarsi in un ruggito di collera e quella gentile e carezzevole mano trasformarsi in una morsa che lo avrebbe afferrato e immobilizzato per somministrargli la punizione.
Ma il dio continuava a parlargli con voce dolce e anche la mano si alzava e si abbassava in piccoli colpi che non erano affatto ostili. Zanna Bianca provava sensazioni contrastanti. Una era quella che ripugnava al suo istinto, che lo limitava, che si opponeva alla sua volontà di libertà personale. L’altra era quella che tutto sommato non provava alcun male fisico, anzi, al contrario, era perfino fisicamente piacevole. Il movimento della carezza si trasformò lentamente in uno stropiccio alla base delle orecchie e il senso del piacere fisico crebbe ancora.
Eppure un po’ di paura l’aveva ancora e stava in guardia in attesa del male imprevedibile, soffrendo e provando piacere a seconda che l’un sentimento prendeva il sopravvento sull’altro, pervadendolo tutto.

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