HONORE’ DE BALZAC – “Eugénie Grandet”

Nella vita pura e monotona delle ragazze v’è un’ora deliziosa in cui il sole effonde nell’anima loro i suoi raggi, in cui il fiore esprime pensieri, in cui i palpiti del cuore comunicano al cervello una calda fecondità e fondono le idee in un vago desiderio; v’è un giorno d’innocente melanconia e di gioie soavi. Quando i bimbi cominciano a vedere, sorridono, e, quando una fanciulla intravvede il sentimento della natura, essa ritrova il suo sorriso di bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è forse la luce del cuore? E per Eugénie giungeva ormai il momento di scorger chiaro nelle cose di questa terra.
Mattiniera come tutte le ragazze di provincia, ella si levò di buon’ora, recitò la sua preghiera e prese a vestirsi, cosa che cominciava ad avere importanza per lei. Si pettino i capelli castani, ne avvolse le grosse trecce al di sopra della nuca con minutissima cura, cercando che nessun capello sfuggisse dalla massa, e diede risalto in tal modo al timido candore del viso con una giusta armonia fra la semplicità degli accessori e la purezza delle linee. Mentre si lavava più volte le mani nell’acqua fresca che le induriva la pelle arrossandola, si guardò le belle braccia rotonde, volle cercar la causa per cui il cugino aveva le mani così morbide e bianche, le unghie tanto bene affilate. Si mise calze nuove, le scarpe più eleganti e, pungendola per la prima volta il desiderio di comparir graziosa, comprese d’un tratto quanta gioia possa aspettarsi da un abito ben fatto, che renda più attraente. Terminata la toletta, udì suonare l’orologio della parrocchia, e si stupì di contare soltanto le sette. Per timore di non avere il tempo necessario per vestirsi bene, s’era levata troppo presto, ma, ignorando l’arte di accomodare dieci volte un ricciolo e di studiarne l’effetto, Eugénie incrociò semplicemente le braccia, sedette alla finestra, e si mise a contemplare il cortile, il giardino stretto e le alte terrazze che lo dominavano; una triste veduta nell’insieme, ma non priva delle misteriose bellezze proprie dei luoghi solitari o della natura incolta.
Accanto alla cucina era un pozzo con parapetto di pietra e con la carrucola sostenuta da un braccio di ferro curvato, intorno a cui si attorcigliava una vite appassita, rossa, bruciata dalla siccità. Dal ferro passava sul muro, vi si attaccava, correva lungo la casa, e andava a finire nella legnaia, dove la legna era disposta con la stessa cura con cui son disposti i libri d’un bibliofilo. Il pavimento del cortile aveva tinte nerastre, prodotte col tempo dai muschi e dalle erbe, e le mura erano rivestite come d’una camicia verde, listata da lunghe strisce brune. Gli otto gradini, che in fondo al cortile menavano all’uscio del giardino, erano disgiunti e quasi sepolti sotto le piante, come la tomba di un cavaliere delle Crociate sepolto dalla sua vedova; sopra una fila di pietre mezzo rose poggiava un cancello di legno marcio, cadente per antichità e tutto avvinto da piante rampicanti. Ai lati del cancello si protendevano i rami storti di due meli tisici. Tre viali paralleli, sparsi di sabbia e separati da aiuole con bordo di bosso, formavano il così detto giardino, che finiva sotto la terrazza in un gruppo di tigli. In un angolo vi erano alcune piante di fragola, in un altro un noce immenso spingeva i rami fin sopra il gabinetto del vecchio bottegaio.
Una giornata limpida e il lieto sole d’autunno in riva alla Loira venivano man mano dissipando quella specie di velatura che la notte aveva distesa sopra gli oggetti pittoreschi, sui muri, sulle piante del giardino e del cortile. Eugénie sentì un fascino tutto nuovo in quelle cose che fino allora le erano rimaste indifferenti. Mille pensieri confusi le sorsero nell’anima, e crescevano a misura che i raggi del sole diventavano più vividi; finché un moto di piacere la scosse, vago, inesplicabile, un piacere che ne avvolgeva l’essere morale, come una nuvola avvolgerebbe l’essere fisico.
I suoi pensieri erano in perfetto accordo con i particolari dello splendido paesaggio, e le armonie del cuore finirono con l’unirsi a quelle della natura. Quando il sole raggiunse un angolo del muro, di dove si protendevano le piante di capelvenere dalle larghe foglie a colori cangianti, simili a petti di colomba, parve a Eugénie che celesti raggi di speranza le illuminassero l’avvenire, e provò diletto a contemplare quel pezzo di muraglia, i suoi fiori pallidi, le campanelle azzurre e le erbe appassite, cui si legò un ricordo soave come quelli dell’infanzia. Il fruscio di ogni foglia che cadeva dal suo ramo nel cortile sonoro, sembrava una risposta alle mute domande della fanciulla, che restava là inconscia del fuggir del tempo. Poi dentro quell’anima si agitò qualche scrupolo e, alzandosi, ella veniva innanzi allo specchio e vi guardava la sua persona, come un autore ingenuo contemplava l’opera sua per scoprirne i difetti e dire male di se stesso.
“Io non sono abbastanza bella per lui!”, pensava Eugénie, umile e dolente.
Certo la povera ragazza non era giusta verso se stessa, ma la modestia, o meglio la timidezza, è una delle prime virtù dell’amore. Ella era una fanciulla di forte costituzione, come ve ne sono tante nella media borghesia, e la sua bellezza poteva anche sembrare volgare; ma, pur non somigliando alla Venere di Milo, aveva nelle forme l’impronta nobile e soave del sentimento cristiano, che purificava la donna e la circondava di un’aria speciale, nota agli scultori dell’antichità. Aveva la testa grande, la fronte maschia ma delicata del Giove di Fidia: i suoi occhi erano grigi, nella cui pallida luce pareva riflettersi intera la castità della vita. Le linee del viso rotondo fresco e roseo avevano un po’ sofferto pel vaiolo, abbastanza benigno da non lasciarvi traccia, ma tale da distruggere il velluto della pelle, sebbene questa si conservasse tuttavia così dolce e fine, che il puro bacio della madre v’imprimeva per un istante un segno rosso. Il naso era un po’ troppo pronunziato, ma armonizzava con una bocca del più bel carminio, spirante dalle labbra affetto e bontà, mentre di squisita modellatura appariva il collo. Il seno ricolmo e accuratamente nascosto attirava lo sguardo svegliando i sogni, e la stessa rigidezza dell’alta statura, benché priva della grazia dell’abbigliamento, doveva avere un fascino speciale per i conoscitori. Eugénie, grande e robusta, non aveva nulla del leggiadro che piace alle masse, ma era bella di quella bellezza che ha potenza solo sugli artisti. Se un pittore fosse venuto quaggiù alla ricerca del tipo personificante la celeste purità di Maria, e avesse chiesto a tutta la natura femminea gli occhi modestamente fieri divinati da Raffaello, le linee verginali, spesso fiorenti dall’impeto improvviso della concezione, ma frutto in realtà di una vita cristiana e pudica; quel pittore, acceso da un raro modello, avrebbe trovato a un tratto nel volto di Eugénie la nobiltà innata e incosciente di sé, avrebbe intravvisto sotto la fronte tranquilla un mondo di affetto, e nello sguardo, nel moto delle pupille, un non so che di divino. I suoi lineamenti mai alterati né stancati dall’espressione del piacere, somigliavano alle linee d’orizzonte che sfumavano dolcemente nella lontananza dei placidi laghi. Questa fisionomia calma, colorita, circonfusa di luce come un bel fiore aperto, dava all’anima un senso di pace, comunicava quasi il fascino della coscienza che vi era rispecchiata, e avvinceva gli sguardi. Eugénie era ancora sulla riva del fiume della vita, ove fioriscono le illusioni infantili, ove si colgono margherite con un sentimento di delizia che diverrà ignoto in seguito, e, mirandosi nello specchio, ignara ancora dell’amore, ella ripeteva a se stessa:
“Son troppo brutta, io; non può badare a me”.

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