ARTHUR SCHNITZLER – “Doppio sogno”

“Quasi mai a quell’ora incontravo anima viva, e tantomeno bagnanti. Un mattino, però, la mia attenzione fu attratta all’improvviso da una figura femminile che, come materializzatasi dal nulla, si muoveva con cautela sull’angusto terrazzino di una delle cabine piantate nella sabbia, ponendo un piede davanti all’altro e tenendo le braccia tese all’indietro, appoggiate alla parete di assi. Si trattava di una ragazza molto giovane, forse di quindici anni, con i capelli biondi sciolti sulle spalle, che su un lato le ricadevano sul seno piccolo e delicato. La ragazza guardava dritto davanti a sé, lo sguardo puntato sull’acqua, scivolando lentamente lungo la parete, con gli occhi abbassati verso l’angolo opposto, e all’improvviso me la ritrovai proprio davanti; tese le braccia ancor più indietro, come se volesse aggrapparsi alla parete, alzò la testa e all’improvviso si accorse di me. Il suo corpo fu percorso da un fremito, come se fosse lì lì per cadere o per fuggire. Ma dato che sull’assito angusto avrebbe potuto muoversi soltanto con lentezza, decise di fermarsi… e rimase lì, dapprima con espressione spaventata, poi contrariata e infine imbarazzata. D’un tratto, però, mi sorrise, un sorriso meraviglioso; nei suoi occhi c’era un saluto, anzi, un invito… e allo stesso tempo una sorta di pacato scherno in come sfiorò per un attimo l’acqua che, ai suoi piedi, mi divideva da lei. Poi allungò verso l’alto il giovane corpo sottile ed elastico, come felice della propria bellezza, e, come facilmente s’intuiva, inorgoglita e dolcemente eccitata dal mio sguardo scintillante, che sentiva su di sé. Rimanemmo così, uno di fronte all’altra, forse per una decina di secondi, con le labbra semiaperte e gli occhi che brillavano. Senza nemmeno rendermene conto, spalancai le braccia verso di lei; nel suo sguardo c’era del fervore, della gioia. D’un tratto, però, scosse violentemente la testa, staccò un braccio dalla parete facendomi imperiosamente cenno di allontanarmi; quando vide che non le ubbidivo all’istante, nei suoi occhi di bambina individuai una tale preghiera, un’implorazione così fervida da non lasciarmi altra scelta: mi voltai e me ne andai. Proseguii per la mia strada il più velocemente possibile; non mi voltai nemmeno una volta a guardarla, non per riguardo, obbedienza o spirito cavalleresco, in verità, ma piuttosto perché sotto il suo ultimo sguardo avevo percepito un’emozione talmente grande, più di ogni altra mai provata precedentemente, da sentirmi prossimo allo svenimento”. Poi tacque.
“E quante volte”, volle sapere Albertine guardando fisso davanti a sé e senza alcuna inflessione particolare nella voce, “quante volte, in seguito hai ripercorso la stessa strada?”
“Quel che ti ho raccontato”, rispose Fridolin, “si è casualmente verificato l’ultimo giorno della nostra permanenza in Danimarca. Nemmeno io saprei dire cosa sarebbe accaduto in circostanze diverse. E tu cerca di non chiedermelo, Albertine”.
Era ancora in piedi davanti alla finestra, immobile. Albertine si alzò, gli si avvicinò con gli occhi umidi e incupiti e la fronte leggermente aggrottata. “In futuro cerchiamo di raccontarcele subito certe cose”, disse.
Lui annuì senza parlare.
“Promettimelo”.
Lui l’attirò a sé. “Non ti fidi di me?”, le chiese; ma la sua voce aveva conservato una certa asprezza.
Lei gli afferrò le mani, le accarezzò e alzò su di lui gli occhi velati, nel cui fondo egli riusciva a leggere ogni suo pensiero. Ora Albertine stava pensando alle altre, più reali esperienze di Fridolin, quelle avute da ragazzo, alle quali era stata in parte iniziata poiché egli, cedendo fin troppo volentieri alla sua curiosità di donna gelosa, durante i primi anni del loro matrimonio le aveva confidato, anzi, come spesso gli era sembrato, confessato cose che avrebbe fatto meglio a tenere per sé. E in quel momento – lo sentiva – alcuni di quei ricordi stavano necessariamente riemergendo dentro di lei, ed egli non rimase molto stupito quando, come in un sogno, pronunciò il nome quasi dimenticato di una delle sue amanti giovanili. Gli parve però di udire nella voce di lei una sorta di rimprovero, persino una sommessa minaccia.
Le prese le mani e se le portò alle labbra.
“In ogni essere – credimi, anche se potrà sembrarti scontato affermarlo da parte mia – in ogni essere che ho creduto di amare, ho sempre cercato solo e soltanto te. E la mia convinzione in proposito va al di là di quanto tu possa mai comprendere, Albertine”.
Gli rivolse un sorriso opaco. “E se anch’io avessi voluto cercare prima di conoscerti?”, disse, mentre il suo sguardo cambiava, divenendo freddo e impenetrabile. Lui le lasciò le mani, come se l’avesse sorpresa a mentirgli, a tradirlo; ma lei disse: “Oh, se sapeste”, poi tornò a tacere.
“Se sapessimo? Che vuoi dire?”
Con insolito durezza, gli rispose: “Più o meno quello che puoi immaginare, mio caro”.
“Albertine… C’è dunque qualcosa che mi hai tenuto nascosto?”
Lei annuì, guardando fisso davanti a sé con uno strano sorriso stampato sulle labbra.
Dubbi folli e inconcepibili cominciarono a farsi strada dentro di lui.
“Non capisco”, disse. “Quando ci siamo fidanzati non avevi ancora diciassette anni”.
“Sedici compiuti, è vero, Fridolin. Eppure” – lo guardò serenamente negli occhi – “non fu merito mio, se arrivai ancora vergine al matrimonio”.
“Albertine…!”
E lei raccontò:
“Accadde sul Worthersee, poco prima del nostro fidanzamento, Fridolin, in una bellissima sera d’estate. Un ragazzo molto attraente si fermò davanti alla mia finestra, quella che dava sul grande prato, ci mettemmo a discorrere e durante quella conversazione pensai, già, senti cosa pensai: ma che giovane amabile, affascinante è mai questo… Gli basterebbe dire una parola, certo, la parola giusta, è chiaro, e io uscirei con lui sul prato per una passeggiata, seguendolo ovunque volesse andare… magari nel bosco; oppure, ancora meglio, potremmo prendere una barca e uscire sul lago… e stanotte egli potrebbe ottenere da me qualsiasi cosa desiderasse. Già, è proprio questo che ho pensato. Ma il giovane affascinante non pronunciò mai quella parola; si limitò a posarmi un delicato bacio sulla mano e il mattino successivo mi chiese… se volevo diventare sua moglie. E io risposi di sì”.

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