ANTONIO FOGAZZARO – “Piccolo mondo antico”

La marchesa mise il capo fuori, la ravvisò, si ritrasse dicendo con qualche vigor nuovo nella sua voce floscia:
“Avanti!”
In quel momento partirono dall’alto del sagrato acute, disperate grida: “Sciora Luisa! Sciora Luisa!”. Luisa non udì. Pasotti aveva irosamente gridato ai portatori “avanti!” e i portatori riprendevano le stanghe.
“Avanti pure!”, diss’ella, risoluta di mettersi a fianco della portantina. “Non ho a dire che due parole.”
Se Pasotti e la vecchia marchesa avevano prima immaginato lagrime e suppliche, dovettero attendersi allora dal fiero viso e dalla vibrante voce ben altro.
“Parole, adesso?”, fece Pasotti avanzandosi quasi minaccioso.
“Sciora Luisa! Sciora Luisa!”, si gridò da vicino con accento di strazio; e venne con le grida un rumor di passi precipitosi. Ma Luisa non parve udir niente. “Sì, adesso!”, rispose a Pasotti con altezza inesprimibile. “Io avverto, per mia bontà, questa signora…”
“Sciora Luisa!”
Ella dovette pure interrompersi e voltarsi. Due, tre, quattro donne le furono addosso, stravolte, scarmigliate, singhiozzanti: “Che La vegna a cà subet! Che La vegna a cà subet!”. Le facce, i pianti, le voci la strapparon d’un colpo fuori della sua passione, del suo proposito.
Si avventò fra quelle donne esclamando: “Che c’è?”. Ed esse sapevano solo ripetere con gli occhi schizzanti dall’orbita: “Che La vegna a cà! Che La vegna a cà!”.
“Ma cosa c’è, stupide?”
“La Soa tosa, la Soa tosa!”
Ella gridò come pazza: “La Maria? La Maria? Cosa? Cosa?”, udì fra i singhiozzi nominar il lago, cacciò uno strido e, apertasi la via come una fiera, si slanciò su per la scalinata. Quelle donne non poterono tenerle dietro, ma sul sagrato ce ne erano altre, malgrado la pioggia, che strillavano e piangevano.
Luisa si sentì mancare, precipitò a terra sull’ultimo scalino.
Le donne accorsero a lei, dieci mani la presero, la sollevarono. Urlò: “Dio, è morta?”. Qualcuno rispose: “No, no!”. “Il medico?”, diss’ella ansando. “Il medico?”. Molte voci risposero che c’era.
Ella parve riaver tutta la sua energia, riprese lo slancio e la corsa. Otto o dieci persone si precipitarono dietro a lei. Due sole poterono seguirla. Volava. Al cimitero incontrò Ismaele e un altro, gridò appena li vide:
“E’ viva? E’ viva?”. Il compagno d’Ismaele ritornò indietro di corsa per andar ad avvertire che la madre veniva. Ismaele piangeva, seppe solamente rispondere: “Esusmaria, sciora Luisa!”, e fece atto di trattenerla. Luisa lo urtò freneticamente via, passò oltre, seguita da lui che aveva perduta la testa e adesso le gridava dietro, correndo: “L’è forsi nient! l’è forsi nient!”. Pareva che la pioggia dirotta, continua, uguale, lo smentisse piangendo.
Giunta ansante sul sagrato di Oria, Luisa ebbe la forza di gridare: “Maria! Maria mia!”. La finestra dell’alcova era aperta. Udì la Cia che piangeva ed Ester che la sgridava. Alcune persone tra le quali il professor Gilardoni le uscirono incontro. Il professore teneva le mani giunte e piangeva silenziosamente, pallido come un cadavere. Gli altri bisbigliavano: “Coraggio! Speriamo!”. Ella fu per cadere, esausta. Il professore le cinse la vita con un braccio, la trasse su per le scale che erano gremite di gente, come pure il corridoio, al primo piano.
Luisa passò, quasi portata di peso, fra voci affannose di conforto: “Coraggio, coraggio! Chi sa! Chi sa!”. All’entrata della camera dell’alcova, si sciolse dal braccio del professore, entrò sola.
Avevan dovuto accendere il lume perché nell’alcova, causa la pioggia, faceva scuro. La povera dolce Ombretta posava nuda sul letto con gli occhi semiaperti e la bocca pure semiaperta. Il viso era leggermente roseo, le labbra nerastre, il corpo di una lividezza cadaverica. Il dottore, aiutato da Ester, tentava la respirazione artificiale, portando le piccole braccia sopra il capo e lungo i fianchi, alternativamente; facendo pressioni sull’addome.
“Dottore? Dottore?”, singhiozzò Luisa.
“Facciamo il possibile”, rispose il dottore, grave. Ella precipitò col viso sui piedi gelati della sua creatura, li coperse di baci forsennati. Allora Ester fu presa da un tremito. “No no”, fece il dottore. “Coraggio, coraggio!”. “A me”, esclamò Luisa. Il dottore l’arrestò con un gesto e fece segno ad Ester di sostare. Si chinò sul visino di Maria, le mise la bocca sulla bocca, respirò più volte profondamente, si rialzò. “Ma è rosea, è rosea!”, sussurrò Luisa ansando. Il dottore sospirò in silenzio, accese un cerino, lo accostò alle labbra di Maria.
Tre o quattro donne che pregavano ginocchioni si alzarono, si accostarono al letto palpitanti, trattenendo il respiro. L’uscio della sala era aperto; altri volti si affacciarono di là, silenziosi, intenti. Luisa, inginocchiata accanto al letto, teneva gli occhi fissi alla fiamma. Una voce mormorò:
“Si muove”.
Ester, dietro Luisa, scosse il capo. Il dottore spense il cerino. “Lana calda!”, diss’egli. Luisa si precipitò fuori e il dottore riprese i movimenti delle braccia. Poi, quando Luisa ritornò con la lana riscaldata, egli da un lato, ella dall’altro si diedero a trofinar forte il petto e il ventre della piccina. Dopo un po’, vedendo il pallore, il viso contraffatto di Luisa, il medico fece segno a una ragazza di pigliarne il posto. “ceda, ceda”, diss’egli perché Luisa aveva fatto un gesto di protesta. “Sono stanco anch’io. Non è possibile”. Luisa scosse il capo senza parlare continuando l’opera sua con energia convulsa. Il dottore alzò silenziosamente le spalle e le sopracciglia, cedette il proprio posto alla ragazza e ordinò ad Ester di far riscaldare dell’altra lana per coprirne le gambe della bambina. Ester andò, fece lei, perché la Veronica, appena successo il caso, era sparita, non si trovava più. Nel corridoio e sulle scale la gente discuteva il fatto, il come, il dove. Quando passò Ester tutti le domandarono: “E così? E così?”. Ester fece un gesto sconsolato, passò senza rispondere. Poi le discussioni incominciarono a mezza voce.

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