STEFAN ZWEIG – “Novella degli scacchi”

Non riuscivo a concentrarmi su niente. E frattanto, lo stesso identico pensiero continuava ad attraversarmi e a balenare a intermittenza: Cosa sanno? Cos’ho detto ieri, cosa devo dire la prossima volta?
Questo stato, in realtà indescrivibile, durò quattro mesi. Ora: quattro mesi, è facile da scrivere, appena undici lettere! E’ facile da dire: quattro mesi, quattro sillabe. Basta una frazione di secondo e le labbra hanno già articolato il suono: quattro mesi! Ma nessuno è in grado di descrivere, di misurare, di dimostrare, né ad altri né a se stesso, quanto può essere lungo un tempo fuori dal tempo e dallo spazio, né può spiegare come ti corrode e ti distrugge questo niente, niente e ancora niente intorno a te, quest’esserci sempre e soltanto un tavolo e un letto e un catino e una tappezzeria, e sempre quel silenzio, sempre la stessa guardia che spinge il cibo dentro la stanza senza neanche guardarti, sempre gli stessi pensieri, che vorticano su se stessi in mezzo al nulla sino a condurti alla follia. Da piccoli segnali mi resi conto con inquietudine che il mio cervello stava precipitando nel caos. Dapprincipio, durante gli interrogatori, avevo conservato una certa lucidità mentale, avevo parlato in maniera calma e ponderata; quel doppio binario del pensiero – cosa potevo e non potevo dire – funzionava ancora. Ora, tuttavia, non riuscivo più ad articolare neppure le frasi più semplici se non balbettando, perché mentre parlavo fissavo come ipnotizzato la penna che scorreva sul foglio mettendo a verbale ciò che dicevo, come se volessi inseguire le mie stesse parole. Sentivo che le mie forze venivano meno, sentivo che si avvicinava sempre di più il momento in cui, per salvarmi, avrei detto tutto ciò che sapevo e forse anche di più, in cui, pur di sfuggire a quei pensieri che mi strangolavano, avrei tradito dodici persone e i loro segreti, senza procurarmi, con quella confessione, niente più che un attimo di respiro. Una sera giunsi davvero quasi fino a quel punto: quando la guardia mi portò da mangiare, per puro caso in uno di quegli istanti di soffocamento, di colpo mi misi a gridare dietro: “Mi porti all’interrogatorio! Voglio dire tutto! Voglio confessare ogni cosa! Voglio dire dove sono le carte, dove sono i soldi! Dirò tutto, tutto!”. Per fortuna già non mi sentiva più. Forse non voleva nemmeno sentirmi.
In quel momento di estrema sofferenza e difficoltà accadde qualcosa d’imprevisto che fu la mia salvezza – salvezza almeno per un certo tempo. Era fine luglio, una giornata buia, piovosa, il cielo coperto; ricordo questo particolare con tanta precisione perché la pioggia martellava contro i vetri mentre venivo condotto all’interrogatorio. Giunto nell’anticamera dell’ufficio del giudice istruttore dovetti aspettare. Prima di ogni interrogatorio bisognava sempre aspettare: anche quell’attesa faceva parte della tecnica. Prima ti dilaniavano i nervi chiamandoti all’improvviso, magari prelevandoti dalla cella nel cuore della notte, poi, quando ti eri ormai predisposto all’interrogatorio, quando avevi fatto appello a ogni briciolo di ingegno e volontà per opporre resistenza ai tuoi aguzzini, ti lasciavano lì ad aspettare – un’attesa insensata o più che sensata – un’ora, due ore, tre ore, per indebolirti il corpo e fiaccarti l’anima. E quel giovedì, 27 luglio, venni lasciato ad aspettare in anticamera particolarmente a lungo, due ore buone; ricordo persino la data con esattezza per un preciso motivo: in quel vestibolo in cui fui costretto a rimanere impalato – ovviamente senza potermi sedere – per due ore, era appeso un calendario, e non sono in grado di descriverle in che modo fissai, nella mia fame di parole stampate, di cose scritte, quell’unica cifra, quelle poche parole sul muro, “27 luglio”; le divorai quasi come un animale, ingurgitandole nel cervello. E dopo continuai ad aspettare e aspettare, fissando la porta in attesa che finalmente si aprisse, e allo stesso tempo pensavo a ciò che avrebbero potuto domandarmi stavolta gli inquisitori, pur sapendo che mi avrebbero chiesto cose completamente diverse da quelle per cui mi ero preparato. Me nonostante tutto, il supplizio di quell’attendere e stare in piedi era al contempo un sollievo, un piacere, dato che quella stanza era pur sempre diversa dalla mia, un po’ più grande e con due finestre anziché una soltanto, senza il letto e senza il catino e senza quella spaccatura sul davanzale che avevo osservato milioni di volte. La porta era verniciata di un altro colore, poggiata alla parete c’era una sedia diversa e a sinistra uno schedario con i documenti, e lì accanto a un guardaroba con delle grucce, dentro al quale erano appesi tre o quattro cappotti militari umidi di pioggia, i cappotti dei miei aguzzini. Avevo insomma qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso da guardare, finalmente qualcosa di diverso per i miei occhi affamati, ed essi si aggrapparono bramosi a ogni particolare. Osservai ogni singola piega di quei cappotti, notai ad esempio una goccia che pendeva da uno dei baveri bagnati e, per quanto possa apparirle ridicolo, aspettai in preda a una agitazione assurda di vedere se quella goccia alla fine si sarebbe decisa a staccarsi, per scorrere via lungo la piega, oppure avrebbe scelto di opporsi alla forza di gravità e indugiare ancora – sì, rimasi a fissare per interi minuti quella goccia, senza fiato, come se lì appesa in quel modo ci fosse la mia stessa vita. Poi, quando alla fine scivolò via, ricontai da capo i bottoni sui cappotti, otto su uno, otto sull’altro, dieci sul terzo, dopodiché confrontai di nuovo i risvolti; i miei occhi palpavano, sfioravano, afferravano tutti quei dettagli con un desiderio che non riesco a descriverle. E di colpo lo sguardo mi si bloccò su qualcosa. Avevo scoperto che la tasca laterale di uno dei cappotti era un pochino rigonfia. Mi accostai e, dalla forma rettangolare della sporgenza, credetti di riconoscere ciò che nascondeva quella tasca: un libro! Le ginocchia presero a tremarmi: un libro! Erano quattro mesi che non tenevo in mano un libro, e già la sola idea – un libro nel quale poter osservare parole allineate, righe, pagine e fogli, un libro dal quale poter leggere, inseguire, mandare a mente pensieri nuovi, sconosciuti, capaci di distrarre – aveva un che di inebriante e allo stesso tempo di stordente.

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