ALFRED DOBLIN – “Berlin Alexanderplatz”

I signori della tempesta ora sono silenziosi, è cominciata un’altra canzone e tutti la conoscono e conoscono chi canta. E quando è questa la voce che canta, tutti tacciono, anche coloro che sulla terra sono i più violenti.
La morte ha cominciato la sua lenta, lenta canzone. Canta come se balbettasse, ripete ogni parola; quando ha cantato un verso, ripete le prime parole e ricomincia da capo. Canta come lavora una sega. Piano, piano, penetra dentro, si sprofonda nella carne e stride sempre più forte, più chiara, più alta, poi con un ultimo accento è arrivata alla fine e riposa. E piano piano torna indietro, stride più acuta e più sicuro si fa il suono e rientra nella carne.
Lenta canta la morte.
“E’ tempo per me di apparirti, perché ho già visto i semi volare dalla finestra e te che scuotevi il lenzuolo, come se più tu non dovessi tornare a letto. Non sono un seminatore soltanto, non sono un falciatore soltanto, devo star qui perché si tratta per me di vedere e difendere. Così, così, così.”
Così canta la morte in fondo a ogni strofa. E quando fa un movimento deciso, anche allora canta: così, così, perché le fa piacere. Ma quelli che la sentono chiudono gli occhi, è una cosa che non si può sopportare.
Lenta, lenta canta la morte e l’ascolta la perfida Babilonia, l’ascoltano i signori della tempesta.
“Io sto qui e devo registrare: quello che qui giace e ci abbandona il suo corpo e la sua vita è Franz Biberkopf. E dove sta, lui lo sa bene, e dove va e quello che vuole.”
Questo è certo una bella canzone, ma forse che Franz la ode, e sa che significa: canta così la morte? Stampata in un libro o letta a alta voce ha l’aria di una melodia, Schubert ha composto canzoni simili a questa: la morte e la fanciulla, ma quello che sento io cosa vuol dire?
Io voglio dire la verità, la pura verità e la verità è questa: Franz Biberkopf ode la morte, questa morte, e l’ode che canta piano piano, che canta come se balbettasse, ripetendo sempre tutto e pare una sega che si sprofondi nel legno.
“Franz Biberkopf, io ho da registrare che tu giaci qui e vuoi venire con me. Hai avuto ragione, Franz, di voler venire con me. Come può un uomo andare avanti, se non cerca la morte? La vera morte, la morte autentica. Tu ti sei difeso per tutta la vita. Difendersi, difendersi, questo è il codardo desiderio dell’uomo, e perciò rimane sempre allo stesso punto e non va mai avanti.
Quando Luders ti ingannò, io ho parlato con te la prima volta, tu hai bevuto e ti sei difeso! Il tuo braccio se ne andò, la tua vita fu in pericolo, ma tu, confessalo, Franz, in nessun momento hai pensato alla morte, e fui io a mandarti tutto, ma tu non mi hai riconosciuto e quando hai indovinato chi fossi, sempre ancor più selvaggio, ancor più furibondo sei fuggito di fronte a me. Né mai ti è venuto in mente di piegarti, e invece cosa hai fatto? Ti sei spasmodicamente irrigidito nella violenza, e questo tuo spasimo non si è mai attenuato, eppure non serve, tu stesso l’hai capito; non serve a nulla, viene il momento che non serve a niente e la morte non ti canta una dolce canzone, né ti mette al collo un laccio che ti strozzi. Io sono la vita e la forza vera, e alla fine, tu alla fine, non ti difenderai più.”
“Ma cosa vuoi tu da me, cosa vuoi fare di me?”
“Io sono la vita e la forza più vera, la mia forza può più di quella di tutti i cannoni più potenti e dinanzi a me, in nessun posto, potrai trovare pace. Tu dovrai fare l’esperienza, dovrai provare che la vita non vale senza di me. Vieni, avvicinati perché tu possa vedermi, guarda, Franz, in che abisso fondo giaci, voglio additarti una scala, che ti congeda una nuova vista. E salirai così da me, io te la reggo, tu non hai che un braccio solo, ma attaccati bene, le tue gambe siano ben salde, attaccati, Sali su, avvicinati.”
“Nel buio, non posso vedere nessuna scala, dove è, col mio braccio solo non posso arrampicarmi.”
“Non è col braccio che devi arrampicarti, ma con le gambe.”
“Ma non posso tenermi saldo, e non ha senso quello che mi chiedi.”
“La verità è che tu non vuoi avvicinarti a me. E allora io ti farò luce e troverai la strada.”
E allora la morte leva di dietro le spalle il braccio destro e così si capisce perché l’aveva nascosto dietro le spalle.
“Se tu non hai coraggio di muoverti nel buio, io ti farò luce, striscia, striscia verso di me.”
E per l’aria lampeggia una scure, lampeggia e si spegne.
“Più vicino, striscia, più vicino.”
Dall’alto, dietro la testa, la morte scaglia la scure in avanti, sempre più avanti, descrivendo un arco, tutto un cerchio che il braccio disegna, e sembra che la scure scompaia. Ma ecco che già la sua mano si alza dietro la testa e brandisce un’altra scure, lampeggia in avanti, cade e scompare. Sferza colpi di mannaia in mezzo cerchio che taglia l’aria, giù colpi, giù colpi, un nuovo colpo che fischia, un nuovo colpo che fischia, un nuovo colpo che fischia.
Su, in alto, cade giù, fa presa, su, in alto, cade giù, fa presa, su, in alto, cade giù, fa presa, su, giù, fa presa, su, giù, fa presa.
Tra i lampi di luce mentre la scure scatta e lampeggia, Franz si avvicina carponi e cerca tastoni la scala, e urla urla urla. Non ritorna indietro. Franz urla. La morte è lì.
Franz urla.
Urla Franz, striscia e urla.
Urla nella notte. E’ venuto a passo di marcia, Franz.
Urla nel giorno.
Urla nella mattina.
Su, giù, il colpo.
Urla nel mezzogiorno.
Urla nel pomeriggio.
Su, giù, il colpo.
Su, giù giù, su, giù giù, colpi, colpi.
Su, il colpo.
Urla nella sera, tutta la sera. Viene la notte.
Urla nella sera, tutta la sera. Viene la notte.
Il suo corpo si spinge in avanti. Il suo corpo è tagliato pezzo per pezzo. Automaticamente il suo corpo si spinge in avanti, deve spingersi, non può fare altrimenti. La scure scatta nell’aria. Lampeggia e ricade. Centimetro a centimetro è fatto a pezzi. E al di là di ogni centimetro c’è il corpo che non è morto, e Franz si trascina avanti, piano piano; niente ricade, tutto continua a vivere.
Quelli che passano al suo letto si soffermano, gli rialzano le palpebre per vedere se conserva ancora il riflesso e gli tastano il polso che ormai è come un filo, non odono nulla di tutte queste grida. Questo solo vedono: Franz ha la bocca aperta e credono che abbia sete e cautamente gli fanno scorrere un paio di gocce fra le labbra, purché non le rigetti subito, ma intanto è bene che mantenga i denti così serrati. Ma come è possibile che un uomo possa resistere tanto?
“Soffro, soffro.”
“E’ bene che tu soffra. Non c’è niente di meglio per te che soffrire.”
“Ah, non farmi soffrire. Mettici tu una fine:”
“Non giova finire, la fine verrà dopo.”
“Mettici tu una fine. Tu puoi, è in mano tua.”
“In mano ho solo una scure, io. Tutto il resto l’hai tu, in mano.”
“Che cosa è che ci ho io? Finiscila.”
E la voce ora ruggisce ed è completamente diversa da prima.
Rabbia sconfinata, rabbia indomabile, rabbia folle, illimitata che si avanza.
“A questo punto siamo arrivati che io sto qui e parlo con te. Che sto qui come un aguzzino o un carnefice, e ti debbo strozzare come una bestia velenosa che boccheggia. Di continuo sono tornata a chiamarti, mi hai presa forse per un apparecchio a dischi, per un grammofono che si carica quando ci fa piacere e allora ti devo chiamare, e quando ne hai abbastanza, fermi la carica. Per questo mi hai preso! Vedi che adesso le cose vanno diversamente.”
“Ma cosa ho fatto dunque? Non mi sono tormentato abbastanza? Non conosco nessuno che abbia avuto un destino come il mio, così triste, così misero.”
“Tu non c’eri mai, porco che sei, durante tutta la tua vita non ho mai visto nessun Franz Biberkopf. Quando ti mandai Lunders, non hai aperto gli occhi, ti sei serrato come un temperino e ti sei messo a bere, un bicchierino dopo l’altro, nient’altro che sbornie.”
“Io volevo vivere onestamente, e quello mi ha ingannato.”
“E io ti dico che tu non hai aperto gli occhi, cane bastonato. Impreca pure contro i furfanti e le furfanterie, ma gli uomini non li guardi e non chiedi perché e come. Che giudice sei degli uomini, se non ci hai occhi? Sei stato cieco e per di più presuntuoso, il signor Biberkopf del quartiere elegante, e il mondo deve essere come vuole lui. Ma è diverso, caro mio, e tu te ne accorgi adesso. Il mondo se ne frega di te. Quando Reinhold ti acciuffò e ti scaraventò sotto l’automobile e ti fracassarono il braccio, nemmeno allora il nostro Franz Biberkopf piegò il testone. E quando è ancora sotto le ruote, giura: voglio esser forte. Non dice: guardiamo un po’, bisogna mettere giudizio; no, dice: voglio essere forte. E anche adesso non vuoi accorgerti che parlo con te. Ma mi senti adesso?”
“Non accorgermi. E perché?”
“E alla fine poi – Mieze – Franz, oh Franz, che vergogna, che vergogna, dillo pure: che vergogna!”
“Io non posso. Non so nemmeno il perché.”
“Grida, che vergogna. Lei è venuta da te, ti voleva bene, ti ha protetto, ha avuto gioia da te, e tu? Cosa t’importava a te, una creatura come questa? Una creatura come un fiore, e tu vai a vantarti di lei con Reinhold. Per te, il sommo di tutti i sentimenti. Tu vuoi soltanto essere forte. Sei felice di poter competere con Reinhold, di fare il di più con lui e vai da lui, lo stuzzichi parlandogli di lei. Pensa un po’ se non ne hai colpa, anche tu, se lei non vive più. E neppure una lacrima per lei che è morta per te, e per chi se no? Lamentarsi e basta: ‘Io’ e ‘io’ e ‘l’ingiustizia che devo soffrire’, ma va’, e che nobiltà e che finezza che ho e non mi lasciano nemmeno dimostrare chi sono! Grida, che vergogna, grida che vergogna!”
“Io non so.”
“La guerra l’hai perduta, caro mio. E’ finita, figliolo. Puoi fare i bagagli. Sei pronto per le tarme. Per me puoi andare. Padrone di urlare e di frignare finche vuoi. Un furfante come te. Ha avuto un cuore, una testa, occhi, orecchie, e pensa che basta vivere onestamente, quello che lui chiama vivere onestamente, e non vede e non sente niente e così continua a vivere, senza accorgersi di niente, e gli altri facciano quel che vogliono.”
“Ma cosa, cosa?”
Ruggisce la morte: “Io non ti dico niente, e tu non parlarmi. Non hai testa, non hai orecchie, non sei nato, non sei venuto al mondo. Sei un aborto pieno di idee sbagliate. Pieno di idee insolenti, papa Biberkopf, lui doveva nascere perché noi ci accorgessimo come stanno le cose. Di altra gente ha bisogno il mondo, più chiari di te e meno insolenti, che vedano come stanno le cose, non di zucchero solo, ma di zucchero e letame, tutto mischiato insieme. Ehi, qua il tuo cuore, per te basta. Così posso scaraventarlo nel letame, quello è il suo posto. Basta con le tue chiacchiere.”
“Ma lasciami ancora, lasciami riflettere, solo un po’ e basta. Un momento.”
“Qua il tuo cuore, ragazzo.”
“Un momentino.”
“Guarda che vengo a prendermelo io.”
“Un momentino.”

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