ADAM MICKIEWICZ – “Pan Tadeusz”

Vi erano bensì molti suonatori di cembalo, ma nessuno osava suonare alla presenza di Jankiel. (Non si sarebbe potuto dire dove, per tutto l’inverno, Jankiel si fosse trattenuto, ma ora d’improvviso era riapparso con lo stato maggiore dell’esercito). Tutti sanno che nessuno è pari a lui nel suonare quello strumento, per l’agilità, il gusto, la maestria. Lo pregano che suoni e gli porgono il cembalo. Ma l’ebreo ricusa dicendo che le mani gli si sono indurite, che ha perduto l’abitudine di suonare. Non osa, si vergogna davanti ai signori e infatti si ritira con un inchino. Ma Zosia nel veder ciò accorre e gli porge, tenendole sulla bianca palma, le bacchette con cui solitamente il maestro suona; con l’altra manina carezza la grigia barba del vecchio e con una riverenza gli dice: - O Jankiel, di grazia! oggi è il mio fidanzamento! suona Jankiel! Non mi promettesti più d’una volta che avresti suonato per le mie nozze?
Jankiel, che amava teneramente Zosia, chinò il capo in segno di condiscendenza. Lo condussero allora in mezzo al cortile, gli porsero una sedia e seduto che fu gli posarono sulle ginocchia il cembalo. Egli lo guardò con compiacenza e con orgoglio come accade a un veterano richiamato in servizio, quando i nipotini staccano dalla parete la sua spada pesante: sorride allora il nonno, e sebbene da gran tempo più non abbia impugnata la spada, pure sente che la mano ancora non lo tradirà.
Frattanto due allievi s’inginocchiarono presso il cembalo e accordarono lo strumento, tentandone le corde. Jankiel con gli occhi socchiusi taceva e teneva immobili le bacchette tra le dita.
Le abbassò: strappata dapprima una battuta trionfale percoteva poi fittamente le corde come pioggia dirotta: tutti stupirono. Ma non era che una prova, poiché subito l’interruppe, levando in alto entrambe le bacchette.
Poi riattaccò. Fremettero le bacchette con un tremolio leggero come se sulla corda vibrasse l’ala di una mosca, traendo sordi, appena percettibili ronzii. Il maestro mirava intanto il cielo, aspettando l’ispirazione. Infine abbassò lo sguardo, misurò con occhio orgoglioso lo strumento, levò le mani, insieme le calò, attaccando con entrambe le bacchette. Stupirono gli ascoltatori.
Ed ecco dalle molteplici corde prorompere la melodia, come se un’intera banda di giannizzeri facesse risuonare campanelle, trombe, tamburi; echeggia la ‘polacca’ del 3 maggio. Le note saltellanti spirano gioia, di gioia inebriano l’udito: le fanciulle vogliono danzare, i giovani più non possono star fermi. Ma i pensieri dei vecchi si lasciano dal suono trasportare nel passato, agli anni felici, a quel giorno di maggio quando senatori e nunzi, nel palazzo municipale di Varsavia festeggiarono il Re riconciliato con la nazione: quando tra le danze si cantava: - Viva il nostro amato sovrano; viva la Dieta; viva la Nazione; vivano tutti gli Stati.
Il maestro accelerava sempre più il tempo e forzava il tono, ma a un tratto risonò un accordo falso, come un sibilo di serpente, come uno stridere di ferro sul vetro. In tutti passò come un brivido e alla gioia si mescolò un presentimento di malaugurio. Rattristati e turbati gli uditori erano in dubbio che lo strumento si fosse scordato o che avesse sbagliato il musicante. Un tal maestro non poteva errare! A bella posta egli urtò ancora la corda traditrice e intorbidò la melodia e, accentuando sempre più il falso accordo, gettò il disordine nell’armonia. D’un tratto Gervasio comprese il maestro e coprendosi il volto colle mani gridò: - Conosco, conosco quella voce. E’ Targowica! – E tosto con un sibilo si spezzò la corda malaugurata…
Il musicante corre alle note alte, distacca i tempi, li confonde: lascia le corde alte, scende colle bacchette ai bassi.
Si ode un crescendo di mille strepiti: è un tempo di marcia, è la guerra, l’attacco, l’assalto: si odono gli spari, il gemito dei bambini, il pianto delle madri. Tanto abilmente il maestro rende l’orrore della mischia che le contadine tremano e piangono ricordando quell’eccidio di Praga che han conosciuto attraverso i racconti ed i canti. Si rasserenano infine, quando il maestro trae da tutte le corde come il rimbombo di un tuono, e soffoca poi il suono come se lo sprofondasse nella terra.
Gli uditori hanno appena il tempo di riaversi che risuona una musica nuova. S’inizia con un ronzio lieve, sommesso: alcune corde acute gemono come mosche che tentino strapparsi da una ragnatela. Ma Jankiel tocca un numero sempre maggiore di corde; già le note, prima disperse, si ricollegano, si incatenano in legioni di accordi, già avanzano in tempo, formando la dolente melodia di quella celebre cantilena: ‘Il soldato randagio va per campi, per boschi, soffrendo fame e miserie fin che non cade ai piedi del fedele cavallo: e il cavallo scava con lo zoccolo una fossa per lui’. Vecchia cantilena così cara all’esercito polacco! I soldati subito la riconoscono; i vecchi legionari si raccolgono intorno al maestro, ascoltano, ricordano l’orribile tempo in cui sul sepolcro della patria intonarono quel canto e se n’andarono in capo al mondo; rivivono i lunghi anni del loro pellegrinaggio per terre e per mari, per ardenti arene e per ghiacci, tra gente straniera, quando spesso, al campo, li consolava e li inteneriva quel canto nazionale. Così, meditando, lentamente chinano in capo.
Ma subito lo rialzano poiché il maestro eleva il tono e tende e varia il tempo, cominciando un nuovo canto. Egli abbassa lo sguardo, misura con occhio orgoglioso le corde, accosta le mani e con entrambe le bacchette dà un colpo così vigoroso e potente che le corde risuonano come bronzee trombe, e dalle trombe una nota canzone s’innalza verso il cielo, la marcia trionfale: ‘La Polonia non è ancora morta! Marcia Dombrowski verso la Polonia!’ Applaudono tutti e tutti acclamano in coro: - Marcia Dombrowski!
Il maestro, come meravigliato egli stesso, lascia cadere le bacchette, e leva in alto le mani; il berretto di volpe gli scivola sulle spalle, la barba gli ondeggia gravemente, le guance gli si colorano d’uno strano rossore, nel suo sguardo ispirato brilla la fiamma della gioventù. Infine il vecchio rivolge gli occhi a Dombrowski, li copre con le mani, sotto le quali scorre un torrente di lacrime e dice: - Generale! a lungo la Lituania ti aspettò come noi ebrei aspettiamo il Messia; intorno a te da tempo facevano profezie i poeti tra il popolo; te il cielo con un prodigio annunciò. Vivi e combatti! O tu! o nostro… - e parlando continuava a singhiozzare. L’onesto ebreo amava la patria come un vero polacco. Dombrowski gli stende la mano e lo ringrazia, mentre egli a capo scoperto bacia la mano del capo.
E’ tempo di cominciare la ‘polacca’. Il Ciambellano si muove, e con leggerezza getta indietro le maniche del ‘kontusz’, si arriccia i baffi e porge la mano a Zosia, con un inchino cortesemente invitandola a formare la prima coppia. Dietro il Ciambellano si raccoglie una fila di coppie: il segnale è dato e la danza comincia; egli la guida.
Spiccano sul verde dell’erba i suoi stivali, la sua spada manda bagliori, riluce la sua ricca cintura; egli muove il passo lentamente, quasi contro voglia, ma in ogni passo, in ogni mossa si rivelano i sentimenti e i pensieri del danzatore. Ecco: egli si è fermato come per interrogare la sua dama; china verso di lei il capo, vuole bisbigliarle qualcosa all’orecchio; ma la dama volge il capo vergognosa e non gli dà ascolto. Toltosi allora il berretto di Confederato, egli s’inchina umilmente; la dama si degna di gettargli uno sguardo, ma tace ostinata; egli rallenta il passo, cerca cogli occhi lo sguardo di lei, ed infine sorride. Contento della risposta, egli muove più agile il passo, guardando dall’alto i suoi rivali; sulla fronte cala e or rialza il berretto col pennacchio d’airone, finché lo inclina su di un orecchio e si arriccia i baffi. Avanza e tutti l’invidiano, tutti seguono i suoi passi. Vorrebbe sfuggire alla folla insieme con la dama; talvolta si ferma, e con gesto cortese prega umilmente che passino oltre; talvolta medita di ritrarsi accoratamente da parte, e così cambia direzione, per ingannare gli astanti. Ma gli importuni e rapidi passi lo incalzano; i giri dei danzatori lo avvolgono d’ogni parte, ed egli infine s’incollerisce e posa la destra sull’impugnatura della spada come per dire: - Di voi non mi curo; guai agli invidiosi! – Si volge e coll’orgoglio sulla fronte e una sfida negli occhi marcia dritto sulla folla. La turba dei ballerini non osa resistere, gli cede il passo, e cambia direzione, di nuovo si affretta dietro a lui.
Risuonano da tutte le parti gli applausi: - Ah! è l’ultimo forse, - giovani, guardate! – l’ultimo forse che sappia guidare così la ‘polacca’ - . E le coppie seguono le coppie con strepito giocondo, la schiera si annoda e si snoda a vicenda come serpe gigantesco torcentesi in mille spire: spicca il vario screziato colore dell’abito delle dame, dei signori, dei soldati, come squame luccicanti, dorato dal sole al tramonto, vivido sull’oscuro tappeto dell’erba. Ferve la danza: risuonano la musica, gli applausi, gli evviva!
Solo il caporale Sacco di Dobrzyn non ascolta la musica, non danza, non si allieta; colle braccia incrociate dietro la schiena, sta cupo e incollerito; ricorda il tempo lontano, quando corteggiava Zosia, quando gli era caro per lei cogliere i fiori, intrecciare canestri, cercare nidi di uccelli, fabbricarle orecchini. Ingrata! Benché egli sapesse allora che quei bei doni sarebbero stati vani, benché la fanciulla lo fuggisse, benché il padre gli proibisse quell’amore, quante volte tuttavia non si era seduto sul recinto per scorgerla attraverso la finestra, non s’era nascosto tra la canapa per vederla sarchiare il suo orticello, cogliere i cetrioli o nutrire i galletti? Ingrata! Egli abbassò il capo, fischiettò una mazurka, si calcò il berretto sugli orecchi, e andò nel campo dove presso i cannoni stavano le sentinelle: là per distrarsi si diede a giocare a carte coi vecchi soldati, addolcendo il suo affanno nel bicchiere. Tale era la costanza del Dobrzynski per Zosia!
Zosia intanto danza allegramente. Benché formi la prima coppia è appena visibile di lontano sul grande spiazzo verdeggiante, vestita di verde ella stessa, adorna di mazzolini, di ghirlande fiorite. Tra l’erbe e i fiori si muove in giro con invisibile volo guidando la danza, come l’angelo della notte guida il giro degli astri. S’indovina dov’ella è, perché a lei son volti tutti gli occhi, tese tutte le braccia, verso di lei si accalca la folla. Invano il Ciambellano si sforza di rimanerle vicino ché gli invidiosi già dalla prima coppia l’han rapita; né il fortunato Dombrowski a lungo se ne allieta: deve cederla a un altro; già un terzo s’affretta verso di lei e, subito respinto, se ne va senza speranza; finché Zosia, ormai stanca, s’incontra nella varia vicenda con Taddeo; ma temendo un nuovo cambio, e volendo rimanere con lui, termina la danza, e si dirige alla tavola per riempire i calici degli ospiti.
Il sole già si spegneva, la sera era tiepida e silenziosa, l’arco dei cieli qua e là velato di nuvole, era azzurro in alto, roseo a occidente; le nuvolette presagivano il bel tempo, leggere e luminose da un lato, come gregge di pecore giacenti sull’erba, dall’altro più piccole, come stormi di arzavole. A ponente una nuvola a guisa di cortina vaporosa, diafana, increspata, perlacea in alto, dorata agli orli, purpurea nel fondo, ardeva e fiammeggiava ancora dei fuochi del tramonto finché lentamente ingiallì, impallidì, trascolorò. Il sole infine reclinò il capo, si coperse colla nuvola, e, tratto un tepido respiro, s’addormentò.
E i nobili continuano a bere, e levano evviva a Napoleone, ai capi, a Taddeo, a Zosia, e infine alternativamente a tutte e tre le coppie di fidanzati, a tutti gli ospiti presenti, a tutti gli invitati, a tutti gli amici, viventi e ricordati, ai morti di cui resta santa la memoria!
Io pure là tra gli ospiti fui: bevvi con loro il vino e l’idromele e ciò che allora vidi e udii, in questi libri ho raccontato.

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