HORACE WALPOLE – “Il castello di Otranto”

Matilda, che per ordine di Ippolita si era ritirata nel suo appartamento, non riusciva a prendere sonno. La terribile fine del fratello l’aveva profondamente colpita. Era sorpresa di non veder comparire Isabella: ma le strane parole del padre, e la misteriosa minaccia contro la principessa sua moglie, congiunte al più bizzarro dei comportamenti, avevano colmato il suo nobile animo di terrore e apprensione. Attese ansiosamente il ritorno di Bianca, una giovane damigella al suo servizio, che aveva mandato a chiedere notizie della sorte di Isabella. Ben presto Bianca tornò, e informò la sua padrona di ciò che aveva appreso dai servi, che Isabella era irreperibile in tutto il castello. Raccontò l’avventura del giovane contadino scoperto nei sotterranei, sebbene con alcune minime aggiunte rispetto ai rendiconti incoerenti dei domestici; e si soffermò soprattutto sulla gamba e sul piede giganteschi che qualcuno aveva visto nella sala della galleria. Quest’ultima circostanza aveva tanto terrificato Bianca, che fu per lei un sollievo udire da Matilda che non intendeva andare a riposare, ma che avrebbe vegliato fino a quando la principessa non si fosse a sua volta destata.
Le congetture sulla fuga di Isabella e sulle minacce di Manfredi alla madre tribolavano la giovane principessa. “Ma quale affare urgente aveva dunque col cappellano?”, chiese Matilda. “Intende forse far interrare il cadavere di mio fratello nella cappella privata?” “Oh, signora”, rispose Bianca, “ora comprendo. Giacché voi siete diventata sua erede, egli è impaziente di vedervi maritata: ha sempre desiderato ardentemente avere altri figli. Vi garantisco che ora è impaziente di vedere i nipoti. Parola mia, signora, finalmente vi vedrò sposa. Ma buona padrona, non vorrete liberarvi della vostra fedele Bianca: non mi preferirete donna Rosaria, ora che siete una grande principessa?” “Mia povera Bianca”, disse Matilda, “come corrono i tuoi pensieri! Io una grande principessa! Cosa hai notato nel comportamento di Manfredi dopo la morte di mio fratello che dia prova di una sua maggiore tenerezza nei miei confronti? No, Bianca, il suo cuore è sempre stato lontano da me… Ma egli mi è padre, e il rammarico non mi compete. Anzi, se il cielo mi vieta il cuore di mio padre, esso poi mi ricompensa più del dovuto con l’affetto di mia madre.” “Oh, com’è cara vostra madre!” “Sì, Bianca, è per lei che mi duole l’indole scontrosa di Manfredi. Posso sopportare con tolleranza la sua rudezza nei miei confronti; ma offende il mio animo essere testimone della sua immotivata severità verso di lei.” “Oh, signora”, disse Bianca, “tutti gli uomini trattano così le mogli, quando sono stanchi di loro.” “Eppure or ora ti sei rallegrata con me,” osservò Matilda, “fantasticando sull’intenzione di mio padre di sistemarmi.” “Io vorrei che voi diventaste una gran signora”, rispose Bianca, “accada quel che accada. Non desidero vedervi intristire in un convento, come succederebbe se prevalesse la vostra volontà, e se la mia signora, vostra madre, che sa come sia preferibile avere un cattivo marito al non averne affatto, non vi frenasse… Oh cielo! che rumore è stato? San Nicola mi perdoni! Dicevo solo per scherzo.” “E’ il vento”, disse Matilda, “che sibila tra i merli della torre lassù: l’hai udito migliaia di volte.” “Comunque”, disse Bianca, “non c’è nulla di male in quel che ho detto: non è peccato parlare di matrimonio. E’ così, signora, come dicevo, se il mio signore Manfredi dovesse offrirvi in sposo un giovane e bel principe, voi gli fareste la riverenza, e gli direste che preferite prendere il velo.” “Grazie al cielo non corro tale pericolo!”, replicò Matilda; “Sai quante proposte per me ha rifiutato.” E voi lo ringraziate, da figlia ubbidiente, non è vero, signora? Ma andiamo, signora; supponiamo che domattina egli vi mandi a chiamare nella grande sala del consiglio, e che lì al suo fianco voi troviate un gentile e giovane principe, dai grandi occhi neri, la fronte ampia e chiara, e virili riccioli di giaietto. Insomma, signora, un giovane eroe somigliante al ritratto del buon Alfonso nella galleria, quello che vi piace stare a guardare per ore ed ore.” “Non parlare a cuor leggero di quel ritratto”, la interruppe Matilda sospirando; “so che l’adorazione con cui rivolgo lo sguardo a quel ritratto è insolita, ma non sono innamorata di una tela dipinta. La natura di quel principe virtuoso, la venerazione che mia madre ha coltivato in me nei confronti della sua figura, le orazioni che per motivi a me ignoti ella mi ordinò di recitare sulla sua tomba, tutto ciò mi ha indotto a credere che per una via o per l’altra il mio destino sia legato a qualcosa che ha a che fare con lui.” “Dio! signora, come può essere?”, chiese Bianca; “ho sempre sentito dire che la vostra famiglia non sta in alcuna relazione con la sua. E davvero non so capire perché la mia signora, la principessa, vi mandi a pregare sulla sua tomba nella fredda mattina, o nell’umida sera: non è un santo, non compare nell’almanacco. Se proprio dovete pregare, perché non vi ordina di rivolgervi al nostro grande santo, San Nicola? Di sicuro è lui il santo cui chiedo di trovarvi un marito.” “Forse proverei meno interesse”, rispose Matilda, “se mia madre mi spiegasse le sue ragioni: ma è il suo misterioso silenzio, che suscita in me questa… non saprei come definirla. Siccome non agisce mai per capriccio, sono sicura che deve esserci un qualche fatale segreto al fondo. Anzi, so che c’è: nell’angoscia del dolore per la morte di mio fratello, si è lasciata sfuggire certe parole che lo davano a intendere.” “Oh, signora cara”, gridò Bianca, “che parole erano?” “No”, rispose Matilda; “se un genitore si lascia sfuggire una parola, e vorrebbe non averla mai detta, non è bene che un figlio la riveli ad altri.” “Come? Si rammaricò di avervi parlato?”, chiese Bianca. “Di me, signora, certamente potete fidarvi.” “Lo posso per i miei piccoli segreti, qualora ne abbia”, disse Matilda; “non però per quelli di mia madre: un figlio non deve avere orecchi né occhi se non per ciò che il genitore desidera.” “Beh! davvero, signora, siete nata per essere santa”, concluse Bianca, “e non c’è modo di opporsi alla propria vocazione: tutto sommato, finirete in convento. Invece la mia signora Isabella non è riservata con me: mi concede di parlarle di giovanotti. Un giorno, quando giunse al castello un gran bel cavaliere, mi confessò che avrebbe voluto che vostro fratello Corrado gli somigliasse.” “Bianca”, disse la principessa, “non ti permetto di parlare irrispettosamente della mia amica. Isabella è di natura vivace, ma il suo animo è puro come la stessa virtù. Conosce il tuo spirito ozioso e ciarliero, e forse l’ha incoraggiato di tanto in tanto, per allontanare la malinconia, e per ravvivare la solitudine cui mio padre ci costringe.” “Maria benedetta!”, fece Bianca sussultando, “eccolo di nuovo! Signora cara, non udite nulla? Questo castello è sicuramente abitato dai fantasmi.” “Silenzio!”, ordinò Matilda, “e ascolta! Ho creduto di udire una voce… ma dev’essere opera di fantasia; probabilmente le tue parole mi hanno contagiato.” “Davvero! davvero! signora”, disse Bianca quasi in lacrime per l’angoscia, “sono certa di aver udito una voce”.

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