ERNST THEODOR AMADEUS HOFFMANN – “Gli elisir del diavolo”

Quale esistenza non ha conosciuto almeno una volta il meraviglioso mistero dell’amore, custodito nei più profondi recessi dell’anima! Chiunque tu sia, tu che in futuro leggerai questi fogli, richiama alla mente quella stagione suprema e solare, e guarda ancora una volta a quella soave immagine di donna che ti venne incontro quasi fosse l’essenza stessa dell’amore. Tu credesti allora di riconoscere in lei, in lei sola, la tua natura più alta. Ricordi ancora come le sorgenti gorgoglianti, i cespugli sussurranti, il carezzevole vento della sera ti parlassero distintamente di lei, del tuo amore? E rivedi quei fiori che ti recavano il suo saluto, il suo bacio e ti osservavano con occhi limpidi e ridenti? Poi ella venne, voleva essere tua, solo e soltanto tua. Tu l’abbracciasti pieno di ardente desiderio e sciolto dai legami terreni, avresti voluto scioglierti in fiamme di fervido struggimento! Ma il mistero restava incompiuto, una forza oscura ti traeva di nuovo a terra e con impeto mentre tu volevi librarti in volo insieme a lei verso il lontano aldilà che ti era stato promesso. Ancor prima che tu osassi sperare, l’avevi perduta, le voci, i suoni, si erano smorzati e solo il pianto disperato del solitario risuonava terribile nel tenebroso deserto. Tu, straniero! Sconosciuto! Se mai un simile, indicibile dolore ti ha straziato, allora associati all’inconsolabile disperazione del monaco invecchiato che in un’oscura cella ricorda la solare stagione del suo amore e bagna il duro giaciglio con lacrime di sangue, mentre i suoi angosciati sospiri di morte risuonano nel silenzio della notte tra i bui corridoi del convento. Ma anche tu – tu che mi sei intimamente affine – anche tu crederai che la suprema beatitudine dell’amore, il compimento del mistero, si inverino nella morte. Questo ci annunciano oscure voci profetiche la cui eco giunge fino a noi da primordi che nessun metro terreno può misurare; e come nei misteri celebrati dai figli neonati della natura, anche per noi la morte è la festa sacrale dell’amore!
Fu come se un fulmine mi attraversasse l’anima; il respiro mi si fermò, i polsi batterono forte, il cuore si contrasse spasmodicamente e parve voler schizzare via dal petto! Da lei… Da lei… Trarla a me in un folle impeto d’amore! “Perché, sciagurata, ti opponi alla potenza che ti incatena indissolubilmente a me? Non sei tu mia?... Mia per sempre?”. Seppi tuttavia tenere a bada lo scoppio della mia folle passione, meglio di quanto non avessi fatto la prima volta che avevo visto Aurelie nel castello del barone. E d’altro canto tutti gli occhi erano puntati su di lei, riuscii così ad aggirarmi nella cerchia degli indifferenti senza che nessuno mi notasse particolarmente o mi rivolgesse la parola, cosa, quest’ultima, che mi sarebbe risultata insopportabile, giacché io volevo vedere… sentire… pensare… solamente lei.
Non mi si dica che l’abito semplice è il miglior ornamento della fanciulla veramente bella, la toletta delle donne esercita un incanto misterioso cui noi non possiamo resistere facilmente. E’ forse insito nella più profonda natura delle donne che tutto, in loro, appaia intimamente più bello e più splendido grazie al decoro esteriore, così come i fiori ci appaiono perfetti solo quando sbocciano nella rigogliosa pienezza dei loro molti e smaglianti colori. Quando tu scorgesti per la prima volta l’amata avvolta nei suoi ornamenti, non ti sentisti correre un gelo inspiegabile per i nervi e le vene? Ti apparve estranea, ma proprio questo le conferiva un fascino indicibile. Come fosti scosso dal piacere e da un’ignota bramosia quando potesti stringerle, di nascosto, la mano! Io non avevo mai visto Aurelie altro che con un semplice vestito da casa, ora ella apparve – secondo le usanze di corte – in un abito assai elegante. Com’era bella! Al solo vederla fui percorso dai brividi di un rapimento indicibile! Ma in quel momento lo spirito del male prese il sopravvento in me e fece sentire la sua voce; e a essa io prestai il mio docile orecchio. “Non vedi, Medardus”, così mi sussurrava, “non vedi come comandi al destino, come il caso ti si assoggetti e non faccia altro che intrecciare abilmente le fila che tu stesso hai teso?”. C’erano, nella cerchia delle dame di corte, delle donne che potevano essere considerate senz’altro belle, ma dinanzi a Aurelie e alla sua grazia che scendeva all’anima, esse impallidivano e scoloravano tutte. Uno speciale entusiasmo eccitava anche i più pigri, anziani signori perdevano improvvisamente il filo dell’abituale conversazione di corte – fatta solo di parole che ricavano un qualche senso dall’esterno - ed era divertente vedere come ognuno lottasse con visibile tormento per mostrarsi alla sconosciuta tirato a lucido. Aurelie accoglieva questi omaggi a occhi bassi, arrossendo con grazia soave; quando però il principe raccolse intorno a sé gli uomini più anziani e qualche bel giovane si avvicinò timidamente a lei rivolgendole delle parole gentili, ella divenne decisamente più allegra e disinvolta. In particolare riuscì ad attirare l’attenzione su di sé un maggiore della Guardia, tanto che presto i due parvero immersi in una vivace conversazione. Io conoscevo il maggiore per essere un favorito delle donne. Con un modesto dispiego di mezzi dall’apparenza innocente egli sapeva eccitare e irretire i sensi e lo spirito. Capace di captare anche le più sottili risonanze grazie a un orecchio sensibilissimo egli, come un abile musicista, sapeva far vibrare a suo piacere tutti gli accordi affini, tanto che l’interlocutrice, ingannata, credeva di sentire in quei suoni sconosciuti la propria musica interiore. Non ero lontano da Aurelie, ma ella sembrava non notarmi. Avrei voluto recarmi da lei, ma ero come immobilizzato da vincoli d’acciaio e non riuscivo a muovermi dal mio posto. Osservando ancora una volta, attentamente il maggiore, ebbi improvvisamente l’impressione che vicino a Aurelie vi fosse Viktorin. Ebbi allora una risata di feroce sarcasmo. “Ehi, chi! Scellerato individuo, devi esserti posato sul morbido giù nell’abisso del diavolo se ora, nella tua folle concupiscenza, prendi di mira l’amante del frate!”.

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