IVAN A. GONCAROV – “Oblomov”

Oblomov, tornando a casa, era raggiante. Il sangue gli ardeva, gli occhi gli brillavano. Gli sembrava che gli bruciassero anche i capelli. In questo stato entrò nella propria stanza, e non fu più raggiante, e gli occhi, spiacevolmente stupiti, si fissarono su un punto: sulla sua poltrona era seduto Tarant’ev.
“Perché ti fai aspettare tanto? Dov’eri sparito?” chiese, severo, Tarant’ev, allungandogli la mano pelosa. “Anche il tuo vecchio diavolo è sparito: gli ho chiesto qualcosa da mangiare, mi ha detto di no, gli ho chiesto della vodka, non mi ha dato neanche quella.”
“Passeggiavo, qui, nel boschetto,” disse controvoglia Oblomov, che ancora non si era ripreso dall’offesa che per lui rappresentava il trovare lì il suo compaesano, e in un momento del genere!
Si era dimenticato della sfera opprimente nella quale era vissuto per tanto tempo, e non era più abituato alla sua aria soffocante.
Tarant’ev, in un attimo, l’aveva come strappato dal cielo e gettato di nuovo nella palude. Oblomov si chiese, con dolore, che cosa era venuto a fare Tarant’ev; si sarebbe fermato molto? E lo tormentò la supposizione che, forse, si sarebbe fermato a pranzo, e lui non avrebbe potuto andare dagli Il’inskij. Come mandarlo via, anche a costo di rimetterci qualcosa, era l’unica idea che lo interessava. Aspettò in silenzio, con aria cupa, quello che avrebbe detto Tarant’ev.
“Be’, compaesano, non pensi di dare un occhiata all’appartamento?” chiese Tarant’ev.
“Adesso non mi serve,” rispose Oblomov sforzandosi di non guardarlo. “Non mi trasferisco.”
“Coosa? Non ti trasferisci?” ribatté minacciosamente Tarant’ev. “L’hai affittato, e non ti trasferisci? E il contratto?”
“Che contratto?”
“Ti sei dimenticato? Hai firmato il contratto per un anno. Dammi ottocento rubli in biglietti di banca, e vattene poi dove vuoi. Quattro inquilini, l’han visitato, volevano affittarlo. L’hanno rifiutato a tutti. Uno l’avrebbe affittato per tre anni.”
Oblomov solo in quel momento si ricordò che, lo stesso giorno che si era trasferito nella dacia, Tarant’ev gli aveva portato una carta, e lui l’aveva firmata in fretta, senza leggerla.
“Ah, Dio mio, cosa ho fatto!” pensò.
“Ma non ho bisogno di un appartamento,” disse Oblomov, “vado all’estero…”
“All’estero!” lo interruppe Tarant’ev. “Con quel tedesco! Ma dove vuoi andare, non ci vai!”
“Come non ci vado? Ho anche il passaporto: te lo faccio vedere. E ho comprato una valigia.”
“Ma non ci vai,” ripeté, con sufficienza, Tarant’ev. “E’ meglio che mi paghi sei mesi anticipati, dai.”
“Non ho soldi.”
“Trovali. Al fratello della comare, a Ivan Matveic, non piace scherzare. Va subito in tribunale: non ci salti fuori. Io gli ho dato i miei soldi, ridammeli.”
“Dove hai trovato tanti soldi?” chiese Oblomov.
“A te cosa interessa? Mi han pagato un vecchio credito. Dammi i soldi! Son venuto per quello.”
“Va bene, tra qualche giorno ci vado, e trovo qualcun altro che prenda l’appartamento, ma adesso ho fretta…”
Cominciò a abbottonarsi la finanziera.
“Ma che appartamento ti serve? Meglio di questo non ne trovi in tutta la città. Se non l’hai neanche visto?” disse Tarant’ev.
“E non lo voglio vedere,” rispose Oblomov, “cosa mi trasferirei a fare, là? E’ lontano…”
“Lontano da cosa?” chiese, sgarbato, Tarant’ev.
Ma Oblomov non disse da cosa.
“Dal centro,” aggiunse poi.
“Ma da che centro? A cosa ti serve? Per stare a letto?”
“No, io adesso non sto più a letto.”
“E allora?”
“Allora niente. Io… oggi…” cominciò Oblomov.
“Cosa?” lo interruppe Tarant’ev.
“Non pranzo a casa…”
“Dammi i soldi e vattene al diavolo!”
“Ma che soldi?” ripeté impaziente Oblomov. “Tra qualche giorno farò un salto a veder l’appartamento, parlerò con la padrona di casa.”
“Che padrona di casa? La comare? Cosa vuoi che sappia? Una donna! No, parla con suo fratello, dopo vedi!”
“Bene, ci andrò e ci parlerò.”
“Sì, è lì che ti aspetta. Dammi i soldi, e basta.”
“Non ce li ho; li devo prendere in prestito.”
“Be’, allora pagami adesso, almeno, i soldi per il cocchiere,” insistette Tarant’ev, “tre rubli d’argento.”
“E dov’è il tuo cocchiere? E perché tre rubli d’argento?.”
“L’ho liberato. Come perché? Non mi voleva neanche portare. ‘Con tutta quella sabbia?’ diceva. Fino a qui sono tre rubli d’argento, ventidue rubli di carta.”
“La diligenza che parte da qui costa cinquanta copechi,” disse Oblomov, “ecco!”
Tirò fuori quattro rubli d’argento. Tarant’ev li fece sparire nelle sue tasche.
“Mi vengono ancora sette rubli di carta,” aggiunse. “Dammeli, per il pranzo.”
“Per che pranzo?”
“Ormai non faccio in tempo a pranzare in città: mi tocca fermarmi in una trattoria per strada; qui è tutto caro, mi prendon per lo meno cinque rubli.”
Oblomov, in silenzio, tirò fuori un rublo d’argento e glielo gettò. Non si era messo a sedere, per l’impazienza che Tarant’ev se n’andasse al più presto; ma quello non se n’andava.
“Ordina di darmi qualcosa da mangiare,” disse.
“Non volevi pranzare in trattoria?” notò Oblomov.
“Pranzare, ma adesso non son neanche le due.”
Oblomov ordinò a Zachar di dargli qualcosa.
“Non c’è niente di pronto,” rispose, freddo, Zachar, guardando cupo Tarant’ev. “E poi, Michej Andreic, quand’è che restituisce la camicia del padrone, e il panciotto?...”
“Di che camicia e di che panciotto parli?” rispose Tarant’ev. “Li ho restituiti da un bel po’.”
“Quando?” chiese Zachar.
“Non te li ho dati proprio a te, quando vi siete trasferiti? E tu li avrai ficcati in un fagotto, e adesso me li richiedi…”
Zachar rimase di stucco.
“Ah, Signore benedetto! Ma che vergogna è, questa, Il’ja Il’ic?” disse Zachar rivolgendosi a Oblomov.
“Canta, canta la tua canzone!” ribatté Tarant’ev. “Se li sarà bevuti, e adesso me li richiede…”
“No, non mi son mai bevuto niente, della roba del padrone!” rantolò Zachar. “Lei, ecco…”
“Smettila, Zachar!” lo interruppe, con severità, Oblomov.
“Forse è stato lei che ci ha portato via uno spazzolone e due tazze?” chiese ancora Zachar.
“Che tazze?” tuonò Tarant’ev. “Ah, tu, vecchio briccone! Portami, piuttosto, qualcosa da mangiare!”
“Sente, Il’ja Il’ic, come offende!” disse Zachar. “Non c’è da mangiare, non c’è neanche pane, in casa, e Anis’ja è uscita,” concluse, e se ne andò.
“Dove pranzi?” chiese Tarant’ev. “E’ straordinario, davvero: Oblomov passeggia nei boschi, non pranza a casa… quand’è che vai nell’appartamento? Guarda che l’autunno è alle porte. Vallo a vedere.”
“Sì, sì, tra qualche giorno.”
“E non dimenticarti di portare i soldi.”
“Sì, sì, sì…” disse Oblomov con impazienza.
“Be’, ti servirà qualcosa, nell’appartamento? Là, fratello, hanno ridipinto, per te, il pavimento e il soffitto, le finestre, le porte, tutto: più di cento rubli, è costato.”
“Sì, sì, va bene… Ah, ecco cosa ti volevo chiedere,” si ricordò d’un tratto Oblomov, “vai, per favore, al tribunale, ho bisogno di far vidimare una procura…”
“E cosa faccio, il tuo galoppino?” rispose Tarant’ev.
“Ti aggiungo qualcosa per il pranzo,” disse Oblomov.
“Si consumano più stivali di quanto tu possa aggiungere.”
“Vai, ti pagherò.”
“Non posso andare in tribunale,” disse cupo Tarant’ev.
“Perché?”
“Ho dei nemici, sputano veleno, cercano il modo di rovinarmi.”
“Be’, va bene, ci andrò io stesso,” disse Oblomov, e prese il berretto.
“No ma, quando ti trasferisci nell’appartamento, Ivan Matveic ti farà poi tutto. Quello, fratello, è un ragazzo d’oro, non si può paragonare a qualche villano rifatto di un tedesco. Un vero impiegato russo, che sta da trent’anni sulla stessa sedia, fa fare a tutti quello che vuole, e ha dei bei soldini, ma non prende mai la carrozza: il suo frac non è migliore del mio; è un’acqua cheta, vola basso basso, parla che fai fatica a sentirlo, non va in giro, all’estero, come quel tuo…”
“Tarant’ev!” gridò Oblomov, battendo il pugno sul tavolo. “Non parlare di quel che non sai!”
Tarant’ev spalancò gli occhi a quella inedita uscita di Oblomov e si dimenticò perfino di offendersi per il fatto che era stato messo al di sotto di Stol’c.
“Ecco come sei diventato, fratello…” borbottò prendendo il cappello, “e che velocità!”
Lisciò il cappello con la manica, lo guardò, poi guardò il cappello di Oblomov che stava su uno scaffale.
“Non ti metti il cappello, porti il berretto,” disse prendendo il cappello di Oblomov e provandoselo. “Lasciamelo, fratello, per l’estate…”
Oblomov, in silenzio, gli tolse il cappello dalla testa e lo rimise dov’era, poi si mise a braccia incrociate ad aspettare che Tarant’ev uscisse.
“Be’, vai al diavolo!” disse Tarant’ev, infilando goffamente la porta. “Tu, fratello, sei diventato qualcosa… guarda… Adesso parla con Ivan Matveic e prova a non portare i soldi.”

RICHESTA INFORMAZIONI: IVAN A. GONCAROV – “Oblomov”


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.