ALEKSANDR PUSKIN – “La figlia del capitano”

Risvegliandomi il mattino alquanto tardi, vidi che la bufera si era placata. Il sole splendeva. La neve si stendeva come un velo accecante sull’immensa steppa. I cavalli erano già attaccati. Pagai il padrone, il quale ci chiese una cifra talmente modesta che persino Savel’ic non discusse con lui e non si mise a contrattare come era sua abitudine, e i sospetti della sera prima si cancellarono completamente dalla sua testa. Chiamai la guida, la ringraziai dell’aiuto offertoci e ordinai a Savel’ic di darle mezzo rublo di mancia. Savel’ic si oscurò in volto. “Mezzo rublo di mancia!”, disse, “e perché mai? Perché hai acconsentito a condurlo alla locanda? Sia fatta la tua volontà, signore; non abbiamo mezzi rubli di troppo. A voler dar la mancia a chiunque, si finisce in fretta col dover digiunare”. Non potevo discutere con Savel’ic. I quattrini, secondo la mia promessa, erano sotto la sua piena giurisdizione. Mi spiaceva però non poter dare una ricompensa a un uomo che mi aveva tratto fuori se non da una disgrazia, quantomeno da una situazione molto spiacevole. “Bene”, dissi gelido, “se non vuoi dargli il mezzo rublo, prendigli qualcosa dal mio guardaroba. E’ vestito troppo leggero. Dagli il mio pellicciotto di lepre”.
“Ma andiamo, ‘batjuska’ Petr Andreic!”, disse Savel’ic. “Perché dargli il tuo pellicciotto di lepre? Se lo andrà a bere, quel cane, nella prima bettola”.
“Questa, vecchietto mio, non è più una tua preoccupazione”, disse il mio vagabondo, “che me lo beva o no. Sua signoria mi regala una pelliccia togliendosela dalle spalle: questa è la volontà del padrone, e il tuo compito di servo è quello di non discutere e di obbedire”.
“Tu Dio non lo temi, brigante!”, gli rispose Savel’ic con voce irata. “Tu vedi che il bambino ancora non ragiona, e ti compiaci di derubarlo, semplice com’è. A che ti serve il pellicciotto del padrone? Non ce la farai neppure a infilarlo su quelle tue spallucce maledette”.
“Ti prego di non star a cavillare”, dissi al mio precettore, “porta qui subito il pellicciotto”.
“Signore onnipotente!”, gemette il mio Savel’ic. “Un pellicciotto di lepre quasi nuovo! L’avesse poi dato a chiunque altro, ma a un ubriacone impenitente!”.
Tuttavia il pellicciotto di lepre saltò fuori. Il contadinotto cominciò subito a provarselo. In effetti il pellicciotto, per il quale io stesso ero un po’ cresciuto, gli andava alquanto stretto. In qualche modo comunque si ingegnò e lo indossò, strappando le cuciture. Savel’ic a momenti si metteva a urlare, sentendo i fili cedere. Il vagabondo era straordinariamente soddisfatto del mio regalo. Mi accompagnò al calesse e disse con un profondo inchino: “Grazie, vostra signoria! Che il Signore vi renda merito della vostra bontà. Mai dimenticherò i vostri favori”. Se ne andò per la sua strada, e io mi rimisi in cammino, senza prestare attenzione alla stizza di Savel’ic, e presto scordai la burrasca del giorno precedente, la mia guida e il pellicciotto di lepre.
Giunto a Orenburg, mi presentai immediatamente al generale. Vidi un uomo di alta statura, ma già curvato dalla vecchiaia. I suoi lunghi capelli erano completamente bianchi. La sua vecchia uniforme slavata ricordava le guerre dei tempi di Anna Ioannovna, e nella sua parlata si sentiva forte l’accento tedesco. Gli consegnai la lettera del babbo. Nel sentire il suo nome mi lanciò un rapido sguardo: “Tio mio!”, disse. “A qvando pare, è passato un bel po’ di tempo da qvando Andrej Petrofic afefa ancora la tua età, e adesso ecco che giofinotto ha già! Ach, il tempo, il tempo!”. Dissuggellò la lettera e si mise a leggerla a mezza voce, facendo le sue annotazioni. “’Egregio signor Andrej Karlovic, spero che vostra eccellenza…’ che zerimonie son mai qveste? Pfui, com’è che non si fergogna? E’ naturale, la disciplina innanzitutto, ma è così che si scrife a un fecchio camerata?’…vostra eccellenza non ha dimenticato…’ hmm… ‘e… quando… il defunto feldmaresciallo Munn… nella campagna… come pure… la Karolinka…’ Eh eh, Bruder! Vuol dire che si ricorda ancora delle nostre antiche piricchinate? ‘Veniamo al dunque… Vi mando il mio monellaccio… ‘ hmm… ‘da tenere coi guanti di riccio… ‘ Che cosa sono qvesti gvanti di riccio? Defe trattarsi d’un proferbio russo… Che cosa significa ‘tenere con gvanti di riccio’?”, ripeté, rivolgendosi a me.
“Significa”, gli risposi con l’aria più innocente possibile, “trattare dolcemente, non troppo duramente, dare maggiore libertà, tenere con i guanti di riccio”.
“Hmm, capisco… ‘e non dargli libertà…’ no, è efidente che gvanti di riccio non significano qvesto… ‘Allego… il suo passaporto…’ Dof’è mai? Ah, eccolo… ‘informare il Semenovskij…’ Bene, bene: tutto sarà fatto… ‘Consentirai che io ti abbracci al di fuori dei gradi e… da vecchio compagno e amico…’ ah! alla fine l’ha capito… eccetera eccetera… Allora, ‘batjuska”, disse una volta letta la lettera e messo da parte il mio passaporto, “tutto sarà fatto: sarai trasferito in qualità di ufficiale al reggimento *** e, affinché tu non perda tempo, va’ domani stesso alla fortezza Belogorskaja, dove sarai agli ordini del capitano Mironov, una buona e onesta persona. Là farai l’autentico servizio militare, imparerai la disciplina. A Orenburg per te non c’è nulla da fare; le distrazioni sono nocive a un giovanotto. E oggi fammi la cortesia di pranzare con me”.
“Di male in peggio!”, pensai tra me e me, “a che cosa mi è mai servito l’essere già sergente della guardia nel ventre materno? Dove mi ha portato questo? Al reggimento *** in una sperduta fortezza al confine delle steppe kirgizo-kajsackie!...”. Pranzai da Andrej Karlovic, eravamo in tre col suo vecchio aiutante di campo. Una rigida economia tedesca regnava alla sua tavola e penso che la paura di vedere di tanto in tanto un ospite in più alla sua mensa di scapolo sia stata in parte causa del mio frettoloso invio alla guarnigione. Il giorno seguente mi congedai dal generale e mi diressi verso il luogo della mia destinazione.

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