WILLIAM THACKERAY – “La fiera delle vanità”

In quanto a Sir Pitt, egli viveva appartato nelle stesse stanze dove Lady Crawley era morta, e lo assisteva con assiduo zelo Miss Hester, la servetta assunta da Miss Horrocks. Quale affetto, quale fedeltà, quale costanza son pari a quella di un’infermiera ben pagata? Vi sprimaccia i guanciali, vi cuoce le minestrine di ‘arrow-root’, passa la notte in piedi, sopporta i vostri lamenti e i vostri gemiti, vede fuori scintillare il sole e non le viene in mente di andare a spasso, dorme su una poltrona e pranza in solitudine, passa lunghissime serate senza far nulla, gli occhi fissi nelle braci del caminetto, mentre la pozione del malato sobbolle nel bricco, legge tutta la settimana il giornale ebdomadario; e l’’Invito alla vita dello Spirito, o il Vero dovere dell’Uomo’, di Law, basta per un anno alle sue letture – e noi siamo capaci di brontolare perché, quando i parenti vengono a trovarla una volta la settimana, si scopre che ha introdotto di contrabbando un po’ di gin nella loro cesta della biancheria. Signore mie, quale uomo seguiterebbe ad amare l’oggetto della sua tenerezza se fosse costretto ad assisterlo per un anno? Pure, se darete dieci sterline al trimestre a un’infermiera, vi parrà di averla pagata troppo. Infatti Mr. Crawley pagando a Miss Hester neppure la metà di questa somma, in compenso delle costanti cure prestate a suo padre, trovava ancora modo di borbottare.
Nei giorni di sole, il vecchio signore era condotto sulla terrazza nella stessa poltrona a rotelle che Miss Crawley usava a Brighton, e che era stata trasportata a Queen’s Crawley, insieme col bagaglio di Lady Southdown. Lady Jane passeggiava sempre accanto al vecchio ed era chiara la preferenza che il malato nutriva per lei. Egli le faceva ripetuti cenni con la testa e sorrideva quando essa entrava da lui, ed emetteva gemiti e proteste inarticolate al momento in cui si disponeva ad uscirne. Quando la porta si richiudeva su di lei, egli cominciava a piangere e a singhiozzare, ma il viso e i modi di Hester, che in presenza della sua signora erano estremamente dolci e miti, mutavano subito. Ella gli faceva le boccacce, stringeva il pugno, urlava: “state zitto, vecchio rimbambito”, e gli allontanava la poltrona dal fuoco che a lui piaceva guardare. Allora il vecchio raddoppiava le lacrime. Giacché questo solo era rimasto di un’esistenza di oltre settant’anni, di astuzie, di lotte, di sbornie, di complotti, di peccato e di egoismo: un vecchio idiota, piagnucoloso, messo a letto, pulito, nutrito come un lattante.
E venne alla fine il giorno in cui le cure dell’infermiera ebbero un termine. Una mattina di buon’ora, mentre Pitt Crawley era nel suo gabinetto a rivedere il libro dei conti del fattore e dell’amministratore, un colpo fu battuto alla porta e Hester, presentatasi con un inchino, disse: “Scusate, Sir Pitt, Sir Pitt è morto stamane, Sir Pitt. Stavo arrostendogli i crostini, Sir Pitt, per i fiocchi d’avena, Sir Pitt, che prendeva regolarmente ogni mattina alle sei, Sir Pitt e… m’è parso di sentire come un gemito, Sir Pitt, e…e…e…”, Hester fece un altro inchino.
Perché mai il viso pallido di Pitt diventò così rosso? Forse perché finalmente era diventato Sir Pitt, con un seggio in Parlamento e speranze di più cospicui onori. “Ora salderò tutti i debiti sulla proprietà con denaro contante”, pensò, e rapidamente fece il calcolo delle passività e dei miglioramenti che vorrebbe mettere in opera. Non aveva voluto tirar fuori prima d’allora il denaro della zia, per paura che il padre si ristabilisse e rendesse così inutili le sue spese.
Tutte le persiane furono chiuse al castello e al presbiterio, le campane suonarono a morto, il coro della chiesa fu parato di nero e Bute Crawley si astenne da una partita di caccia, limitandosi a pranzare tranquillamente a Fuddleston; là tutti chiacchierarono del suo fratello defunto e del giovane Sir Pitt mentre bevevano il Porto. Miss Betsy, che intanto s’era maritata con un sellaio di Mudbury, pianse parecchio. Il chirurgo di famiglia venne a porgere i suoi rispettosi complimenti e a chiedere come stessero di salute le Loro Singnorie le dame del castello. Si parlò di quella morte a Mudbury, al ‘Crawley’s Arms’, l’osteria di Horrocks, il quale frattanto s’era recentemente riconciliato col rettore, che anzi, si diceva, si fermava qualche volta all’osteria ad assaggiare un bicchiere di birra dolce.
“Devo scrivere io a tuo fratello, o vuoi scrivergli tu?”, domandò Lady Jane a suo marito, Sir Pitt.
“Scriverò io, naturalmente”, rispose Sir Pitt, “e lo inviterò ai funerali: le convenienze lo esigono”.
“E… Mrs. Rawdon?”, mormorò Lady Jane timidamente.
“Jane?”, esclamò Lady Southdown, “come puoi pensare una cosa simile?”
“Mrs. Rawdon sarà, naturalmente, invitata”, sentenziò Sir Pitt con voce ferma.
“Non finché io abito in questa casa”, protestò Lady Southdown.
“Vostra signoria abbia la compiacenza di ricordarsi che sono io il capo di questa famiglia”, rispose Sir Pitt. “Per piacere, Lady Jane, scrivete una lettera a Rawdon Crawley invitandolo ad esser presente in questa triste circostanza”.
“Jane, ti proibisco di prendere la penna”, esclamò la contessa.
“Credo di essere io il capo di questa famiglia”, ripeté Sir Pitt, “e per quanto deplori ogni occasione che possa consigliare a Vostra Signoria di allontanarsi da questa casa, debbo, tuttavia, seguitare a governarla come mi par conveniente”.
Lady Southdown si levò in piedi con la maestà di Mrs. Siddons nella parte di Lady Macbeth, e ordinò che si attaccassero i cavalli alla sua carrozza. Se il genero e la figliola la cacciavano dalla loro casa essa sarebbe andata a nascondere la sua solitudine in qualche rifugio, e avrebbe pregato per la loro conversione a migliori consigli.

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