JULES VERNE – “Parigi nel XX secolo”

Michel vide trascorrere la notte seguente in una deliziosa insonnia; a che pro dormire? Era meglio sognare ad occhi aperti, cosa che il giovane fece coscienziosamente fino allo spuntare dell’alba; i suoi pensieri raggiunsero il limite estremo della poesia eterea.
Il mattino seguente scese negli uffici e si arrampicò sulla sua montagna. Quinsonnas lo aspettava. Michel strinse, o meglio abbracciò la mano del suo amico; ma fu di poche parole; ricominciò il suo dettato, e dettò con voce appassionata.
Quinsonnas lo guardò, ma Michel evitò il suo sguardo.
“C’è qualcosa di strano”, si disse il pianista; “che aria singolare! Assomiglia a qualcuno che sia tornato dai paesi caldi!”
Così trascorse la giornata, con uno che dettava, l’altro che scriveva, ed entrambi che si osservavano furtivamente. Passò un secondo giorno senza apportare alcun cambiamento nei pensieri dei due amici.
“Qui sotto c’è l’amore”, pensò il pianista. “Lasciamolo covare il suo sentimento; più tardi parlerà”.
Il terzo giorno, Michel fermò improvvisamente Quinsonnas nel bel mezzo di una superba maiuscola.
“Amico mio, che cosa pensi delle donne?”, gli chiese arrossendo.
“Allora era vero”, si disse il pianista, che non rispose.
Michel rinnovò la domanda, arrossendo ancora di più.
“Ragazzo”, rispose seriamente Quinsonnas, interrompendo il suo lavoro, “l’opinione che possiamo avere delle donne, noialtri uomini, è assai mutevole. Al mattino non ne penso ciò che ne penso la sera; la primavera mi suggerisce a loro proposito idee diverse dall’autunno; la pioggia o il bel tempo possono modificare sensibilmente la mia dottrina; infine, la mia stessa digestione ha un’influenza incontestabile sui miei sentimenti nei loro confronti”.
“Non è una risposta”, disse Michel.
“Figliolo, permettimi allora di replicare a una domanda con un’altra domanda. Credi che ci siano ancora donne sulla terra?”
“Se lo credo!”, esclamò il giovanotto.
“Ti capita di incontrarle qualche volta?”
“Tutti i giorni”.
“Intendiamoci”, riprese il pianista; “non parlo di quelle creature più o meno femminili il cui fine è di contribuire alla propagazione della specie umana, e che si finirà per sostituire con macchine ad aria compressa…”
“Vuoi scherzare… “
“Amico mio, se ne parla sul serio, ma ciò non mancherà di produrre qualche contrasto”.
“E sia, Quinsonnas”, riprese Michel, “siamo seri!”
“No, scherziamoci su! Insomma, ribadisco la mia tesi: non esistono più donne! E’ una razza estinta come quella dei carlini e dei megateri!”
“Ti prego”, disse Michel.
“Lasciami continuare, figliolo; credo che le donne si siano estinte un tempo, in un’epoca assai remota; gli antichi autori ne parlano in termini formali; citano anzi, come la più perfetta di tutte, la Parigina. Secondo i vecchi testi e le stampe del tempo, era una creatura incantevole e senza rivali al mondo; e riuniva in sé i vizi più perfetti e le più viziose perfezioni, essendo una donna in tutta l’accezione del termine. Poi, a poco a poco, il sangue si impoverì, la razza degenerò, e i fisiologi costatarono nei loro scritti questa deplorevole decadenza. Hai visto qualche volta dei bruchi diventare farfalle?”
“Sì”, rispose Michel.
“Ebbene”, proseguì il pianista, “fu tutto il contrario: la farfalla ritornò bruco. Le carezzevoli movenze della Parigina, la sua graziosa corporatura, il suo sguardo perspicace e tenero, il suo amabile sorriso, la sua linea sobria e soda al tempo stesso, presto fecero posto a forme oblunghe, magre, aride, scarne, emaciate, allampanate, a una disinvoltura meccanica, metodica e puritana. La figura si appiattì, lo sguardo si fece austero, la giunture si anchilosarono; un naso aspro e rigido si piegò su labbra assottigliate e scavate; il passo si allungò; l’angelo della geometria, un tempo così prodigo delle sue curve più attraenti, abbandonò la donna a tutto il rigore della linea retta e degli angoli acuti. La francese è diventata americana; parla seriamente di cose serie, prende la vita con inflessibilità, cavalca sulla magra groppa dei costumi, si veste male, senza gusto, e indossa corsetti di lamiera galvanizzata che possono resistere alle più elevate pressioni. Ragazzo mio, la Francia ha perduto la sua superiorità: nel secolo incantevole di Luigi XV le sue donne avevano effeminato gli uomini; ma dopo esse si sono convertite al genere maschile, e non meritano più né lo sguardo di un artista né l’attenzione di un amante!”
“Continua pure”, rispose Michel.
“Sì”, replicò Quinsonnas, “tu sorridi! Pensi di potermi confondere! Hai bell’e pronta con te la tua piccola eccezione alla regola generale! Be’, non farai che confermarla, ecco tutto. Confermo ciò che ho detto, anzi, vado oltre! Non una donna, a qualunque classe appartenga, è sfuggita a questo degrado della razza! La sartina di facili costumi è scomparsa; la cortigiana, ormai spenta non meno di quanto sia mantenuta, ora fa prova di un’immoralità severa! E’ goffa e sciocca, ma fa fortuna con l’ordine e con l’economia, senza che nessuno si rovini per causa sua! Rovinarsi, ma andiamo! E’ una parola che ha fatto il suo tempo! Tutti si arricchiscono, figliolo, fuorché la mente e il corpo umano”.
“Dunque sostieni”, domandò Michel, “che sia impossibile incontrare una donna nell’epoca in cui viviamo”.
“Certo; al di sotto dei novantacinque anni non ce ne sono; le ultime sono morte con le nostre nonne. Tuttavia…”
“Ah! Tuttavia?”
“Può capitare di incontrarne al faubourg Saint-Germain; in quel cantuccio dell’immensa Parigi si coltiva ancora qualche pianta rara, quella che il tuo professore chiamerebbe ‘puella desiderata’, ma soltanto là”.
“Sicché”, rispose Michel sorridendo con una certa ironia, “persisti nell’opinione che la donna sia una specie estinta”.
“Eh, figliolo, i grandi moralisti del diciannovesimo secolo presagivano già questa catastrofe. Balzac, che sapeva il fatto suo, lo ha fatto intendere nella sua famosa lettera a Stendhal: la donna, dice, è la Passione e l’uomo è l’Azione, e per questa ragione l’uomo adorava la donna. Ebbene, oggi rappresentano entrambi l’azione, ed è per questo che non ci sono più donne in Francia”.
“Bene”, disse Michel, “e che cosa pensi del matrimonio?”
“Niente di buono”.
“In che senso?”
“Sarei più propenso al matrimonio altrui che al mio”.
“Sicché, non ti sposerai mai”.
“No, fin quando non sarà istituito il famoso tribunale caldeggiato da Voltaire per giudicare i casi di infedeltà, sei uomini e sei donne, e un ermafrodito con un voto in più in caso di parità”.
“Su, non scherziamo”.
“Non scherzo affatto; sarebbe la sola garanzia possibile! Rammenterai quanto è accaduto, due mesi fa, nel processo che il signor Coutances ha intentato a sua moglie per adulterio”.
“No!”
“Ebbene, quando il presidente ha chiesto alla signora Coutances perché aveva dimenticato i suoi doveri, lei ha risposto: ho poca memoria! Ed è stata scagionata. Be’, siamo franchi, una risposta simile meritava un’assoluzione!”
“Lasciamo perdere la signora Coutances”, rispose Michel, “e torniamo al matrimonio”.
“Amico mio, a tale proposito la verità assoluta è la seguente: da scapoli, ci si può sempre sposare; ma una volta sposati, non si può tornare scapoli. Ecco dunque, tra la situazione del marito e quella del celibe, una sfumatura terribile”.
“Insomma, Quinsonnas, che cos’hai da dire esattamente contro il matrimonio?”
“Che cosa ho da dire è presto detto: in un’epoca in cui la famiglia tende a disgregarsi, in cui l’interesse individuale spinge ciascuno dei suoi membri in una direzione diversa, in cui il bisogno di arricchirsi ad ogni costo uccide i sentimenti del cuore, il matrimonio mi sembra un’eroica inutilità; un tempo, secondo gli antichi autori, era tutta un’altra cosa; sfogliando i vecchi dizionari, saresti sorpreso di trovarvi i termini penati, lari, focolare domestico, intimità, la compagna della mia vita ecc.; ma queste espressioni sono scomparse da tempo insieme alle cose che rappresentano. Nessuno le usa più; sembra che una volta gli sposi (altro termine caduto in disuso) mescolassero intimamente le loro esistenze; tornano alla mente le parole di Sancho: il consiglio di una moglie non è gran cosa, ma bisogna essere pazzi per non ascoltarlo! E lo si ascoltava. Ecco la differenza con il passato: al giorno d’oggi il marito vive lontano dalla moglie, bivacca al Circolo, vi pranza, vi lavora, vi cena, vi gioca e vi dorme. La Signora fa affari per conto suo. Il Signore la saluta come un estraneo, se la incontra per caso per strada; di tanto in tanto va a farle visita, fa un’apparizione ai suoi lunedì o ai suoi mercoledì; qualche volta la signora lo invita a pranzo, più raramente a passare la serata; insomma, si incontrano così poco e si scambiano così poche confidenze che ci si chiede, e a ragione, come è possibile che a questo mondo esistano ancora degli eredi!”
“E’ quasi vero”, disse Michel.
“Completamente vero, figliolo”, rispose Quinsonnas; “si è proseguita la tendenza del secolo scorso, nel quale si cercava di avere il minor numero possibile di figli, poiché le madri erano contrariate di vedere le loro figlie restare troppo presto incinte, e i giovani mariti disperati per aver commesso uno sbaglio simile. Del resto, ai nostri giorni, il numero dei figli legittimi è singolarmente diminuito a favore di quelli naturali; questi ultimi costituiscono già un’imponente maggioranza; presto saranno i padroni in Francia, e faranno abrogare la legge che proibisce la ricerca della paternità”.
“Mi sembra evidente”, rispose Michel.
“Ora, il male, se di male si tratta”, proseguì Quinsonnas, “esiste in tutte le classi sociali; bada bene che un vecchio egoista come me non biasima questo stato di cose, ne approfitta; mi preme tuttavia spiegarti che il matrimonio non coincide più con la coppia, e che la fiaccola dell’imeneo non serve più come un tempo a far bollire la pentola”.
“E’ così”, riprese Michel, “se per una ragione improbabile, impossibile, voglio sperare, tu arrivassi al punto di voler prendere moglie?...”
“Mio caro, in primo luogo cercherei di riempirmi di milioni come gli altri; ci vuole il denaro per menare questa grandiosa esistenza in partita doppia; non c’è ragazza che si sposi se non ha l’equivalente del suo peso in oro nella cassaforte paterna, e una Maria Luigia con i suoi duecentocinquantamila franchi di dote non troverebbe un figlio di banchiere che la volesse”.
“Ma un Napoleone?”
“I Napoleoni sono rari, figliolo”.
“Allora, mi sembra di capire, che non avresti entusiasmo per il tuo matrimonio?”
“Non esattamente”.
“E ne avresti per il mio?”
“Ci siamo”, disse il pianista che non rispose.
“Ebbene”, fece il giovanotto, “non dici niente?”
“Ti guardo”, replicò seriamente Quinsonnas.
“E poi…”
“Mi domando da dove dovrò cominciare a legarti!”.

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