FRANCIS SCOTT FITZGERARD – “Il Grande Gatsby”

La mia famiglia è stata influente, gente agiata di questa città del Midwest da tre generazioni. I Carraway sono una specie di clan, e secondo la tradizione discendiamo dai duchi di Buccleuch, ma il vero fondatore del mio ramo è stato il fratello di mio nonno, che arrivò qui nel ’51, mandò un sostituto alla Guerra Civile, e mise su un’attività di ferramenta all’ingrosso che mio padre manda avanti ancora oggi.
Non ho mai conosciuto questo prozio, ma si dice che gli assomigli, con particolare riferimento al quadro piuttosto brutto che è appeso nell’ufficio di mio padre. Mi sono laureato a New Haven nel 1915, solo un quarto di secolo dopo mio padre, e poco più tardi ho partecipato a quella tardiva migrazione teutonica conosciuta come la Grande Guerra. Apprezzai la controffensiva così tanto che tornai irrequieto.
Il Midwest, invece di essere il caldo centro del mondo, adesso mi sembrava il bordo ruvido dell’universo – così decisi di andare all’Est a imparare il lavoro di Borsa. Tutti quelli che conoscevo lavoravano in Borsa, perciò immaginai che ci fosse posto anche per un altro. Tutte le mie zie e i miei zii ne discussero come se stessero scegliendo la scuola per me, e finalmente dissero: “Be’… sì”, con facce serie ed esitanti. Mio padre acconsentì a sostenermi finanziariamente per un anno, così dopo molti rinvii andai all’Est per sempre, pensavo io, nella primavera del ’22.
La cosa più pratica era trovare una stanza in città, ma era una stagione calda, e io aveva appena lasciato una terra di grandi praterie e alberi amichevoli, perciò quando un collega dell’ufficio mi propose di dividere una casa in una cittadina dei sobborghi, pensai fosse una grande idea. Lui trovò la casa, un bungalow di cartapesta rovinata a ottanta dollari al mese, ma all’ultimo momento la società lo mandò a Washington, e io me ne andai in campagna da solo. Avevo un cane – almeno lo ebbi finché non scappò dopo qualche giorno – una vecchia Dodge e una donna delle pulizie finlandese che mi faceva il letto, mi preparava la colazione e borbottava perle di saggezza a se stessa davanti alla stufa elettrica.
Mi sentii solo per un giorno o due finché una mattina un uomo, arrivato più recentemente di me, mi fermò in strada.
“Come si arriva a West Egg?”, mi chiese scoraggiato.
Glielo dissi. E quando ripresi a camminare non mi sentii più solo. Era una guida, un apri pista, uno del posto. Mi aveva casualmente conferito la cittadinanza della zona.
Così, con il sole e la grande esplosione di foglie sugli alberi, proprio come crescono le cose nei film accelerati, mi venne la solita convinzione che la vita ricominciasse con l’estate.
C’era così tanto da leggere, tanto per cominciare, e tanta buona salute da rubare alla giovane aria frizzante. Comprai una dozzina di libri sulle banche, il credito d’investimento, e li piazzai sullo scaffale da dove mi promettevano di svelarmi brillanti segreti che solo Mida, Morgan e Mecenate conoscevano. E avevo la ferma intenzione di leggere molti altri libri. M’interessavo abbastanza di letteratura al college – un anno avevo scritto una serie di solenni e banali editoriali per il “Yale News” – e adesso stavo per riportare queste cose nella mia vita e ritornare ad essere il più limitato degli specialisti, “l’uomo versatile”. Non è solo un epigramma: la vita sembra molto più di successo se la si vede da una finestra sola, dopo tutto. Solo per caso affittai una casa in una delle comunità più strane del Nord America. Si trovava su quella snella isola ribelle che si estende ad Est di New York – dove, tra altre curiosità naturali, ci sono due inusuali formazioni di terra. A una trentina di chilometri dalla città due uova enormi, identiche nei contorni e separate solo da una baia di cortesia, si gettano nel tratto d’acqua salata più mansueto dell’emisfero occidentale, l’enorme aia acquatica di Long Island Sound. Non sono ovali perfetti – come l’uovo nella storiella di Colombo, sono entrambi schiacciati a una estremità – ma la loro rassomiglianza deve essere fonte di continua confusione per i gabbiani che vi volano sopra. Per gli esseri non alati il fenomeno che colpisce di più è la loro diversità in ogni particolare che non sia la forma e la dimensione.
Io vivevo a West Egg, la… be’, la meno alla moda delle due, anche se questo è il modo più banale per esprimere il bizzarro e non poco sinistro contrasto tra le due. La mia casa era sull’estremità dell’uovo, a una cinquantina di metri dallo stretto, e schiacciata tra due enormi edifici che si affittavano per dodicimila o quindicimila dollari a stagione. Quello alla mia destra era qualcosa di colossale sotto tutti i punti di vista – era una vera e propria copia di un Hotel de Ville della Normandia, con una torre su un lato, nuova di zecca sotto una rada barba di edera in crescita, una piscina di marmo, e più di venti ettari di prato e giardino. Era il palazzo di Gatsby. O, meglio, visto che non conoscevo il signor Gatsby, era un palazzo, abitato da un gentiluomo con quel cognome. Casa mia era come un pugno nell’occhio, ma un pugno piccolo, tanto da essere stato ignorato, così avevo la vista sul mare, una vista parziale del giardino del mio vicino, e la consolante vicinanza di gente milionaria – tutto per ottanta dollari al mese.
Di là della baia di cortesia i palazzi bianchi della modaiola East Egg luccicavano sull’acqua, e la storia di quell’estate incomincia praticamente con la sera in cui andai a cenare da Tom Buchanan. Daisy, sua moglie, era mia cugina di secondo grado e Tom l’avevo conosciuto al college. E subito dopo la guerra avevo passato due giorni con loro a Chicago.
Suo marito, tra le varie imprese fisiche, era stato uno dei ricevitori più potenti della squadra di New Haven – un personaggio nazionale in un certo qual modo, uno di quegli uomini che raggiungono un’eccellenza così intensa e limitata a ventuno anni che tutto quello che fanno dopo sa di delusione. La sua famiglia era immensamente ricca – perfino al college la disinvoltura con cui spendeva era oggetto di critiche – ma adesso si era trasferito da Chicago all’Est in un modo che quasi toglieva il fiato; per esempio, si era portato appresso una mandria di pony da polo da Lake Forest. Era difficile da credere che un uomo della sua generazione fosse così ricco da poterlo fare.

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