JOSEPH ROTH – “La leggenda del santo bevitore”

Tornò in camera sua, stette in attesa, in ascolto, e già era deciso a non aspettare l’indomani per incontrarsi con la bella ragazza. Anche se il susseguirsi quasi ininterrotto dei miracoli negli ultimi giorni lo aveva già convinto che la grazia si era posata su di lui, pure riteneva, proprio per questo, di essere autorizzato a una specie di spavalderia, così da dover anche, diciamo per gentilezza, prevenire la stessa grazia senza offenderla minimamente. Quando gli parve di sentire i passi leggeri della ragazza del numero ottantasette, aprì appena un po’ la porta della sua camera e vide che era proprio lei che tornava. Quello che invece non notò, certo per la sua lunga mancanza d’esercizio, fu il particolare non trascurabile che anche la bella ragazza si era accorta di lui che spiava. Cosicché la ragazza fece, in fretta e furia, ordine in camera sua, un ordine più apparente che reale, come aveva imparato dal mestiere e dall’abitudine, spense il lume centrale, si sdraiò sul letto, e alla luce della lampada del tavolino da notte prese un libro e si mise a leggerlo, ma era un libro che aveva già letto da tanto tempo.
Dopo un po’ sentì bussare timidamente alla porta, come del resto si aspettava, e Andreas entrò. Rimase fermo sulla soglia pur essendo già sicuro che dopo un istante sarebbe stato invitato ad avvicinarsi. La bella ragazza non si mosse dalla sua posizione, non posò nemmeno il libro, chiese soltanto: “E lei che cosa desidera?”.
Andreas, che per il bagno, il sapone, la poltrona, le teste di pappagallo della tappezzeria e il vestito, si sentiva più sicuro, rispose: “Non posso aspettare fino a domani, cara signorina”.
La ragazza taceva.
Andreas le si avvicinò, le chiese che cosa leggeva, e disse francamente: “A me i libri non interessano”.
“Io sono qui soltanto di passaggio,” disse la ragazza sul letto “rimango soltanto fino a domenica. Da lunedì infatti devo ritornare in scena a Cannes”.
“E che cosa fa?” chiese Andreas.
“Sono ballerina al Casinò. Mi chiamo Gabby, non ha mai sentito il mio nome?”.
“Sì, certo, lo conosco dai giornali” mentì Andreas, e stava per aggiungere: che mi servono per coprirmi. Ma si trattenne.
Si sedette sulla sponda del letto, e la ragazza non ebbe nulla in contrario. Posò anzi il libro, e Andreas rimase fino all’alba nella camera numero ottantasette.
§§§§§
La mattina di sabato Andreas si svegliò con la ferma decisione di non separarsi più dalla bella ragazza fino alla sua partenza. Anzi, in lui già sbocciava il tenero pensiero di un viaggio a Cannes con la giovane donna, giacché, come tutti i poveri (e soprattutto i bevitori poveri), era portato a considerare grandi le piccole somme che aveva in tasca. Quella mattina contò i suoi novecentottanta franchi ancora una volta; e, siccome erano in un portafoglio, e il portafoglio era nella tasca di un vestito nuovo, la somma gli parve dieci volte più grande.
E così non si irritò affatto quando, un’ora dopo che l’aveva lasciata, la bella ragazza entrò da lui senza bussare, e poiché questa gli chiedeva come avrebbero passato insieme il sabato prima della sua partenza per Cannes, egli rispose a caso: “Fontainebleau”. Da qualche parte, come in sogno, aveva forse udito questo nome; ad ogni modo non sapeva perché e come mai gli era venuto sulle labbra.
Presero un tassì e partirono per Fontainebleau, dove risultò che la bella ragazza conosceva un buon ristorante, in cui si potevano mangiare buone cose e bere buon vino. Conosceva anche il cameriere, e lo chiamava per nome. E se il nostro Andreas fosse stato per natura geloso, avrebbe anche potuto andare in collera. Ma non era geloso, e quindi non s’arrabbiò. Passarono un certo tempo a bere e a mangiare e poi, di nuovo col tassì, tornarono in città, e d’un tratto la sera sfolgorante di Parigi fu dinanzi a loro, e loro non sapevano che cosa farsene, proprio come succede a quelle persone che non hanno nulla in comune e si sono incontrante soltanto per caso. La notte si apriva dinanzi a loro come un deserto troppo luminoso.
E non sapevano più che cosa farsene l’uno dell’altra, dopo aver con leggerezza dissipato l’esperienza essenziale che è data a un uomo e a una donna. Così decisero per quella che è la risorsa degli uomini del nostro tempo quando non sanno che cosa fare: andare al cinema. E là sedevano, e non c’era buio fondo, e nemmeno buio, semmai appena una certa penombra. E si stringevano la mano, la ragazza e il nostro amico Andreas. Ma, stringendo, la sua mano restava indifferente, e lui stesso ne soffriva: lui stesso. Così, nell’intervallo, decise di andare a bere qualcosa nell’atrio con la bella ragazza, e ci andarono e bevvero. Il cinema non lo interessava più per nulla. Con una certa oppressione tornarono all’albergo.
La mattina dopo era domenica, Andreas si svegliò consapevole del suo impegno di restituire il denaro. Si alzò più in fretta del giorno prima, tanto in fretta che la bella ragazza si svegliò di soprassalto e gli chiese: “Perché tanta fretta, Andreas?”.
“Devo pagare un debito” disse Andreas.
“Come, oggi, di domenica?” chiese la bella ragazza.
“Sì, proprio oggi, di domenica” replicò Andreas.
“A chi li devi, questi soldi, a una donna o a un uomo?”.
“A una donna” rispose Andreas esitando.
“Come si chiama?”.
“Teresa”.
A queste parole la bella ragazza saltò giù dal letto e con i pugni chiusi colpì Andreas al viso.
Allora lui fuggì dalla camera e lasciò l’albergo. E senza guardarsi più intorno, si avviò verso Santa Maria di Batignolles sapendo con certezza che quel giorno avrebbe potuto finalmente rendere i duecento franchi alla piccola Teresa.

RICHESTA INFORMAZIONI: JOSEPH ROTH – “La leggenda del santo bevitore”


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.