FEDERICO DE ROBERTO – "I Viceré"

Il giorno dell’elezione era vicino; i due Giuliente, ma più specialmente Benedetto, avevano scovato gli elettori, compiuto tutte le formalità dell’iscrizione; mattina e sera veniva gente a trovare il duca per dichiarargli che avrebbe votato per lui: i Giuliente non mancavano mai. La vigilia della votazione, mentre appunto il candidato dava udienza ai suoi fautori, il cameriere del marchese venne di corsa a chiamare il principe e la principessa, perché Chiara era sul punto di partorire. Quando Giacomo e Margherita arrivarono in casa di lei, trovarono Federico che smaniava come un pazzo, dall’ansietà, non potendo assistere la sofferente, chiamando però a ogni tratto la cameriera, la cugina Graziella o una delle tre levatrici che si davano il cambio a letto della partoriente. Il principe restò con lui e la principessa entrò nella camera di Chiara. Nonostante il travaglio del parto, costei aveva un’aria beata, sorrideva tra due contorcimenti, raccomandava che rassicurassero suo marito. “Ditegli che non soffro… Va’ tu stessa, Margherita… Ah!... Poveretto… è sulle spine…” Il suo desiderio di tanti anni, il suo voto più ardente, era dunque sul punto d’esser conseguito! I dolori s’attutivano, a quest’idea; ella non soffriva quasi più pensando all’ambascia del marito… Quando la principessa tornò in camera, la levatrice esclamava: “Ci siamo!... Ci siamo!...” “Presenta la testa?” domandò la cugina, che reggeva per le ascelle la marchesa in preda all’ultima crisi. “Non so… Coraggio, signora marchesa… Che è?...” A un tratto le levatrici impallidirono, vedendo disperse le speranze di ricchi regali: dall’alvo sanguinoso veniva fuori un pezzo di carne informe, una cosa innominabile, un pesce col becco, un uccello spiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solo, tre specie di zampe, ed era ancora vivo. “Gesù! Gesù! Gesù!” Chiara, per fortuna, aveva perduto i sensi appena liberata, la principessa che s’era aggirata per la camera senza toccar nulla, incapace di dare aiuto alla partoriente, voltava adesso il capo, dal disgusto prodottole da quella vista; e le levatrici, la cugina, la cameriera si guardavano costernate, esclamando: “E chi vuol dare la notizia al marito!” Giusto il marchese, non udendo più nulla, chiamava: “Cugina!... Donn’Agata!... Come va?... Cugina!... Non viene nessuno?” Fu donna Graziella quella che dovette andargli incontro a prepararlo al brutto colpo: “Cugino, di buon animo!... Chiara è liberata…” “E’ maschio?... E’ femmina?... Cugina!... Perché non parlate?” “Fatevi animo!... Il Signore non ha voluto… Chiara sta bene; questo è l’importante…” Il principe, entrato a vedere l’aborto il cui unico occhio erasi spento, tentò d’impedire al cognato smaniante l’entrata nella camera della moglie; ma non vi riuscì. Dinanzi al mostro che le levatrici costernate avevano deposto sopra un mucchio di panni, il marchese restò di sasso, portando le mani ai capelli. Frattanto sua moglie tornava in sensi, guardava in giro gli astanti. “Federico!... E’ maschio?...” furono le prime parole che spiccicò. “Stia zitta!” ingiunsero a una voce le donne, mettendosi dinanzi all’aborto per impedire che lo scorgesse. “Non le dite nulla per ora…” “Federico!” chiamava ancora la puerpera. “Chiara!... Come stai?” esclamò il marchese, accorrendo. “Hai sofferto molto? Soffri ancora?” “No, nulla… Nostro figlio?” “Chiara, confortati! E’ una femminetta…” annunziò la cugina, accorrendo. “Che importa!... E’ tanto bellina!” “Peccato!...” sospirò ella. “Sei dolente per questo?” domandò poi il marito, vedendone la ciera buia. “Ma no, no!... Tutti i figlioli sono cari lo stesso…” “E dov’è?... Portatela qui…” fece ella, con un nuovo sospiro. In quello stesso punto la cameriera, dietro ordine della principessa, portava via il feto avvolto in un panno, cercando di non farsi scorgere. “E’ lì!...” esclamò Chiara. “Voglio vederla…” Allora una grande confusione ammutolì tutti quanti. Federico, accarezzandole le mani, baciandola in fronte, le disse: “Coraggio, figlia mia!... Fatti coraggio… Vedi che anch’io mi rassegno! Il Signore non volle…” “E’ morta?” domandò ella impallidendo. “No… è nata morta… Coraggio, poveretta!... Purché tu stia bene… il resto è nulla: sia fatta la volontà di Dio.” “Voglio vederla.” Tutti la circondarono, insistendo per dissuaderla da quel proposito: giacché era morta! Perché angustiarsi a quella vista! Bisognava che ella s’avesse riguardo; l’importante adesso era la salute di lei! “Voglio vederla,” ripeté seccamente. Bisognò contentarla. Non pianse, non provò raccapriccio nell’esaminare quell’abominio; disse al marito: “Era tuo figlio!...” E ordinò che non lo portassero via, pel momento. Arrivarono frattanto gli altri partenti, don Eugenio, donna Ferdinanda, la duchessa Radalì, i cugini del marchese; tutti si condolevano, ma auguravano miglior fortuna per la prossima volta. Arrivò anche il duca, verso sera, a fare i suoi convenevoli; ma restò poco, poiché i Giuliente lo aspettavano giù, per riferirgli le ultime notizie intorno alle disposizioni del collegio: Benedetto pareva Garibaldi quando disse a Bixio: “Nino, domani a Palermo!...” Il domani infatti egli corse su e giù per le sezioni, per le case dei votanti, sollecitando la formazione dei seggi, interpretando la legge che riusciva nuova a tutti, incitando la gente a deporre nell’urna il nome d’Aragua. Frattanto in casa di Chiara, quasi in segno di protesta contro quell’ultima pazzia del duca, s’erano riuniti tutti gli Uzeda borbonici, ad eccezione di don Blasco il quale, dopo la transazione dei nipoti, la conclusione del matrimonio di Lucrezia e la candidatura del fratello, pareva veramente impazzito. La marchesa stava discretamente in salute e sopportava anche con sufficiente rassegnazione la sua disgrazia; il marchese non lasciava il capezzale della puerpera e si chinava a parlarle all’orecchio: nessuno dei due ascoltava i motti feroci di donna Ferdinanda contro il fratello, i ragionamenti storico-critici che il cavaliere teneva al principino, venuto anche lui a far visita alla zia col Priore e fra’ Carmelo. Chiara aveva mandato a chiamare Ferdinando, e lo aspettava con viva impazienza: quando egli apparve se lo fece venire accanto e gli parlò piano, lungamente. Poi chiamò la cameriera e, cavato di sotto al guanciale un mazzo di chiavi, glielo diede, ordinandole in mezzo al frastuono della conversazione: “Sai la boccia dello strutto, nel riposto?... la grande?... Prendila, vuotala e nettala bene… Ma bene mi raccomando! Se c’è acqua calda è meglio.” Pronta che fu la boccia, Ferdinando andò a vederla. “Va bene,” disse; “adesso occorre lo spirito.” La marchesa ordinò che andassero a comprarlo; e allora in mezzo al cerchio dei parenti stupefatti, fu recato il feto, giallo come di cera, che Ferdinando lavò, asciugò e introdusse poi nella boccia dove versò lo spirito e adattò il tappo. “C’è un po’ di sego?... di creta?...” “Ho il mio cerotto, se ti serve…” disse il marchese. E del cerotto che appestava la camera Ferdinando spalmò l’incastratura del tappo, perché non entrasse aria nel recipiente. La marchesa seguiva attentamente l’operazione; Consalvo con gli occhi spalancati guardava quel pezzo di grasso diguazzante nello spirito; a un tratto disse a don Lodovico: “Zio, non pare la capra del museo?” Al museo dei benedettini c’era infatti un altro aborto animalesco, un otricciuolo con le zampe, una vescica sconciamente membrificata; ma il parto di Chiara era più orribile. Don Lodovico non rispose; fatta una breve visita alla sorella, andò via. Anche gli altri a poco a poco se ne andarono, lasciando Chiara sola col marito a guardar soddisfatta quel pezzo anatomico, il prodotto più fresco della razza dei Viceré.

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