LEONARDO SCIASCIA – "Il giorno della civetta"

Di nuovo don Mariano fece un gesto di noncuranza. “Questo è il punto – pensò il capitano – su cui bisognerebbe far leva. E’ inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione dei diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime: la fazione Mancuso-Livigni o la fazione Sciortino-Caruso. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte”. -Gli uffici fiscali, a quanto vedo, non sono la sua preoccupazione. -Non mi preoccupo mai di niente – disse don Mariano. -E come mai? -Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il naso abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare… -Ho la bocca anch’io, sotto il naso – disse il capitano – ma le assicuro che mangio soltanto quello che voi siciliani chiamate il pane del governo. -Lo so: ma lei è un uomo. -E il brigadiere? – domandò ironicamente il capitano indicando il brigadiere D’Antona. -Non lo so – disse don Mariano squadrando il brigadiere con molesta, per il brigadiere, attenzione. -Io – proseguì poi don Mariano – ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… -Anche lei – disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo. Al di là della morale e della legge, al di là della pietà, era una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà: e come un cieco ricostruisce nella mente, oscuro e informe, il mondo degli oggetti, così don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani. E quale altra nozione poteva avere del mondo, se intorno a lui la voce del diritto era stata sempre soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida? -Perché sono un uomo: e non un mezz’uomo o addirittura un quaquaraquà? – domandò con esasperata durezza. -Perché – disse don Mariano – da questo posto dove lei si trova è facile mettere il piede sulla faccia di un uomo: e lei invece ha rispetto… Da persone che stanno dove sta lei, dove sta il brigadiere, molti anni addietro io ho avuto offesa peggiore della morte: un ufficiale come lei mi ha schiaffeggiato; e giù, nelle camere di sicurezza, un maresciallo mi appoggiava la brace del suo sigaro alla pianta dei piedi, e rideva… E io dico: si può più dormire quando si è stati offesi così? -Io dunque non la offendo? -No: lei è un uomo – affermò ancora don Mariano. -E le pare cosa da uomo ammazzare o far ammazzare un altro uomo? -Io non ho mai fatto niente di simile. Ma se lei mi domanda, a passatempo, per discorrere di cose della vita, se è giusto togliere la vita a un uomo, io dico: prima bisogna vedere se è un uomo… -Dibella era un uomo? -Era un quaquaraquà – disse con disprezzo don Mariano: si era lasciato andare, e le parole non sono come i cani cui si può fischiare a richiamarli. -E lei aveva particolari motivi per classificarlo così? -Nessun motivo: lo conoscevo appena. -Eppure il suo giudizio è esatto: e ci devono essere gli elementi di base… Forse lei sapeva che era una spia, un ‘confidente’ dei carabinieri… -Non me ne curavo. -Ma lo sapeva… -Lo sapeva tutto il paese. -Le nostre segrete fonti di informazioni… - disse con ironia il capitano, voltandosi a guardare il brigadiere. E a don Mariano – E forse Dibella rendeva qualche servizio agli amici passando a noi determinate confidenze… Lei che ne dice? -Non lo so. -Ma almeno per una volta, una diecina di giorni addietro, Dibella si è lasciato sfuggire una informazione giusta: in questo ufficio, seduto dove è seduto lei… Lei come ha fatto a saperlo? -Non l’ho saputo: e a saperlo non ne avrei avuto né caldo né freddo. -Forse Dibella è venuto da lei a confessare l’errore, agitato dal rimorso… -Era persona da sentire paura, non da sentire rimorso: e non c’era ragione perché venisse da me. -E lei, è uomo da sentire rimorso? -Né rimorso né paura, mai. -Certi suoi amici dicono che lei è religiosissimo. -Vado in chiesa, mando denaro agli orfanotrofi… -Crede che basti? -Credo che basta: la Chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio. -Non ha mai letto il Vangelo? -Lo sento leggere ogni domenica. -Che gliene pare? -Belle parole: la Chiesa è tutta una bellezza. -Per lei, vedo, la bellezza non ha niente a che fare con la verità. -La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se ci si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità.

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