ALAIN-FOURNIER – "Il grande amico Meaulnes"

Il tempo passò. Avevo ormai perso la speranza di rivedere il mio compagno e i giorni erano tetri nella scuola di campagna, malinconici nella gran casa deserta. Frantz non era venuto all’appuntamento che gli avevo dato; del resto la zia Moinel da un pezzo non sapeva più dove stesse Valentina. Presto l’unica gioia delle Sablonnières fu la bimba strappata alla morte, adesso, a fine settembre, una bimba già robusta e graziosa, che stava per compiere l’anno. Attaccandosi ai regoli di una sedia la spingeva da sola cercando di camminare, senza spaventarsi per le cadute, faceva un chiasso che svegliava a lungo gli echi felpati della casa deserta. Quando la prendevo in braccio, però, non voleva mai che la baciassi: con grazia selvatica si divincolava, mi respingeva puntandomi sul viso la manina aperta e rideva di gusto. Pareva che tutta quella sua gaiezza, quella violenza puerile stessero cacciando di casa l’afflizione che vi regnava fin dalla sua nascita. Qualche volta mi dicevo: “Ma sì, anche così rustica, finirà per essere un poco la mia bimba.” Ma la Provvidenza aveva deciso altrimenti, ancora una volta. Alla fine di settembre, una domenica mattina, mi ero alzato molto presto, prima ancora della contadina che si occupava della bimba. Dovevo andare a pescare nello Cher con due abitanti di Saint-Benoist e con Delouche. Spesso mi accordavo con dei vicini per qualche spedizione di frodo: pesca con le mani, di notte, pesca con il giacchio, tutte proibitissime… Durante l’estate, nei giorni liberi, partivamo all’alba per rientrare solo a mezzogiorno. Per quasi tutti costoro era l’unico modo di campare; per me, il solo passatempo, la sola avventura che mi ricordasse le scappate di una volta. Così avevo finito per prendere gusto a quelle sgambate, a quelle ore di pesca lungo il fiume e tra i canneti di uno stagno. Quel mattino, dunque, ero in piedi alle cinque e mezzo e stavo davanti alla casa, sotto un portichetto addossato al muro che divideva il giardino all’inglese delle Sablonnières dall’orto della fattoria, cercando di sbrogliare le reti che avevo buttato lì in un mucchio il giovedì prima. Non faceva ancora ben chiaro; era il crepuscolo di un bel mattino di settembre, e il portico dove stavo sistemando in fretta e furia i miei arnesi era ancora nella semioscurità. Lavoravo zitto e assorto, quando sentii aprire il cancello e un passo scricchiolare sulla ghiaia. “Oh! oh!” dissi fra me. “I miei compagni hanno fatto più presto del previsto: e io che non sono ancora pronto!...” Ma l’uomo che era entrato nel cortile non lo conoscevo: per quanto mi riusciva di vedere, si trattava di un tipo alto e robusto, barbuto, vestito come un cacciatore o un bracconiere. Invece di cercarmi nel solito luogo dei nostri appuntamenti che gli altri conoscevano bene, si diresse subito alla porta d’ingresso. “Guarda!” pensai. “Sarà un amico che avranno invitato senza dirmi nulla e che viene in avanscoperta.” L’uomo tentò adagio, senza rumore, la maniglia della porta. Ma io l’avevo chiusa uscendo. Ripeté il tentativo alla porta di cucina. Poi, dopo un attimo di esitazione, voltò verso di me il viso preoccupato nella mezza luce. Solo allora riconobbi il gran Meaulnes. Per un lungo momento rimasi immobile, spaventato, disperato, ripreso di colpo da tutto il dolore che il suo ritorno riattizzava. Lui era scomparso dietro la casa, aveva fatto il giro, ed era di nuovo lì, incerto. Allora gli andai incontro e senza parlare l’abbracciai singhiozzando. Capì subito: “Ah,” disse appena, “lei è morta, nevvero?” E restò diritto, senza muoversi, e senza sentir più nulla, terribile. Lo presi per un braccio e lo condussi piano verso casa. Adesso faceva chiaro. Perché il peggio fosse subito consumato, lo guidai per la scala alla stanza di Yvonne. Appena entrato crollò inginocchio davanti al letto e rimase così per un pezzo, la testa sepolta fra le braccia. Alla fine si rialzò, gli occhi vuoti, tutto smarrito, senza quasi capire dove era. Sempre tenendolo per un braccio, andai ad aprire la porta che comunicava con la stanza della bimba. La piccola si era svegliata da sola – mentre la balia era dabbasso – e da sola si era seduta nella culla; si vedeva appena il visino stupito girato verso di noi. “Ecco tua figlia,” dissi. Meaulnes sussultò e mi guardò. Poi la prese in braccio. Da principio non poteva vederla bene perché aveva gli occhi pieni di lacrime. Così, per stornare un poco quel groppo di commozione e quel pianto, tenendola sempre stretta sul petto, appoggiata al braccio destro, si voltò verso di me a testa bassa e disse: “Li ho riportati, gli altri due… Li vedrai a casa loro.” Difatti, quel mattino, mentre camminavo pensieroso e quasi felice verso la casa di Frantz, che un giorno Yvonne de Galais mi aveva mostrato tutta vuota, vidi di lontano una specie di giovane massaia in collettino candido, che spazzava la soglia, sotto gli sguardi curiosi e ammirati dei piccoli vaccari vestiti a festa che andavano a messa… Intanto la bimba non sopportava più di sentirsi così stretta e mentre Agostino, il viso girato da una parte per nascondere e frenare le lacrime, seguitava a non guardarla, gli dette un gran colpo con la manina sulla bocca barbuta e umida. Stavolta il padre alzò a braccia tese la figlia, la fece saltare e la guardò con una specie di riso. Soddisfatta la bimba batté le mani… Mi ero tirato un po’ indietro per vederli meglio. Un po’ deluso e tuttavia incantato, mi rendevo conto che la piccola aveva finalmente trovato il compagno oscuramente aspettato… La sola gioia che m’avesse lasciato, ecco che il gran Meaulnes era tornato a riprendersela. E già me lo figuravo, nella notte, avvolgere la figlia in un mantello e partirsene con lei verso nuove avventure.

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