TUTTI PENSIAMO BENE, MA E' POSSIBILE IMPARARE A PENSARE ANCORA MEGLIO.

Da quando Charles Darwin ha dimostrato che l'essere umano ha più di una parentela con gli altri animali abbiamo dovuto ammettere che non siamo la sola specie pensante, e anche il nostro cane la sa lunga in fatto di pensiero. Gli psicologi nell'arco di un secolo hanno studiato molto gli animali e possiamo dire che abbiamo capito molto di noi capendo meglio il comportamento dei ratti, dei gatti, dei cani, delle scimmie. Gli aspetti fondamentali del pensiero sono tre: la formazione dei concetti, la risoluzione dei problemi e la coscienza di sé. Gli esperimenti ci dicono che gli animali sono in grado di formare i concetti. D'altra parte molti di essi sopravvivono grazie alla loro capacità concettuale di riconoscere i predatori, le prede, la prole, il cibo. E' vero. L'uomo è più bravo nella formazione dei concetti, soprattutto in quelli più complessi e astratti. Ma bisogna dire che nella semplicità e nella concretezza spesso c'è più saggezza, e in questo gli animali ci possono insegnare qualcosa. Per ciò che riguarda la risoluzione dei problemi restiamo ugualmente ammirati di quello che gli animali sanno fare. Lo psicologo tedesco Wolfgang Kohler ha condotto esperimenti illuminanti sulla capacità degli scimpanzé di risolvere il problema di appropriarsi del cibo in situazioni assai complesse, in cui padroneggiavano la capacità di rivolgersi a obiettivi intermedi e funzionali. L'uomo con tutta la sua prosopopea spesso s'impantana nella pigrizia mentale e affoga in un bicchiere d'acqua solo perché non vede la soluzione diretta di un problema. Per esempio il cane capisce quasi subito che bisogna indietreggiare ed aggirare le sbarre oltre le quali c'è la ciotola del cibo, il pollo non lo capisce e se trova la strada giusta avviene per caso. L'uomo dovrebbe districarsi rapidamente in tale situazione, eppure quante persone si rompono ferocemente la testa prima di capire che devono indietreggiare lasciando momentaneamente l'obiettivo. Anche per quel che riguarda la coscienza di sé gli animali ci sono compagni nello sperimentare sensazioni e sentimenti. Il dolore, la paura, la gioia, la fame, la speranza non ce li abbiamo certamente in esclusiva solo noi uomini. E la consapevolezza di dover morire è una nostra esclusiva che spesso ci fa più male che bene, e ci consiglia perlopiù giri di pensieri contorti.
All'ingrosso il nostro cervello si compone di due parti: quella della memoria che serve ad immagazzinare, e quella dell'elaborazione che serve a produrre pensieri ed azioni. La memoria ha un'ampiezza vastissima, il reparto elaborazione è molto più ridotto ed è in grado di "lavorare" solo pochi elementi per volta. Quasi tutti i problemi importanti della nostra vita implicano un numero di dati superiori a quelli che riusciamo ad elaborare in una sola volta, per cui siamo costretti a semplificare e a trascurare. Il guaio è che spesso si semplificano e si trascurano dati essenziali e si elaborano dati di scarsa importanza o addirittura sbagliati. Così il problema che cerchiamo di rivolvere, essendo posto su ipotesi falsate, ci si ingarbuglia e ci porta sempre più fuori strada. Ed è qui che potremmo porci l'interrogativo: possiamo imparare a pensare meglio per risolvere più efficacemente i nostri problemi? La risposta è sì.
Come per tutte le cose la prima preoccupazione deve essere quella di sbagliare il meno possibile e di evitare di affezionarsi agli errori. L'errore più frequente è la superficialità e il pressapochismo. I dati del problema devono essere presi in considerazione tutti e più volte prima di poter fare una sintesi davvero corretta. Avere il quadro completo è indispensabile altrimenti potrebbe risultare scorretto farsi prendere dai particolari. La connessione esistente tra diversi dati deve essere tenuta a mente e ripetuta spesso per connettere correttamente dati prima disconnessi. Così fa il bravo detective che tiene sempre presente tutti gli indizi e li mette in relazione prima di inferire la conclusione che inchioda l'assassino.
Altro errore frequente è la fretta che è figlia dell'ansia ma anche della stupidità. Bisogna aspettare ad emettere il verdetto e soprattutto non impantanarsi nella prima conclusione che viene alla mente. E' incredibile di come la gente prenda partito e non si schiodi dall'idea iniziale nemmeno di fronte all'evidenza più lampante. Ci si affeziona alle conclusioni sbagliate come ci si affeziona alle persone (più o meno sbagliate anch'esse). Indubbiamente occorrono molti più elementi per correggere un'ipotesi errata che per stabilirne una corretta. Questo ci dice qualcosa sul motivo per cui tanti esseri umani mandano a ramengo la propria vita perché si sono innamorati della prima impressione.
Altra cosa che facilmente ci porta a sbagliare è l'idea che l'ordine dei termini del problema sia immutabile. Jean Piaget, il grande psicologo svizzero che ha studiato a fondo il pensiero del bambino, aveva notato che i piccoli sostenevano che la quantità di acqua aumentava quando essa veniva travasata in un contenitore più alto. In tanti adulti c'è una forte persistenza delle peculiarità del pensiero infantile. Uno psicologo scozzese, Ian Hunter, ha rilevato che soggetti adulti trovano più difficile specificare il rapporto di altezza tra Giorgio e Guglielmo se anziché la classica proporzione "Giorgio è più alto di Enrico; Enrico è più alto di Guglielmo" si pone il problema come "Enrico è più basso di Giorgio; Enrico è più alto di Guglielmo". Lo psicologo tedesco (che abbiamo già citato) Wolfgang Kohler, rilevò che lo scimpanzé risolse il problema di impossessarsi della banana appesa per mezzo di un bastone quando il bastone e la banana vennero a trovarsi casualmente entrambi nel suo campo visivo. Imparare a mutare (e a giostrare) i termini del problema invariabilmente favorisce l'imbocco verso l'esatta soluzione.
Altri atteggiamenti che devono far riflettere sono quelli conseguenti al fatto di non riuscire a rivolvere il problema.
La reazione peggiore è quella della rinuncia e della rassegnazione. Molto frequente è l'intestardirsi su un'unica impostazione del problema. Se si è convinti che i propri disturbi sono di natura organica e non psicologica si sperimenterà di tutto, dall'agopuntura all'omeopatia, dai fiori di Bach ai filtri allestiti dal mago, pur di non interrogarsi sul proprio stato affettivo ed emotivo. La verità è che chi ragiona bene non si ostina mai in una direzione che ha mostrato di non dare frutti o di darne troppo pochi. Chi ragiona bene capisce subito se le informazioni di cui è in possesso sono sufficienti per la corretta risoluzione del problema, altrimenti si concede una sospensione e si adopra ad acquisire le informazioni che gli mancano. Il discorso di non farsi passare lo scrupolo dell'insufficienza dell'informazione nemmeno per l'anticamera del cervello, ci porta a sorridere di tanti nostri simili che ci spiegano l'andamento del mondo dedotto pari pari dai versetti della Bibbia, o che si apprestano a scrivere un libro senza averne praticamente mai letto nessuno.
Ottimo metodo di corretta risoluzione è il discutere il problema con gli altri. Se vogliamo questo è uno dei segreti dell'efficacia della psicoterapia. Quando esponiamo una nostra difficoltà a un'altra persona, specie se competente dei meccanismi che portano alla risoluzione dei problemi, invariabilmente approfondiamo tutti i lati della questione e nel far capire meglio all'altro capiamo meglio anche noi. Nel confronto con lo psicoterapeuta tutti i passaggi sbagliati dei nostri ragionamenti abituali vengono a galla, e se fin da piccoli abbiamo mistificato ed edulcorato il nostro modo di concepirci e di rapportarci con le situazioni, il gioco falsato diventa palese e si pongono sul serio le premesse per risolvere e correggere. Una persona che non sa risolvere i problemi perché pensa in maniera sbagliata, frequentemente ha la convinzione incrollabile di saperli risolvere magnificamente. E quando la spazzatura nascosta sotto il tappeto diviene una montagna che non può essere più ignorata, che dire? La colpa ovviamente è di qualcun altro. Nella vita c'è sempre quello che puntualmente si assenta quando c'è da pagare il conto.

Domenico Iannetti

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