QUANDO ABBIAMO PAURA COSA SUCCEDE NEL NOSTRO CERVELLO?

Il cervello umano non va considerato più una "scatola nera" nel senso che nessuno può conoscere quello che realmente avviene lì dentro. Nei primi decenni del secolo scorso John Watson, per sottrarre la psicologia al metodo introspettivo promosso da Freud, affermò che il comportamento (osservabile ed obiettivabile) doveva essere l'unico campo d'indagine della psicologia. Fu una mossa essenziale per dare dignità scientifica alla psicologia che acquisì enormi risultati concentrandosi sui due elementi di "stimolo e risposta". Su questo terreno il fisiologo russo Pavlov formulò la nozione di "riflesso condizionato" per cui una risposta si può abbinare a uno stimolo che precedentemente era neutro. Fu come aprire una finestra sulla fondamentale (per capire la mente) nozione di apprendimento. Il comportamento osservabile è ovviamente regolato dal cervello (questo i comportamentisti lo sapevano bene) ma questo organo non era facile da decifrare e da capire. Oggi però ne sappiamo decisamente di più. Sappiamo che succede in mezzo, tra lo stimolo e la risposta. La percezione di un oggetto o di una situazione parte dagli organi di senso e attraverso le vie nervose arriva alla base del cervello (parte antica dell'encefalo) e in un piccolo centro chiamato talamo avviene lo smistamento verso le zone di competenza della corteccia. Ricordiamo che la corteccia è la parte più nuova del cervello umano ed ha una massa equivalente al 90% del totale. Se si tratta di uno stimolo visivo l'impulso arriva a una zona del polo occipitale. Se si tratta di uno stimolo acustico l'impulso arriva a zone dei lobi temporali. Se si tratta di uno stimolo gustativo l'impulso arriva a un' area della zona parietale. I lobi frontali hanno la funzione di elaborazione più propriamente razionale ed è quindi l'area in cui si fa la valutazione e la sintesi. Le zone dette prefrontali hanno un filo diretto di stretta comunicazione con il sistema limbico, che è quella parte del vetero-cervello specializzata per le emozioni e per tutti i suoi effetti. Ma eravamo rimasti al talamo (anch'esso facente parte del sistema limbico). Da lì gli impulsi partono per le varie destinazioni ma il talamo capisce molto poco di che si tratta (potrebbe essere l'inconscio di Freud, solo un po' più stupido). Chi davvero la sa lunga in fatto di emozioni è l'amigdala. Si tratta di un centro limbico bilaterale (uno per ogni emisfero) a forma di mandorla. Quando per qualche motivo è stata resecata l'individuo ha perso qualunque capacità di partecipazione emotiva ed è divenuto affettivamente estraneo a tutto. L'amigdala è indaffaratissima perché è in comunicazione continua con la corteccia poiché deve dare una "coloritura" emotiva su ogni cosa ed è in comunicazione con l'ipotalamo che è il centro effettore della quasi totalità delle risposte vegetative del corpo. Il contatto è stretto e continuo con un altro centro importante del sistema limbico: l'ippocampo. Si tratta della cabina di regia che regola la memoria di ogni singolo aspetto esperienziale. Dalla comunicazione tra l'amigdala e l'ippocampo viene fuori se ogni singolo elemento percepito è già "schedato" e qual è il suo impatto emotivo. Il nostro cane che ci viene incontro festante ha un impatto. Il vigile urbano che si aggira attorno alla nostra vettura parcheggiata ha un altro impatto.
C'è un iter più lungo (direi più burocratico) di analisi delle esperienze ed è quello del talamo-corteccia-amigdala riservato agli elementi a basso impatto emotivo. E c'è un iter per direttissima talamo-amigdala riservato a situazioni ad alto impatto emotivo. Ovviamente l'ippocampo è stato immediatamente coinvolto e se la "pericolosità" viene ritenuta cospicua non si va tanto per il sottile e si passa immediatamente alla reazione orchestrata da tutte le parti del cervello. I muscoli volontari muovono il corpo e i muscoli involontari muovono gli organi interni. Parallelamente l'ipotalamo dà il via alla risposta ormonale. Tante volte succede come nella shakespeariana "Molto rumore per nulla" e i lobi prefrontali, processando la situazione, convingono l'amigdala che non c'è bisogno di tanto allarme. Comunque l'amigdala fa il suo mestiere di sentinella e preferisce sbagliare per eccesso ma non per difetto. Tanto poi la corteccia facendo il suo molteplice lavoro riesce a dare (il più delle volte) il giusto valore alle cose. Così di fronte a una minaccia verbale analizziamo la personalità, il potere, il grado di attaccamento affettivo di chi l'ha proferita prima di dare corso all'allarme. Can che abbaia non morde, questo lo sanno tutti. Ma ovviamente tutti sanno anche che c'è cane e cane. Insomma c'è la possibilità che l'amigdala entri in azione prima della neocorteccia sebbene normalmente è la neocorteccia ad entrare in azione prima dell'amigdala. Ciò evita agli esseri umani di avere risposte d'allarme ad ogni elemento minaccioso. Quando la minaccia è reale attiviamo la paura, quando la minaccia è sotto controllo o è solo apparente ci facciamo una bella risata. Infatti il ridere è una risposta connessa all'estinzione della paura. Per essere davvero competenti sulle minacce vere e su quelle false bisogna che funzioni alla perfezione il meccanismo della memoria. L'amigdala non è in grado di fare una distinzione tra una vipera vera e una di gomma (di quelle che si comprano in cartoleria per carnevale). Per l'amigdala sarebbe in ogni caso allarme estremo. E' l'ippocampo il perfetto computer che richiama in un attimo tutti gli elementi della memoria che consentono una lettura esatta della situazione. L'ippocampo ti aiuta a stabilire dove hai visto precedentemente quella faccia, ma è l'amigdala che decide se ti è simpatica o meno.
Capita spesso per i meccanismi d'allarme del cervello quello che succede per l'allarme delle automobili: senti la sirena che ti strazia i timpani ma non c'è nessun ladro nei paraggi. Non c'è dubbio che l'amigdala può scatenare il putiferio prima che la corteccia si renda conto di cosa stia accadendo. Le associazioni che fa l'amigdala, dovendo necessariamente avere il carattere dell'urgenza, sono tuttaltro che precise ed accurate. Normalmente l'eccesso è ridimensionato dalla corteccia. Normalmente, ma capita pure che la corteccia finisca per essere asservita ai dettami dell'amigdala. In questi casi le conseguenze sono sempre pessime. Si tratti dell'ansia, dell'irascibilità, dell'invidia o della gelosia lo sfalsamento patologico è sempre notevole. Il ruolo dell'amigdala dovrebbe corrispondere a quello di un prezioso collaboratore, ma se malauguratamente riesce ad appropriarsi del ruolo di padrone di casa sono guai seri. Così succede quando la corteccia è "catturata" dall'amigdala per cui i pensieri sono tutti pensieri di paura, di angoscia, di rabbia, di fuga, di aggressività. Nell'emergenza reale deve avvenire così, limitatamente al tempo dell'emergenza. La necessità di rientrare presto è assoluta: l'organismo non può reggere l'emergenza troppo a lungo. I lobi prefrontali devono riprendere rapidamente e a pieno la loro funzione. Solo se i lobi prefrontali lavorano bene la nostra vita emotiva è appropriata e gratificante. Per l'amigdala una perdita non è dosata: un euro potrebbe equivalere a cento milioni di euro. Sono i lobi prefrontali a stabilire il tempo di "cattura" della corteccia dopo una multa per divieto di sosta o dopo la perdita di nostra madre. Ogni qualvolta la "pratica" è gestita dai lobi prefrontali il raptus, il gesto inconsulto non possono avvenire. Non possono avvenire gli accoltellamenti in zuffe estemporanee; non possono avvenire le stragi conseguenti al panico collettivo; non possono avvenire gli autolesionismi conseguenti a una parola detta di troppo.
Da ciò che ho detto risulta chiaro che le fonti della paura e degli altri stati emotivi possono essere esterne a noi (e allora le nostre capacità percettive ed elaborative sono essenziali), ed interne a noi (e allora ci dobbiamo interrogare sullo stato di equilibrio della nostra mente). Fare fronte validamente agli stati emotivi negativi è di certo l'apprendimento fondamentale nella nostra vita. La base di tale apprendimento è l'interazione con le figure di attaccamento e poi man mano che si impara a fidarsi di se stessi si comincia a prendere le misure realistiche all'ambiente e al mondo. Come individui dobbiamo far fronte alle nostre personali paure e a quelle della collettività. Solo qualche decennio fa il rischio delle grandi epidemie toglieva ancora tranquillità alla gente. Poi è arrivata la paura della bomba atomica, delle armi biologiche, del terrorismo. Oggi la paura dell'inferno non tortura praticamente più nessuno anche se la visione "terroristica" di alcune religioni è tuttaltro che archiviata. Nella mia non lunga vita ricordo almeno due "appuntamenti" con la fine del mondo pronosticata da qualche setta religiosa. Ciò ci rimanda con l'immaginazione a quello che successe nell'anno 1000 in cui tutti indistintamente credevano che ci sarebbe stata la fine del mondo, interpretendo in tal senso alcuni passi dell'Apocalisse di S.Giovanni. Queste cose ci fanno riflettere sulla madre di tutte le paure, ossia quella della morte. La consapevolezza che un giorno moriremo e che non possiamo adottare alcun accorgimento evitativo, crea uno stato di precarietà che alimenta tutte le altre paure. Il tentativo di scappatoia allargando gli orizzonti al di là dell'esistenza in questo mondo, ha prodotto le religioni e i relativi rituali (stesso meccanismo dei rituali ossessivi). E' stato il classico doppio messaggio: sedare l'ansia metabolizzando la morte, e accrescere l'ansia con concetti disfunzionali come il dualismo anima-corpo. La soluzione naturale a tutto questo è la conservazione di un pizzico di onnipotenza tipica del bambino. Ciò potrebbe favorire il tranquillo adagiarci nelle nostre potenzialità. Ma potrebbe portarci anche in zone rischiose come quelle in cui si trovano i cultori di sport estremi o coloro che in una maniera o nell'altra vivono pericolosamente la vita.
Dunque una volta che l'amigdala ha dato l'allarme che cosa succede? Abbiamo detto che la corteccia si attiva al massimo grado (non è certo questo il momento di sonnecchiare). Ma il resto del corpo in che modo viene interessato? L'amigdala mobilita l'ipotalamo che è davvero la stazione centrale da cui partono tutti i treni. C'è il treno del sistema nervoso autonomo che muove tutti i muscoli involontari, che sono quelli che assicurano la motilità degli organi interni (apparato digerente, sistema vascolare e cardiaco, cute ed annessi, apparati emuntori e quant'altro). Il sistema nervoso autonomo ha due pedali che agiscono in opposizione e anche di concerto: l'ortosimpatico e il parasimpatico. L'ortosimpatico (o più semplicemente il simpatico) è quello che orchestra principalmente la risposta emotiva del corpo: accelerazione del battito del cuore e del respiro, molto sangue convogliato ai muscoli, chiusura degli sfinteri. Il simpatico ha il rubinetto per l'emissione nel sangue di un particolare ormone: l'adrenalina, che potenzia fino a farla divenire parossistica la risposta emotiva. Viene secreto da due ghiandole poste sopra i reni, le surrenali. Le surrenali sono ghiandole molto importanti per la risposta emotiva perché oltre all'adrenalina prodotta dalle cellule midollari, secerne un altro ormone, il cortisolo, prodotto dalle cellule periferiche della ghiandola. Il cortisolo è il prodotto di un altro treno, questa volta esclusivamente endocrino, che partendo dall'ipotalamo, passa per l'ipofisi e giunge alle surrenali. Questo treno non parte subito come quello dell'adrenalina, ma quando il corpo comincia ad essere in difficoltà a causa della mobilitazione che rischia di essere molto lunga. Siamo in presenza dello stress: l'organismo deve far fronte a una lunga emergenza e dunque si deve organizzare tagliando tutto quello che di non essenziale vi può essere. Forse la riproduzione e conseguentemente la sessualità? E' assai probabile. L'osservazione clinica mi porta a dire che il desiderio sessuale spesso viene meno (anche del tutto) in una situazione di lungo stress. Se andiamo a vedere ci accorgiamo che il testosterone può essere sotto i limiti della norma, e agli occhi di qualche medico ciò potrebbe essere visto come la causa della mancanza del desiderio quando in realtà ne è in gran parte l'effetto. Il testosterone è il punto d'arrivo di un altro treno endocrino: ipotalamo-ipofisi-gonadi che nell'economia generale deve tener conto del tabellone delle partenze di tutti gli altri treni. E i treni endocrini sono molti, pensiamo per esempio agli ormoni tiroidei, all'ormone della crescita, alla prolattina, tutti con un ruolo sia nella risposta emotiva che in quella sessuale. Gli ormoni tirano in ballo i neurotrasmettitori, con i quali hanno più di una parentela. I neuromodulatori hanno anch'essi un grande ruolo nella determinazione del comportamento ivi compreso quello emotivo e quello sessuale. Il cervello dunque è al centro di tutto. Conoscere la mente vuol dire anche avvicinarsi alla comprensione del sistema integrato, di quel tutt'uno che siamo noi. Guai se ancor oggi siamo costretti a discettare dell'anima e non capiamo che questa antica nozione cominciamo a capirla davvero capendo i comportamenti e la chimica che li determina. Dire ossitocina potrebbe voler dire spalancare tante finestre di comprensione allo stesso modo di dire endorfine. Chissà perché ci intestardiamo ancora a pensare che la nozione di Dio sia estranea alla chimica del nostro cervello?

Domenico Iannetti

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