L’ATTACCO DI PANICO

Può capitare per la strada, in un ristorante, al cinema o anche a casa, mentre si legge un giornale seduti in poltrona. Il cuore comincia a battere all’impazzata, il corpo si ricopre di sudore, compaiono tremori alle mani che diventano fredde e, subito dopo, calde. La vista si annebbia, si avverte un nodo alla gola, si ha difficoltà a respirare e a reggersi in piedi; si barcolla, si teme di perdere l’equilibrio, di svenire. Più di ogni altra cosa, però, si ha paura di morire di lì a poco, oppure si ha la terribile sensazione di essere sul punto di impazzire, di fare qualcosa che non si farebbe mai, qualcosa di incontrollato e di incontrollabile. Per qualche secondo, può succedere di non riconoscere più l’ambiente nel quale ci si trova, o il proprio corpo e i propri pensieri.
E’ l’attacco di panico.
Il panico è un’esperienza terribile, che lascia stremati pure fisicamente. Il timore che possa ripetersi può determinare l’insorgere del cosiddetto “evitamento”: il soggetto, cioè, elimina dalla sua vita le situazioni che gli hanno provocato l’attacco, o che teme gliene possano provocare uno.
Ma da dove viene il panico?
La corrente di pensiero cognitivista vede nel panico un’esagerata reazione d’allarme dinanzi ad un potenziale pericolo. Le personalità fobiche sono caratterizzate da un rigido controllo sulle proprie emozioni e sulla realtà, e dalla paura del “nuovo”. La “neofobia” affonda le sue radici, in genere, in contesti familiari estremamente avvolgenti e iperprotettivi, nei quali, fin dall’infanzia, l’esplorazione del mondo e la conoscenza di realtà nuove sono ostacolate o, comunque, presentate al bambino come prove insidiose, fonte di possibile pericolo e quindi di incertezza.
Il fobico, quindi, oscilla inesorabilmente tra il desiderio di conoscere altre realtà e la paura che queste possano costituire una minaccia per la sua integrità fisica e psicologica. Quando il conflitto tra il bisogno di protezione e il naturale desiderio di conoscenze ed autonomia diviene insostenibile può generarsi un attacco di panico.
Questo rappresenta, in definitiva, un modo per segnalare un malessere psicologico che non si riesce ad esprimere con altri mezzi, ma anche una modalità (certamente dolorosa, ma evidentemente di una qualche utilità) per vivere quelle emozioni che il fobico, per sua natura, tende a controllare rigidamente.
Di fronte all’insorgenza di una sintomatologia che può essere più o meno ricondotta alla nozione di attacco di panico, il soggetto di sua iniziativa o consigliato dal medico, potrebbe intraprendere la strada dell’assunzione di farmaci scartando l’ipotesi della psicoterapia.
La verità è che l’approccio razionale al problema non può prescindere da una valutazione dei livelli d’ansia e di depressione e dunque, accanto al farmaco, è necessaria l’opera dello psicoterapeuta.

Giuliana Speroni

 

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