Il processo a Oscar Wilde

Oscar Wilde, genio della letteratura, si prefiggeva di fare della sua vita il suo vero capolavoro. Per un certo tempo è stato un capolavoro condurre, con fluidità, una doppia vita.
Wilde era sposato a un'incantevole irlandese di Dublino, viveva in una bella casa a Chelsea insieme ai suoi due bambini, Cyryl e Vyvian.
Accanto a questa felicità coniugale si dipanava, parallela, una vita in ombra popolata da figure di adolescenti e di giovani, con cui lo scrittore aveva incontri furtivi e complicità sospette.
Wilde si illuse di poter conservare segrete le sue amicizie particolari. Non aveva mai dichiarato la propria omosessualità, se non in filigrana nella sua opera letteraria, e in particolare nel "Ritratto di Dorian Gray".
Certo, l'omosessualità di Wilde è in gran parte una scelta estetica, che ingloba l'esperienza del pensiero greco, soprattutto socratico, e si incarna in quel decadentismo sensuale magicamente rappresentato in "Morte a Venezia" di Thomas Mann.
Per Oscar Wilde l'arte non può accettare divieti né rigidi confini tra i sessi e l'atto sessuale, per divenire creativo, deve trascendere il suo oggetto e infrangere le norme sociali.
Le pretese creative sulla propria vita cominciarono a annaspare quando Wilde scivolò sulla buccia di banana di un becero marchese che gli aveva dichiarato una guerra implacabile poiché il figlio era l'amico preferito del poeta e (questi lo chiamava nell'intimità "Bosie") rispondeva al nome di Lord Alfred Douglas.
Il padre di Alfred, John Sholto Douglas, marchese di Queensberry, era del tutto incapace di comprendere le stravaganze estetizzanti degli ambienti intellettuali di cui Oscar Wilde era il fulcro. Il marchese era un uomo piuttosto rozzo, molto appassionato di boxe e di cavalli.
John Sholto, non appena venuto a conoscenza della relazione tra suo figlio e Wilde, mise in atto una febbrile persecuzione che non si fermò di fronte a nulla, fino ai clamorosi processi. Mentre il marchese moltiplicava le sue iniziative aggressive e di minaccia nei confronti della coppia, Wilde prese tutto troppa alla leggera e fece l'errore di non denunciare subito il persecutore, possedendo numerose prove schiaccianti che certamente avrebbero prevenuto l'ondata montante dello scandalo. Lo scopo del diabolico "marchese scarlatto", come lo denominò Wilde, era appunto quello di far crescere il clamore pubblico di fronte a condotte così riprovevoli e scandalose per l'epoca.
Oscar non si rende conto che a un certo punto tutti i riflettori sono puntati su di lui e continua la solita vita, abbandonando ogni notte il tetto coniugale per effettuare le solite scorribande nei quartieri poco raccomandabili in compagnia del "suo" Bosie e di numerosi altri giovani "viveurs", alcuni dei quali dotati di poco commendevole nomea.
Lo scrittore è come narcotizzato dal proprio enorme successo letterario e non vede il precipizio che gli si sta aprendo sotto i piedi. Con pessima scelta di tempo, a un certo punto decide di querelare Queensberry, per un ennesimo atto persecutorio.
Il processo che ne seguì fu una catastrofe per Wilde: la difesa di John Sholto Douglas ebbe gioco facile nel produrre numerose testimonianze dei giovani amanti di Oscar. La conclusione dei giudici fu ovvia: assoluzione per il marchese, mandato di arresto nei confronti di Wilde per oltraggio al pudore con diverse persone di sesso maschile.
Il processo derivato da tali accuse fu un vero calvario per Oscar, che fu imputato assieme a un certo Alfred Taylor, giovane di eccellente famiglia che dopo aver dilapidato la sua eredità viveva praticamente prostituendosi.
Sicuramente, senza tale associazione, Wilde se la sarebbe cavata, se non altro per le numerose benemerenze acquisite. Invece la condanna fu pesante: due anni di reclusione ai lavori forzati.
Facendo del poeta la vittima espiatoria, la società vittoriana dava la stura ai peggiori istinti e alla propria eterna avversione verso ogni forma di arte e di bellezza.

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