QUALCHE PERVERSIONE PARTICOLARMENTE STRANA

Non verrebbe in mente a nessuno di noi di poter trarre godimento erotico dal contatto con un cadavere. Eppure la necrofilia è esistita ed esiste. Erotodo per primo ci riferisce che nell'antico Egitto si evitava di imbalsamare subito le defunte di bell'aspetto in quanto diversi fatti riprovevoli erano stati accertati. La carne è debole e l'imbalsamatore che aveva tra le mani un fresco cadavere di donna poteva cedere alla tentazione. Ovviamente l'ambiente dei becchini e degli operatori cimiteriali è stato sempre il più indiziato. Di professione venditore di pinoli ed aiuto-becchino era Victor Ardisson che nel 1901 fu colto con le mani in pasta nel villaggio di Muy in Provenza. Costui era solito intraprendere veri rapporti sentimentali con fanciulle recentemente inumate. Le chiamava "le mie fidanzate" e spesso se le portava a casa, intere o a pezzi. Quando fu ritrovata nel suo solaio la testa di "una sua fidanzata" si giustificò dicendo che la conservava "per ricordo". Ardisson faceva così con tutte le giovani defunte che gli capitavano a tiro, ma un quadro diverso abbiamo in quei casi di necrofilia "per fedeltà". Numerosi sono gli esempi di tal genere. Il tiranno Periandro convisse con la moglie Melissa ancora un anno dopo la dipartita di quest'ultima; Erode dopo aver ucciso Marianna se la tenne accanto ancora per sette anni; Carlomagno volle invecchiare con le spoglie accanto della sua amica tedesca; Giovanna di Castiglia (detta Giovanna la Pazza) viaggiò per tre anni in compagnia del cadavere di Filippo il Bello, facendolo costantemente sorvegliare da un corpo di guardia avendo l'ossessione che altre donne lo potessero avvicinare; la principessa di Belgioioso ospitò per lungo tempo nel suo armadio l'ex segretario Gaetano Stelzi opportunamente imbalsamato. Potremmo estendere questo capitolo agli infiniti esempi di quelli che, come il protagonista de "La camera verde" di Truffaut, del ricordo della persona amata fanno un culto totalizzante. Entreremmo nel vasto campo delle fissazioni che, come in tanti casi di perversioni estreme, è in condominio con la malattia mentale. Qualche volta, nell'esplosione di certe parafilie, si nota lo stesso andamento stagionale che caratterizza la sindrome depressivo-maniacale. I casi di necrofilia che sono stati censiti hanno tutti come base la solitudine dei soggetti rispetto alla frequenza dell'altro sesso. Come in tutte le parafilie spesso il perverso rivendica la legittimità dei suoi atti. In un processo a Parigi nel 1886 un fabbro accusato di necrofilia non cercò scuse davanti alla corte ed esclamò: "Cosa vuole, signor giudice! Tutti i gusti sono gusti. Io ho quello dei cadaveri". Alcune volte il contatto con i cadaveri è caratterizzato da violenza e sadismo e perciò si parla di "necrosadismo". In questi casi i rapporti sessuali perversi hanno un crescendo che culmina nello scempio e nella distruzione del cadavere. Nel caso celebre del sergente Bertrand il necrosadismo costituiva la parte preponderante del rapporto e mancava del tutto l'amplesso. Anche in questo caso il reo fu esplicito in tribunale (Parigi, 1849): "Non mi sarei esposto al rischio che comporta la violenza sui cadaveri, se non avessi poi potuto distruggerli".

Le cronache riportano con puntuale frequenza casi di assassini che comportano da parte dell'autore un godimento sessuale. Il coltello è un simbolo fallico ed a volte è un sostituto di organo. L'assassino sadico è tipicamente di sesso maschile. Anche le donne possono godere sessualmente di un assassinio, ma esse preferiscono mezzi più indiretti come il veleno e il culmine del godimento ce l'hanno nella preparazione del delitto. Quando nel delitto sadico la vittima è classicamente una donna, le ferite inferte prediligono le parti genitali. Spesso si ha la chirurgica asportazione di membra o organi da conservare con feticistico spirito collezionistico. Non entriamo nella psicopatologia di questi soggetti e facciamo un riferimento alla psicopatologia latente di quelli che si appassionano attraverso i mezzi di comunicazione di massa, alle trame di tali delitti. Già Freud metteva in rilievo che a causa della nostra condizione di infelici civilizzati dagli istinti repressi, ci identifichiamo per un momento con l'assassino per poi invocare a gran voce il castigo e così liquidare il nostro sentimento di colpa. Jack lo Squartatore è senza dubbio il più celebre assassino a sfondo sessuale. Egli è il classico uccisore di donne con la modalità del coltello fallico piantato nel ventre della vittima. Jack nel quartiere londinese di Whitechapel compì in un anno (1888-89) almeno undici assassini di prostitute rimasti tutti impuniti; in tal modo dietro il nome di Jack lo Squartatore rimane solo un gigantesco punto interrogativo. Alcune caratteristiche fisiche, sulla base di testimonianze, gli sono state attribuite. Era alto, prestante ed elegante e portava baffi neri, un fazzoletto nero intorno al collo, un cappotto nero con un colletto d'astracan. Non poteva che appartenere a una classe sociale elevata. Gli sono stati intravisti accessori d'oro. Spesso recava in mano una valigetta nera da chirurgo. Poteva essere effettivamente un medico visto il gusto particolare che aveva per i pezzi anatomici: mutilava le vittime con un bisturi a scalpello e non tralasciava mai di portar via i pezzi destinati ad arricchire la sua certamente cospicua collezione. In uno dei suoi ultimi delitti lo Squartatore si concesse dei tocchi di fantasia insoliti per lui: aprì il sorriso della vittima da un orecchio all'altro. Poi portò via le orecchie e il naso precisamente recisi. Sezionò i due seni con abilità da chirurgo, squartò il ventre in profondità e lo vuotò di tutti gli organi, asportò reni ed ovaie e con gli intestini acconciò bizzarri ghirigori sullo scendiletto. Il medico legale al cospetto all'incredibile scena ebbe a dire: "Siamo di fronte al massacro di un anatomista impazzito". La polizia londinese fu a lungo mobilitata nel tentativo di individuare il serial killer. Jack lo Squartatore la sfidava con lettere nelle quali annunciava le date e i luoghi dei futuri delitti. Compiuto l'assassinio non mancava mai di spedire a Scotland Yard una lettera scritta col sangue delle uccise. Arrivò a mandare al capo della polizia pacchetti con reperti anatomici diligentemente recisi dal corpo delle donne. Il tono delle sfide epistolari è troculento e si dilunga compiaciuto sui particolari durante e post scempio. Anche la stampa riceveva simili missive e il tutto serviva a tenere a livelli elevati l'orrore. Oltre alla polizia si erano mobilitati alla caccia dello Squartatore anche i bassifondi e la malavita generica. Soprattutto la categoria dei magnaccia, duramente colpiti sul lato economico, fece di tutto per far cadere in trappola il killer, che indubbiamente dotato di grande intelligenza mandò a vuoto tutte le iniziative. Jack continuò nella sua allucinante serie di omicidi. Mille le piste derivate da segnalazioni, mille i mitomani. Una prostituta che aveva visto in faccia lo Squartatore fu impiegata per settimane nel rito di riconoscimento di giovani e prestanti uomini. Alla fine le sue parole, tra il tragico e il comico, descrivevano bene la situazione: "Non ne ho riconosciuto nessuno, ma mi piacerebbe conoscerne molti". Tra tutte le ipotesi sul movente di tanta ferocia sulle prostituite quella che più personalmente mi convince è che quell'odio è armato dall'impotenza dell'erezione per cui verosimilmente l'assassino incapace di far funzionare il pene, fa funzionare alla perfezione il sostituto del pene, il coltello. Poco credibili mi paiono le ipotesi che favoleggiano di un padre che vendicava così la morte del figlio per sifilide. Venti anni dopo la cessazione dei delitti, la direzione di un teatro di Londra che aveva messo in scena una ricostruzione delle imprese di "Jack the Ripper" ricevette una lettera di minaccia che gli esperti confermarono essere stata scritta con la calligrafia dello Squartatore. Unica differenza un leggero tremolio: i segni della vecchiaia.

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