L'harem

  La vita effettiva che si svolgeva all'interno degli "harem" è stata a lungo poco conosciuta. Si tratta di una vita con tante variabili e dunque assai complessa, che ha il primo importante riferimento nella corte reale della Cina, che già aveva mille anni di storia quando i primi harem fecero la comparsa nel mondo arabo, nel medioevo.
In Cina il re aveva tradizionalmente una regina, tre consorti, nove mogli di secondo rango, ventisette mogli di terzo rango e ottantuno concubine. Già questi numeri ci fanno capire la complessità della gestione, tanto che si rendeva indispensabile l'impiego di alcune donne come "segretarie del sesso", che dovevano assicurarsi che il re si unisse con la compagna giusta il giorno prestabilito.
Vi era un rigido calendario programmatico che con le giuste frequenze prevedeva l'incontro con le concubine di rango inferiore per salire via via fino alla regina, che nella logica del sistema doveva godere di tutta l'essenza vitale accumulata dal re con i rapporti precedenti.
Le segretarie del sesso tenevano dei diari in cui scrivevano meticolosamente il giorno e l'ora di ciascun rapporto. Ad ogni concubina veniva dato un anello d'argento che prima del rapporto essa portava nella mano destra e dopo il rapporto spostava nella mano sinistra. Quando una fanciulla restava incinta le veniva dato un anello d'oro.
Nell'epoca Jang (618-907 d.C.) il serraglio cinese contava centinaia di donne e le segretarie dovevano possedere un particolare talento per registrare i complessi bilanci relativi non solo ai rapporti, ma anche ai periodi mestruali e ai segni di gravidanza. Per evitare che vi fossero scambi e sostituzioni tra ragazze, si apponeva un timbro indelebile alla donna che aveva dormito con l'imperatore.
I contatti che il mondo arabo ebbe, a differenza del mondo occidentale, con gli imperatori cinesi e con i maharaja dell'India fornirono l'ispirazione per la vita privata dei califfi di Bagdad, di cui si hanno ampie testimonianze ne "Le mille e una notte".
Il mito dell'harem raggiunse il suo culmine con la piena affermazione dei turchi ottomani, che nel 1453 annientarono definitivamente gli ultimi difensori dell'impero di Bisanzio. Solo con la conquista di Costantinopoli gli ottomani, all'inizio una popolazione nomade apparentata ai mongoli, cominciarono a apprezzare le gioie dell'harem nelle sue criptiche dinamiche.
Per secoli l'harem del Gran Turco e dei califfi di Bagdad ha costituito il fulcro delle fantasie erotiche nello scenario di un luogo misterioso in cui nessuno sapeva con sufficiente approssimazione cosa vi si svolgesse.
Solo con la fine dell'harem si è fatta luce sulle complesse dinamiche che si svolgevano in quel luogo misterioso. Era popolato dalle trecento alle milleduecento concubine con annessi e connessi: ancelle, guardie, guardarobiere, inservienti al bagno, addetti ai gioielli e ai magazzini, lettori del Corano, addetti al servizio di tavola ecc.
La maggior parte delle ragazze era stata comprata ai mercati degli schiavi del Mediterraneo e del mar Nero, o fornite direttamente da "cacciatori" di ragazze che evidentemente puntavano su quelle più avvenenti.
La nuova venuta era sottoposta a un periodo di apprendistato in cui imparava abilità nel ricamo, nella musica, nella preparazione del caffé o nella contabilità. Solo dopo si apriva per la ragazza la possibilità di carriera e qualora non avesse attirato mai lo sguardo del sultano restava ricamatrice, contabile o addetta al caffé.
Quando la ragazza attirava l'interesse del sultano, otteneva di conseguenza stanze e ancelle private. Al momento della chiamata essa veniva condotta ai bagni dell'harem per essere lavata, massaggiata, profumata e completamente depilata. Poi veniva abbigliata e ingioiellata e condotta nella camera del sultano. Quella fatidica notte poteva porre le fondamenta di una grande carriera, fino ad attingere i vertici del potere, ossia la posizione di regina madre.
Una moglie o una concubina rischiava sempre di poter perdere il favore del signore ed essere ripudiata. Solo il ruolo di madre del sultano poneva qualsivoglia donna fuori da tale rischio. Solo la madre del sultano deteneva il potere reale nella complessa istituzione dell'harem. La posizione di madre del sultano era molto difficile da raggiungere, poiché implicava la morte del sultano padre di suo figlio, erede al trono.
Il grande problema delle corti mussulmane era che con l'harem non poteva esistere il diritto di primogenitura, tipico del mondo europeo e bizantino. Per i figli del Sultano c'erano solo due alternative: o la successione o la morte.
Nel XV secolo Maometto II introdusse la Legge del Fratricidio, che obbligava il figlio che saliva al trono a giustiziare tutti i fratelli, se non l'aveva già fatto durante le lotte per la successione.
Tale legge crudele rispondeva alla logica di evitare future sedizioni, essendo il rischio molto grande in considerazione anche dell'elevato numero di fratelli.
Dopo qualche decennio la legge del fratricidio fu sostituita da un'altra, solo in apparenza meno disumana. Tutti i pretendenti al trono venivano fin da piccoli letteralmente rinchiusi all'interno di un edificio conosciuto come "la Gabbia".
Per fare solo qualche esempio il sultano Ibrahim restò rinchiuso nella Gabbia dall'età di due anni fino a ventiquattro anni, quando salì al trono; Solimano II vi restò rinchiuso per 39 anni e Osman III per ben 50 anni.
Per limitare il numero delle nascite nell'harem, si adottavano diversi sistemi contraccettivi di cui l'asportazione delle ovaie era il più radicale. Normalmente i medici del serraglio fornivano alle donne pessari ad azione contraccettiva, che venivano lasciati in posizione per giorni o addirittura per settimane. Quando si verificava qualche "errore", come per esempio un bambino nato nella Gabbia, non si esitava a ricorrere alla soppressione tramite annegamento.
La carriera che un figlio del sultano poteva avere dipendeva in gran parte dalle abilità "politiche" delle loro madri. In tal senso si ricorda il grande spessore di personalità di Rosselana, che riuscì a farsi sposare da Solimano il Magnifico.
Rosselana era di origine russa e possedeva un grande acume politico ed esercitò dunque un'enorme influenza su Solimano e ovviamente sulle intricate macchinazioni contro l'imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo V di Spagna.
Le ragazze dell'harem ricevevano un'istruzione teorica su vari argomenti, ma in quanto a congrue esperienze sessuali spesso c'era a desiderare per il fatto ovvio che solo il sultano poteva avere commercio copulatorio con esse.
I sultani generalmente non erano degli stacanovisti del dovere coniugale. Frequentemente essi non si congiungevano mai una seconda volta con la stessa fanciulla ed avevano la fregola di esperienze sempre nuove con vergini.
C'erano dei sultani, fatta salva la parentesi delle ragioni dinastiche, che prediligevano i ragazzi o avevano esigenze davvero particolari, come l'odiato Ibrahim che si deliziava con orge ignobili.
Questo Ibrahim davvero ne ha fatte di tutti i colori. Fece gettare nel Bosforo tutte le sue duecentoottanta concubine, chiuse in sacchi zavorrati con pietre. Assumeva dosi elevate di afrodisiaci e spesso ricorreva a un gioco prediletto: mentre le ragazze fingevano di essere delle giumente egli sosteneva il ruolo dello stallone e le "copriva" da tergo una dopo l'altra.
La pratica e la tradizione avevano codificato le modalità con cui la concubina doveva entrare nel letto del sovrano. Al pari della prassi in auge nel serraglio imperiale cinese, la ragazza doveva raggiungere il sovrano già sotto le lenzuola, infilandosi dai piedi del letto per poi risalire verso il capezzale.
I "Manuali della Camera di Giada", i "Kamasutra", gli "Ananga ranga" avevano ispirato analoghi manuali del mondo arabo. L'autore de "Il giardino profumato per il riposo dell'anima" così descrive un improbabile posizione coitale: "La donna sta distesa sulla schiena, l'uomo le si siede sul petto con la schiena rivolta verso la sua faccia, le ginocchia piegate e le unghie dei piedi puntate al suolo; l'uomo poi solleva i fianchi di lei, inarcandone il dorso fino a che non abbia portato la vulva vicino al membro che poi introduce, raggiungendo così lo scopo".

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