La bellezza femminile

I canoni di bellezza femminile sono sempre mutati nella storia. Oggi l'abbronzatura fa molto "chic", ma nel Cinquecento il colore bianco e chiaro della pelle era basilare nel concetto di bello applicato a una donna. Tanti poeti hanno cantato la carnagione lattea della donna dei loro sogni.
A quell'epoca l'abbronzatura della pelle non veniva associata, come facciamo noi, agli sport e all'aria aperta e dunque alla buona salute; bensì al duro lavoro nei campi e dunque a una condizione sociale subalterna.
Oggi una donna abbronzata denuncia la propria appartenenza all'élite sociale e la non necessità di lavorare al chiuso di un laboratorio. Nel Cinquecento le stesse condizioni venivano significate dalla pelle bianca, preservata dal sole. La femminilità per eccellenza era costantemente espressa dal candore della pelle, come è testimoniato da numerosi dipinti.
Per gli uomini del ceto superiore non era la stessa cosa, avendo essi prevalentemente una vita all'aperto negli impegni della caccia e delle armi in battaglia. Così l'attrazione sessuale nei sessi marcava il divario del dimorfismo: il fascino di un uomo risiedeva nell'essere un po' abbronzato, quello di una donna nel completo biancore della pelle.
Oggi associamo il biancore cutaneo con il malaticcio, ma prima del Romanticismo la pelle diafana sembrava lasciare maggiormente trasparire un sano rossore, che esprimeva una circolazione sanguigna ottimale.
Nel Cinquecento la bella carnagione doveva essere bianca e vermiglia insieme, di un colore che ricordava la rosa. Soprattutto il viso doveva esprimere nel contempo il giglio e la rosa, con le labbra color del corallo e le gote bene in carne di vivo vermiglio.
Il senso estetico del Cinquecento si giocava tutto nei contrasti: il bianco che metteva in risalto la delicatezza della carnagione, e parallelamente il rossore segno di verecondia e di buona salute.
Allo stesso modo, per far risaltare il contrasto con il bianco, si prescriveva il nero degli occhi, delle sopracciglia e del pelo del pube. Solo i capelli oltre che neri, potevano essere biondi come l'oro, sempre ad esaltare il fascino della fragilità femminile.
Sebbene parametri fondamentali come la regolarità dei tratti e la proporzione tra le varie parti del corpo, siano rimasti immutati nel tempo, il gusto estetico oggi è molto cambiato rispetto al Cinquecento. Allora vi era una grande sottolineatura dell'essenzialità del viso, come "specchio dell'anima" e fonte unica del potere di "innamorare".
I canoni cinquecenteschi erano più rigidi rispetto alla pluralità di
oggi. Per esempio oggi siamo generalmente estimatori del rosso (capelli e pube) mentre allora si riteneva che tale colore fosse la spia di viziosità ed irregolarità. Oggi, a differenza di allora, non ci attrae la fronte larga ed alta, tanto che si procedeva all'epilazione dei capelli, come si vede in tante opere figurative fimminghe, italiane e francesi del XV e XVI secolo. In fatto di sopracciglia molte donne continuano a depilarsele anche oggi, ma esse sono più "libere" rispetto ai canoni di allora che prescrivevano sopracciglia ben regolari, sottili e molto separate.
Riguardo alle ciglia oggi si è sviluppata una cura e un'attenzione (con applicazione di ciglia artificiali) che nel Cinquecento non esisteva, tanto che i pittori non si preoccupavano neppure di dipingerle.
Riguardo alle labbra, oggi le preferiamo carnose (anche con qualche pericolosa ossessione), mentre allora le si preferiva sottili e schiacciate.
Circa le guance, i gusti sono di molto mutati: le grosse guance paffute non solo non le prediligiamo, ma ci fanno piuttosto ridere. Anche gli zigomi sporgenti che loro ritenevano decisamente brutti, a noi non dispiacciono affatto, basti pensare al fascino di qualche attrice che ne è felicemente dotata.
Anche per il naso  i canoni divergono notevolmente. Certo conta l'armonia complessiva del viso, ma pochi di noi trovano attraente il naso aquilino (ossia a becco d'aquila) come avveniva allora. Ciò, sia detto tra parentesi, costituisce un cespite considerevole per le entrate di qualsivoglia chirurgo plastico.
A proposito del mento si concretizza la più massiva divaricazione tra i gusti nostri e quelli delle persone del Cinquecento. Allora il mento fascinoso doveva essere rotondo, con la fossetta in mezzo, che degradava in un doppio mento pronunciato e carnoso.
Per ciò che riguarda il resto del corpo potremmo dire che allora, rispetto ad oggi, si ritenevano meno importanti le parti nascoste dai vestiti che erano notevolmente più estesi e coprenti di quanto lo siano adesso. In un certo senso i nostri antecedenti ponevano l'accento sulle parti "visibili" del corpo. Anche per l'arte, solo in pochi casi, si aveva l'alibi per mostrare il corpo nudo o poco vestito, destando in questi casi, come è ovvio, emozioni più forti delle nostre in analoga situazione.
I seni piccoli e sodi sono sempre piaciuti, al pari della vita stretta e delle gambe affusolate. Però, nel Cinquecento, iniziò la tendenza ad appezzare le forme carnose ed opulente. Poeti e pittori esaltavano i canoni "generosi" della bellezza femminile.
Fu dunque soprattutto il Rinascimento italiano che esaltò le rotondità della donna. Tiziano, Tintoretto e altri pittori veneziani dipinsero bellezze opulente. Mentre i pittori francesi e spagnoli preferivano la donna più magra, come ha messo in rilievo anche Montaigne.
Certamente il criterio "florida è bella" non voleva affatto dire "grassa è bella". Il troppo stroppia, anche per il Cinquecento, ma non si puntava (come oggi) l'indice accusatore contro la grassezza. Quel che è certo è che nessuno allora riteneva bella una donna magra. Il magro era l'antitesi dell'attrazione erotica, come scriveva Sigogne, un poeta satirico: "Piccola spilungona sfinita, / scheletro di pelle ed ossa, / procura di diventare grassa / oppure fa' tregua d'Amore."
Il concetto estetico del Cinquecento non era, come oggi, soprattutto visivo, bensì essenzialmente tattile. Una donna magra risultava spigolosa e poco accogliente, come una sedia fatta di assi di legno. Con la stessa ottica tattile si apprezzava il "sodo" dei seni, dei capezzoli, del ventre e delle natiche. Ma altre parti del corpo era preferibile che fossero morbide ed accoglienti: le mani, le ginocchia, le cosce.
L'opposizione sodo-morbido, allora come adesso, si giocava sul significato che ciascuna caratteristica potesse inferire circa la buona salute e la capacità di assolvere dei ruoli. E' in quest'ottica che va vista anche la diversa accentuazione estetica del maschio e della femmina.
In questo senso l'accoppiamento del concetto di dolcezza a quello di debolezza, per la donna, è l'analogo dell'accoppiamento decisione-forza applicato all'uomo.
Se entriamo più intimamente nei meccanismi dell'erotismo, scopriamo una sorprendente analogia tra desiderio del cibo e desiderio sessuale. Il poeta Ronsard così descrive la sua donna: "I capezzoli sono come due monti di latte ben cagliato e bianco su un giungo... come dei fiotti gemelli di latte ben rappresi... invano mi sono pasciuto del suo bel seno del quale l'appetito mi corrode... O sorrisi di zucchero, o baci gustosi... O fuochi gemelli da cui il cielo mi fece bere con così grandi sorsi il veleno dell'amore!"
La donna del Cinquecento non poteva osare di ricambiare tali metafore alimentari nei confronti dell'amato. Solo a seguito di un lungo percorso storico la donna dei nostri giorni osa farlo.
Nelle metafore alimentari dell'amore, le conoscenze medico-scientifiche hanno progressivamente reso meno buoni e salutari il grasso e lo zucchero. I fantasmi dell'aterosclerosi e del diabete hanno sovvertito le antiche visioni e ci hanno portato a proclamare: magro è bello!
Ad ogni modo una cosa è certa: le crisi economiche, le carestie e le conseguenti penurie di cibo hanno sempre molto influito sui criteri estetici e sulla genesi delle mode.

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