UNO SGUARDO ALLA CENSURA

Per censura si intende l'obbligo da parte del potere costituito di un esame preventivo di libri, giornali, film e programmi televisivi per avere il diritto di essere fruiti dal pubblico. Tutti gli Enti detentori del potere hanno esercitato ed esercitano la censura: pubbliche autorità, chiese, partiti, associazioni cercano in tal modo di tenere sotto controllo il dissenso e le idee a loro non congeniali. Quindi dire censura significa anche dire repressione. Il termine ha origine nell'antica Roma in quanto il census (censimento) era un controllo sui movimenti dei cittadini. Successivamente ha assunto il significato di controllo sugli scritti, principalmente.
La censura è sempre esistita. Nell'antica Cina, un imperatore nel 213 a. C. ordinò la distruzione delle opere di Confucio: così andò perduta nelle fiamme quasi tutta l'antica letteratura dell'Impero di Mezzo. Ovidio fu bandito da Roma da parte di Augusto per aver scritto l'"Ars amatoria"; ma i più antichi furono dei dilettanti rispetto a quello che fu capace di organizzare l'Occidente cristiano in materia di censura. Punto centrale fu l'istituzione da parte della Chiesa dell'Index Librorum Prohibitorum, gestito da un organismo composto da cardinali assistiti da consultori. Le opere "messe all'indice" erano davvero tabù e il procurarsele di straforo esponeva a rischi molto maggiori di un semplice biasimo. In molti Paesi, come la Francia, l'opera censoria, nata dall'iniziativa ecclesiastica, fu esercitata da re e da funzionari nominati allo scopo. La Rivoluzione francese soppresse la censura degli scritti, che fu poi reintrodotta a vari titoli. A mano a mano che veniamo verso i tempi nostri le censure, soprattutto sui giornali, furono abolite, tranne che in occasioni particolari come la guerra. La censura concernente i problemi morali ha avuto un diverso andamento. Per limitarci alla Francia, una legge del 1819 ha istituito il delitto di "oltraggio al buon costume", di cui furono vittime opere di Ronsard, La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Barbey d'Aurevilly e molti altri. La censura ha proibito "Madame Bovary" di Flaubert e colpito "Les fleurs du mal" di Baudelaire. Solo nel secondo dopoguerra le cose hanno cominciato a cambiare e la Corte di Cassazione ha potuto annullare sentenze censorie emanate anche più di un secolo prima. Fin quasi ai nostri giorni è restata la possibilità per qualunque ente di far sequestrare un'opera dell'ingegno (libri, film) denunciandola alla magistratura come "contraria al buon costume". Ne sono seguiti molti processi. Memorabile quello intentato nel 1954 alle edizioni Jean-Jacques Pauvert per la pubblicazione di quattro opere di Sade, ossia "La philosophie dans le boudoir", "La nouvelle Justine",
"Juliette", "Les 120 journées de Sodome". Il processo si concluse con un ordine di distruzione dell'intera tiratura da parte della Camera correzionale di Parigi. Solo in appello la sentenza fu parzialmente emendata. Nel 1949 fu promulgata in Francia una legge, a tutela della gioventù, che attribuiva all'amministrazione delle poste la facoltà di rifiutarsi di distribuire opere o riviste giudicate oscene. La stessa cosa era da tempo funzionante negli Stati Uniti. Vari paesi europei avevano leggi che consentivano di proibire l'ingresso nel territorio nazionale a pubblicazioni oscene di provenienza estera. Migliaia di persone, grazie a queste leggi, sono state iscritte in liste di epurazione o condannate alla perdita del diritto d'esprimere il proprio pensiero. La cosa più assurda di tali leggi era che qualunque pinco pallino era in grado di bloccare un'opera letteraria, scientifica, politica o di altro genere, bollandola come oscena. Tutte le disposizioni di legge che davano grandi poteri censori ai più peregrini organismi e associazioni, furono abolite nel 1961 su iniziativa della Convenzione dei diritti dell'uomo istituita in seno al Consiglio Europeo di Strasburgo.
In Inghilterra fu Enrico VIII a stabilire per primo un controllo sui libri. Ai tribunali ordinari spetta la decisione sul carattere delittuoso degli scritti in base alle categorie di diffamatori, sediziosi, blasfemi e osceni. Nel 1857 fu emanato un "Obscene Publications Act" che cercava di definire che cosa si intende per oscenità, compito di difficile esito su cui si sono esercitati in molti. Anche in Inghilterra la dogana e le poste furono autorizzate a bloccare l'ingresso nel Paese di pubblicazioni giudicate contrarie alla legge. Molte egregie opere di carattere scientifico incapparono in tali maglie censorie. Ricordiamo "Studies in the Psychology of Sex" di Havelock Ellis, "The Encyclopedy of Sexual Knowledge" di Norman Haire, "The Sexual Impulse" di Edward Charle. Molte opere letterarie furono colpite da misure censorie, tra cui: "L'amante di Lady Chatterley" di D.H. Laurence, l'"Ulisse" di Joyce, la traduzione del "Satiricon" di Petronio, le "Opere complete" di Jean Genet, "Tropico del Cancro" di Henry Miller, "Malloy" di Samuel Beckett, "Lolita" di Vladimir Nabokov, "L'érotisme au cinéma" e "A History of Eroticism" di J.-M. Lo Duca.
I paesi anglofoni seguono l'andamento dell'Inghilterra con qualche spiccata sottolineatura cattolica in Irlanda, soprattutto nei confronti di opere ravvisabili come anticoncezionali.
Gli Stati Uniti si considerano gli eredi del diritto britannico e possiedono il famoso (o meglio, famigerato) Comstock Act, elaborato nel 1873 da tale personaggio, che fu messo a capo di una "società newyorkese per la soppressione del vizio". Nelle maglie di questo congegno si impigliarono, per vari motivi, Walt Whitman, Sinclair Lewis, Upton Sinclair, Bertrand Russell ed Ernest Hemingway. Nel 1929 neppure Voltaire con il suo "Candido" riuscì a sfuggire alla tagliola. La lista delle assurdità fu lunga prima di rendersi conto che si rischiava di strozzare del tutto il diritto alla libera espressione. Così la Corte suprema degli Stati Uniti ha cominciato via via a interpretare nelle proprie sentenze una visione meno restrittiva delle leggi censorie. Fu così che nel 1957 l'Istitute for Sex Research di Kinsey vinse la battaglia che lo opponeva da sette anni alla dogana statunitense e "L'amante di Lady Chatterley" riuscì a farsi riconoscere come opera d'arte e non come libro osceno.
Vita più difficile circa la censura ebbero le riviste specializzate in fotografie di nudi, che sono incorse nel marchio d'oscenità un po' dovunque; una storia del calvario della pornografia che spero di raccontare in un capitolo di questi scritti.

Dal dopoguerra fino a pochi anni fa il campo in cui l'arbitrarietà delle censure si è sbizzarrito di più è quello del cinema. In tutti i Paesi, in varia misura e con varia intensità, la censura si è organizzata per mettere delle griglie torturanti intorno alla decima musa. In generale i Paesi si possono dividere in quelli in cui i governi esercitano direttamente il controllo censorio e quelli che delegano questa funzione a una commissione apposita; ma la mano del censore può essere molto pesante in ogni caso.
Gli Stati Uniti che hanno in Hollywood la mecca del cinema, hanno elaborato una sorta di "codice morale" applicato ai film, che si sostanzia di alcune regole. E' vietato mettere in ridicolo il matrimonio e la famiglia, di presentare come cosa normale l'adulterio e i rapporti sessuali illegittimi; bisogna evitare i baci a labbra aperte, gli amplessi brutali, le pose ambigue, l'allacciamento reciproco delle gambe, la rappresentazione delle perversioni sessuali, le allusioni alle malattie veneree e all'igiene sessuale, le danze che mimano l'attività erotica, la nudità totale o anche la sua ombra, l'esibizione della parte interna della coscia e della parte inferiore del ventre, due persone di sesso diverso nello stesso letto (anche se sposate), un parto, la parola "aborto".
In Francia sebbene la censura teatrale fosse stata abolita fin dal 1906 il controllo restrittivo sul cinema non è stato da meno che in altri paesi considerati più autoritari. L'autorità di controllo poteva abolire totalmente la proiezione di un film sia in patria che all'estero, oltreché proibirne la visione ai minori di determinate età. Altro tasto doloroso sono stati i tagli che a volte erano davvero dolorosi in quanto menomavano capolavori di grandi registi. Sempre in Francia nel 1953 su centootto lungometraggi di produzione francese, sei furono vietati ai minori di sedici anni, undici autorizzati a condizione di subire tagli di alcune scene, due vietati all'esportazione in alcuni Paesi; su centocinquantasei lungometraggi stranieri, sette furono bocciati del tutto, tredici furono vietati ai minori di sedici anni e sette autorizzati previo alcuni tagli.

In Italia il meccanismo della censura si è basato su una legge del 1913 che naturalmente fu esasperata e applicata ad uso e consumo del regime, durante il ventennio fascista. Con la repubblica, sebbene l'articolo 21 della Costituzione garantisse "libertà di stampa e tutte le forme di espressione", non cambiò molto rispetto ai decenni precedenti. Su pressione del mondo cattolico più che la Costituzione si applicò sempre e comunque il divieto di fare spettacoli o qualunque altra manifestazione contraria al buon costume. E' evidente come nella nozione di "buon costume" si nascondesse sempre una visione moralistica e spesso bigotta. Nel 1949, su iniziativa del sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti si emanarono norme bavaglio che con la scusa di promuovere la crescita del cinema italiano (rispetto all'invasione dei film prodotti a Hollywood) si introdusse una vera e propria censura preventiva per le pellicole prodotte in Italia. Così, anche il neo-realismo ne fu in parte ostacolato. Dal 1962 tutti i prodotti del cinema furono sottoposti istericamente al vaglio di commissioni di censura che avevano perfino il potere di bloccare il progetto di un'opera. Solo nel 2007 la censura preventiva fu cancellata.
Sotto il fascismo ovviamente nulla poteva essere prodotto senza l'assenso preventivo del regime, ma anche molti film di qualità di produzione straniera furono proibiti e non furono visti dagli italiani dell'epoca. Tra i film bocciati ricordiamo: "Addio alle armi" di Frank Borzage del 1932, che uscì nel 1956; "Il club dei trentanove" di Alfred Hitchcock del 1935; "Il grande dittatore" di Charlie Chaplin del 1940 che uscì nel 1949 con 4 minuti di tagli (si disse per il fatto che Donna Rachele era ancora in vita); "Ossessione" di Luchino Visconti del 1943 uscito nel 1945 grazie a una copia salvata dal rogo dallo stesso Visconti; "Piccolo Cesare" di Mervyn LeRoy del 1930 uscito del 1963; "Scarface - Lo sfregiato" di Howard Hawks del 1932 uscito nel dopoguerra vietato ai minori di 16 anni; "Strada sbarrata" di William Wyler del 1937 uscito nel 1948; e la serie potrebbe eseere lunga. Tutta la produzione cinematografica dell'Unione Sovietica, ivi compresi i grandi capolavori, fu vietata in blocco dal fascismo per le sale italiane.

Esplosa la democrazia repubblicana la censura, come accennavo, non andò certo in pensione. Innumerevoli furono i film bloccati del tutto, storpiati con i tagli o vietati ai minori. Ricordiamo qualche caso clamoroso. "Arancia meccanica" di Stanley Kubrick del 1971 fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1972; all'uscita nelle sale fu vietato ai minori di 18 anni, solo nel 1998 ridotto a 14 anni; il film non fu praticamente mai dato in televisione fino al 2007.
"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci del 1972 fu letteralmente martirizzato dalla censura; dopo una settimana dall'uscita fu sequestrato per "esasperato pansessualismo fine a se stesso"; lungo calvario giudiziario: assolto nel 1973, condannato in appello, nel 1976 la Cassazione con sentenza definitiva ne ordinava la distruzione; come qualche volta è capitato per fortuna furono salvate alcune copie depositate presso la Cineteca Nazionale come corpo del reato; Bertolucci fu condannato in via definitiva per offesa al comune senso del pudore e fu privato dei diritti politici per la durata di cinque anni ed ebbe inoltre quattro mesi di detenzione (sospesa); nel 1982 "Ultimo tango a Parigi" fu proiettato a Roma nell'ambito di una rassegna contro la censura: gli organizzatori furono denunciati ma risultarono assolti nel procedimento penale e inoltre l'opera non fu considerata proibita; solo nel 1987 la censura riabilitò il film permettendone la distribuzione nelle sale; nel frattempo erano circolate alcune copie clandestine autorizzate dallo stesso regista; tanta ferocia censoria fu motivata soprattutto dalla scena di sodomia (non certo esplicitamente mostrata) su Maria Schneider da parte di Marlon Brando con l'ausilio del panetto di burro.
"Gola profonda" di Gerard Damiano del 1972 è un film pornosoft che ricevette un consenso generale in tutto il mondo, ma parimenti feroci avversioni; negli Stati Uniti fu sottoposto a processo e vietato in molte città; un giudice di New York nel 1972 ritenne il film non osceno, ma diversi oppositori cercarono di far invalidare la sentenza; nel 1976 a Memphis (Tennessee) oltre sessanta persone che in vario modo avevano attinenza con il film furono incriminate per cospirazione nella diffusione e distribuzione di materiale osceno; anche l'attore Harry Reems fu perseguito, ma ricevette la solidarietà del mondo hollywoodiano; in Gran Bretagna il film fu totalmente vietato e il pubblico britannico poté vederlo solo dieci anni dopo; la versione in DVD, vietate ai minori di 18 anni, fu messa in commercio solo nel 2000; la versione italiana subì qualche modificazione, in particolare mentre nell'originale il personaggio interpretato da William Love è un estraneo, in Italia diventa il fidanzato della neo infermiera Linda (come a dire che certe cose con il fidanzato sono meno intollerabili).
"Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pier Paolo Pasolini è del 1975 ed è l'ultimo film girato dal regista e scrittore; fu anche la sua opera più controversa e più malintesa; il film resta inoltre uno dei più "choccanti" della storia del cinema (peraltro, niente paura, è uno dei film meno visti della storia del cinema: come Sade è lo scrittore più scandaloso e meno letto di tutte le letterature); presentato a Parigi il 22 novembre 1975, tre settimane dopo la misteriosa morte violenta di Pasolini; uscì sul mercato italiano nel gennaio 1976 ma venne quasi istantaneamente sequestrato; dopo le traversie giudiziarie con la solita imputazione di oscenità e (carico da undici) corruzione di minori, fu condannato e poi assolto; solo nel 1978 fu messa in circolazione una versione (oggi reperibile su youtube) con 21 minuti di tagli per un totale di 116 minuti.
"Sesso nero" di Joe D'Amato del 1978 uscì nei suoi circuiti nel 1980; considerato il primo film porno italiano fu interamente girato a Santo Domingo. "Cannibal Holocaust" di Ruggero Deodato del 1980; film di estremo realismo della violenza razzisteggiante suscitò molte polemiche anche perché il regista fu accusato di aver girato uno "snuff movie", ossia di aver ripreso scene di vera violenza; l'accusa risultò falsa circa le persone, ma sicuramente vera circa gli animali; comunque la sbandierata scena della ragazza indigena violentata e impalata era sicuramente agghiacciante (in molti sensi); dopo la prima a Milano il film girò poco e fu sequestrato in tutto il territorio nazionale su denuncia del solito "cittadino indignato"; la pellicola tornò nelle sale nel 1984, in un primo tempo riabilitata e senza tagli, ma successivamente la censura tagliò delle scene e vietò il film ai minori di 18 anni.
"Il leone del deserto" di Moustapha Akkad del 1981 fu un caso di censura voluta dalla politica che lo vietò in Italia per il contenuto che tratta della lotta del senussita libico Omar Al-Mukhtar contro l'esercito italiano; nel 1982 il primo ministro Giulio Andreotti (personaggio ricorrente anche per ciò che riguarda la censura) ne vietò la proiezione in quanto "danneggia l'onore dell'esercito".
"W la foca" di Nando Cicero del 1982 fu bloccato subito e rimasto irreperibile fino al 2004, quando fu presentato al festival di Venezia; nonostante il divieto ai minori di 18 anni il film circolò solo due settimane per poi essere sequestrato; non è facile capire che cosa avesse di più scandaloso rispetto al lungo filone dei film erotico-brillanti che imperversarono per molti anni; sicuramente il titolo allusivo ebbe molto peso per la censura, soprattutto per l'irriguardoso completamento: ...e che Dio la benedoca; oltre a Lory del Santo nel film appare una sconosciuta e irriconoscibile Moana Pozzi.
"Totò che visse due volte" di Ciprì e Maresco del 1998 ottenne un singolare trattamento: alla vigilia dell'uscta nelle sale fu dichiarato "vietato a tutti" dalla Commissione di revisione cinematografica, che tentò così di impedirne l'uscita; non riuscendoci invocò la denuncia per vilipendio alla religione e per tentata truffa, ma i registi e la produzione, dopo il processo d'appello, furono assolti dal tribunale di Roma e il film uscì comunque; essendo stato finanziato con contributo pubblico il film, a mio avviso non privo di impatti significativi ma forse troppo monocorde nella visione disperata rappresentata, il film (dicevo) girò pochissimo e annoverò solo pochi spettatori.
Per chiudere questa carrellata su alcuni dei film censurati in Italia, cito due pellicole su Silvio Berlusconi mai apparse in Italia, "Citizen Berlusconi" di Andrea Cairola e Susan Gray del 2003, e "Bye Bye Berlusconi" di Jan Henrik Stahlberg del 2006 presentato alla biennale di Berlino e mai distribuito in Italia. Si tratta di un eccellente esempio di come la censura operata dal potere può ottenere ottimi risultati senza alcun mezzo legale o giudiziario.

Non c'è il minimo dubbio che la nostra mentalità più "laica" di persone contemporanee e la maggiore naturalezza con cui pensiamo le cose del sesso, debbono molto al cinema. Certamente saremmo ancora più in sintonia con un erotismo libero, se la censura non avesse in parte sterilizzato il messaggio di tanti film che ci hanno formato. Certo, i grandi registi hanno giocato d'anticipo e sono stati molto più intelligenti del censore "appostato". Pensiamo a Federico Fellini e in particolare alla "Dolce vita". Forse non c'è film più erotico della "Dolce vita" eppure non contiene alcuna immagine su cui si sia potuto esercitare il forbicione del censore. La stessa cosa va detta per "Otto e mezzo", film in cui l'erotismo pervade un malinconico sentimento esistenziale. L'immaginario erotico di Fellini ha contribuito a limare considerevolmente la sessuofobia nelle generazioni degli ultimi cinquant'anni. "Le tentazioni del dottor Antonio" episodio firmato da Fellini del film "Boccaccio '70", con la vamp che prende una dimensione mostruosamente grande, non ha ossessionato solo i sogni del dottor Antonio ma i sogni di tutta un'epoca.
La censura applicata al cinema ha costretto quest'ultimo a un erotismo stilizzato che paradossalmente lo ha reso più pervasivo e profondo. Si possono fare molti esempi di grandi registi che esprimono un erotismo sottinteso senza alcuna immagine propriamente erotica. Grande maestro in quest'arte fu Luis Bunuel, come nel caso di "Viridiana" nel quale la fanciulla, ex novizia, esita con la mano di fronte alla mammella di una mucca. Ne "La carne e il diavolo" di Clarence Brown, Greta Garbo sdraiata su un letto fa salire e scendere sul dito un anello; Rita Hayworth in "Gilda" si toglie molto lentamente il lungo guanto nero; una splendida Rossana Potestà diciannovenne fa entrare ed uscire il pestello dalla zangola di fronte a un uomo che la guarda affascinato, nel film "La rete".
Gli atti sessuali troppo espliciti sono stati da sempre il bersaglio di una censura solerte e insonne, a differenza degli atti di violenza che sono stati generalmente molto più tollerati purché non fossero frammisti con elementi di erotismo. Il cinema così ha dovuto trovare modalità espressive elusive, da una parte affidandosi al simbolismo e dall'altra all'avvenenza fisica degli attori. La folgorante "presenza" di Ursula Andress impreziosisce un film come "I quattro del Texas" per altri versi assai modesto. L'"intensità" fisica di Emmanuelle Riva rende ancora più "magico" un capolavoro come "Hiroshima, mon amour". Il fascino naturale e pervasivo di Jeanne Moreau determina la particolare atmosfera di "Les amants". La fisicità dell'attrice ha veicolato in tutta la storia del cinema l'impatto folgorante dell'erotismo, non attraverso l'esposizione diretta (conquista acquisita solo nei giorni nostri) bensì attraverso la suggestione. Ma il bisogno del nudo non solo nei maschi ma anche nelle femmine, non si è mai rassegnato alla privazione.

Un'altra bella sfida, dunque, è stata quella tra la censura e lo "stip-tease". Quest'ultimo ha davvero una storia antica derivando dalle danze orientali e dalla danza del ventre degli arabi. I movimenti tipici di queste danze sono stati concepiti per tenere desto il desiderio erotico virile, ma sbaglia di grosso chi vi vuole vedere un'oggettificazione della donna. Infatti è del tutto evidente che l'erotismo femminile (quando c'è) si esprime con meccanismi di graduale e sapiente ostentazione del corpo.
Lo spettacolo dello strip-tease si gioca tutto sull'alternanza: provvisoriamente vestita-provvisoriamente nuda. Il quid dell'esibizione è racchiuso nella modalità con cui si giunge alla meta, al non-plus-ultra, della nudità più o meno integrale.
La prima parte, in cui la spogliarellista è ancora vestita, è quella eroticamente più importante in quanto dà il massimo spazio all'immaginazione sorretta dalla certezza della "verifica". Questo meccanismo, se vogliamo, è la vera forza che spinge l'essere umano alla conoscenza.
Lo spettacolo a base di spogliarelli era già diffuso nell'antica Roma. Dopo il black-out di secoli operato dalla nostra religione cristiana, nei tempi moderni i primi esempi si ravvisano in America. Nel 1847 una certa Odell si spogliò a ritmo di musica al New York's American Theatre e l'acrobata Atalanta si spogliò su un fil di ferro al vecchio London Theatre. Il primo vero episodio di strip-tease si ebbe a New Orleans nel 1861 dove una ballerina apparve a cavallo con una calzamaglia color carne. Con le stesse modalità ma in maniera meno camuffata (ossia senza cavallo) il colpo fu ripetuto in un teatro di Broadway nel 1877 e questa volta gli spettatori arrossirono e le spettatrici fuggirono sconvolte. L'opulenta Little Egypt si esibì in uno spogliarello con rotazione dei seni e delle anche all'Esposizione di Saint Louis del 1904. Dal 1909 il Columbia Theatre di New York si dedicò abitualmente al "burlesque", attirando frotte sempre più grandi di spettatori. Il genere dunque si sviluppò, fu florido ed ebbe le sue dive.
Con la seconda guerra mondiale gli americani ebbero l'opportunità di esportare lo strip-tease in Europa. Nel nostro continente con le modalità che la censura via via permetteva (punto d'arrivo: bikini, poi top-less) diventò lo stadio più avanzato dello spettacolo erotico. Ma a poco a poco, il fatto di non potersi porre nuovi traguardi, portò questo genere di spettacolo a un punto morto. Insomma oltre non si poteva andare perché non lo permetteva la polizia e di meno e di diverso non si poteva fare perché non l'avrebbe permesso il pubblico. Le solite speculazioni moralistiche tendevano a presentare questi spettacoli o come opera del demonio, o come frutto tossico del capitalismo, o come decadenza, o come sfruttamento camuffato della prostituzione.
In Italia la situazione da questo punto di vista è stata caratterizzata dalla calma piatta tipica delle società ad alto tasso di ipocrisia. Con l'approvazione della legge Merlin in nessuna città italiana erano ravvisabili situazioni che potessero ricordare (sebbene alla lontana) i quartieri a luci rosse di qualche città europea. Né tantomeno c'era un teatro specializzato che si avvicinasse al modello parigino del Moulin Rouge. C'era il teatro di rivista itinerante in cui i riferimenti erotici erano molto annacquati sotto lo sguardo occhiuto della Buon Costume.
Un episodio che fece scalpore avvenne alla fine degli anni '50 quando una spogliarellista turca, Aiché Nanà, in un locale della capitale tentò di varcare quel mitico non-plus-ultra, con un fulmineo nudo integrale; risultato: arresti e chiusura del locale. Molti anni dopo il nudo edulcorato approdò anche in televisione. Una trasmissione in una rete Mediaset, "Colpo grosso", produsse più una deriva volgare della TV che un superamento della sessuofobia.
Anche la Rai nel 1983 ospitò in una trasmissione, "Il cappello sulle 23", degli spogliarelli alla camomilla, fatti però da una brava e bella ballerina, Rosa Fumetto, che si era formata ed affermata al Crazy Horse di Parigi.

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