"Notre-Dame-des-Fleurs" di Jean Genet

Dal romanzo “Notre-Dame-des-Fleurs” di Jean Genet leggiamo: “Il sapore della sborra. La dolcezza di placare il desiderio del maschio. Come sempre. Divine non ha goduto, ma Gabriel è scivolato lungo il suo corpo e ha posato la bocca schiumante sulla sua ancora piena di sborra che non riusciva a ingoiare, poiché avrebbe dovuto fare un movimento di deglutizione e la sua gola era bloccata dal peso del ventre caldo. Rifà con l’Arcangelo il gioco che lui le consente, si passano, denti contro denti, lo sperma misterioso. Infine lo ingoia.
E’ felice. Ora Gabriel è molle, tutto stretto a lei, azzurrino: due angeli, stanchi di volare, che si posano su un palo del telegrafo e il vento fa cadere in un fosso d’ortiche, non sono più casti di loro.
Una notte, l’Arcangelo si trasformò in fauno. Teneva Divine contro di sé, faccia a faccia, e il suo membro, tutt’a un tratto più poderoso, dal di sotto, cercava di penetrarla. Quando ebbe trovato la via, incurvandosi un po’, si introdusse. Gabriel aveva acquisito una tale virtuosità che riusciva, pur rimanendo immobile, a imprimere alla sua verga un fremito paragonabile a quello di un cavallo imbizzarrito. Spinse con la furia consueta e gustò così intensamente la propria potenza da nitrire - con la gola e col naso - per la vittoria, con tale impeto da far credere a Divine che Gabriel la penetrasse con tutto il suo corpo da centauro; svenne d’amore come una ninfa nell’albero.
Quei giochi ricominciarono spesso. Gli occhi di Divine divennero splendenti e la sua pelle più morbida. L’Arcangelo prendeva sul serio il suo ruolo di scopatore. Al punto da cantare la ‘Marsigliese’, giacché, a partire da quel momento, fu orgoglioso di essere francese, un gallico galletto, cosa di cui soltanto i maschi vanno orgogliosi. Poi morì in guerra. Una sera, venne a trovare Divine sul boulevard:
‘Sono in licenza; l’ho chiesta per te. Andiamo a cena, adesso ho un po’ di grana’.
Divine alzò gli occhi al suo volto:
‘Mi ami dunque, Arcangelo?’
Gabriel fece un gesto stizzito con le spalle.
‘Ti meriteresti un paio di sberle’ disse a denti stretti. ‘Non lo vedi, no?’
Divine chiuse gli occhi. Sorrise. Poi, con voce sorda:
‘Vattene, Arcangelo. Vattene, ti ho visto fin troppo. Mi dai troppa gioia, Arcangelo’.
Parlava come una sonnambula, diritta, rigida, il volto atteggiato a un sorriso immobile.
‘Vattene, o potrei caderti tra le braccia. Oh! Arcangelo.’
Mormorò:
‘Oh! Arcangelo’.
Gabriel se ne andò sorridendo, ad ampie falcate lente, poiché portava gli stivali. Morì alla guerra di Francia e i soldati tedeschi lo seppellirono là dove cadde, accanto al cancello di un castello in Touraine. Sulla sua tomba, Divine poté andare a sedersi e a fumare una Craven con Jimmy.”

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